lunedì 24 ottobre 2016

A Salerno per inseguire le "luci d'artista" le fontane non sono più di moda

 A Salerno, dove inseguono "Le luci d'artista" (che di artista non sono, come invece lo sono a Torino da almeno venti anni), vengono abbandonate le fontane artistiche, sia quelle storiche, che di recente manifattura, ad opera di artisti e architetti contemporanei.

Una testimonianza, presa dal blog "I figli di Chiancarella": http://figlidellechiancarelle.org/site/?p=257


A Salerno le fontane non sono più di moda
Viaggio nello stato di degrado ed abbandono delle fontanelle pubbliche cittadine, un tempo fiore all’occhiello del sindaco De Luca, ormai ex Vincenzo a’ fontana, il suo primo soprannome ai tempi del primo mandato da sindaco negli anni novanta.
Le fontane di Salerno, un tempo con l’allora giovane sindaco Vincenzo De Luca, erano molto in auge tanto che il popolare primo cittadino fu appellato Vincenzo ‘a funtana.
n.b. Oggi vivono una esistenza più grama, molte sono “stutate” (spente, ndr) altre interrate e trasformate in non sempre apprezzabili fioriere od aiuole.
A noi sinceramente piacciono più le fontane ed il movimento dell’acqua.
Ugo Marano, "Fontana Felice" (resa "infelice" dall'incuria e dall'abbandono)
Peccato che, dopo l’interramento nel Parco del Mercatello e della “Fontana Felice” di Ugo Marano, davanti al sagrato di San Pietro in Camerellis, adesso si proceda con la fontana di Piazza Montpellier (prospiciente il Parco Pinocchio) trasformandola in aiuola.



La stessa sorte potrebbe toccare anche a quella davanti all’Hotel Salerno.
Mah speriamo di no

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Ugo Marano, l'autore della "Fontana Felice", nel ricordo di Angelo Trimarco, presidente della Fondazione "Filiberto Menna" di Salerno
Ad Amalfi, il 1968
di Angelo Trimarco

Per ricordare Ugo, ora, mi soccorre una foto di gruppo. E’ il 1968, ad Amalfi, dove negli Arsenali dell’antica Repubblica, l’arte povera, pilotata da Germano Celant, inizia la sua avventura d’alto mare. La foto raffigura Ugo, capelli folti, altissimo, e con una cartella bianca stretta in mano, Marcello Rumma, che di Arte povera più Azioni povere è stato l’artefice, chi scrive, una ragazza con una treccia lunghissima che  segna le esili spalle e, sullo sfondo, Gerry Schum, artista, gallerista e collezionista  che, in questi anni e anche dopo, ha girato il mondo per raccontare con la sua telecamera i momenti più significativi dell’arte in corso.

  Avevamo, tutti, meno di trent’anni ad Amalfi, nel 1968,  quando, temerariamente, da punti cardinali diversi, abbiamo scelto di affacciarci nel mondo dell’arte come artisti, collezionisti e critici, comunque, stupiti dalle recenti esperienze che stavano cambiando la scena dell’arte e, insieme, speravano di trasformare il mondo.

  E’stato proprio nel 1968 che Ugo, in piazza del Duomo, ha presentato i suoi lavori. Si è trattato  di una prova generale, se non di un esordio,  alla presenza del popolo dell’arte che, negli stessi giorni, festeggiando l’arte povera, anima la Rassegna di Pittura, divenuta internazionale dalla seconda edizione. La mostra è scandita da  sculture, in armonia con lo spazio che si apre sul mare e sul sacro: sculture che rifiutano i materiali nobili, il marmo e il bronzo. E’ questo un tratto – le sculture nell’aperto del cielo, del verde e dell’aria – che l’artista, nel corso del tempo, non abbandonerà tanto da pensare e realizzare, in questa tensione, il lavoro, di scultura e di design – un design che ama il suono del vento -, alleggerito, di volta in volta, con materiali sempre meno  invadenti  e più teneri, come la ceramica.

  Ha voluto che anche la ceramica, talvolta semplici piatti, avesse la seduzione del gioco e l’intensità dell’amicizia. Così, un’estate, per La festa delle Idee, ha invitato a Capriglia, dov’è nato, una famiglia di scrittori, di critici e di teorici dell’arte – Sanguineti, Dorfles e Menna, per esempio -, a realizzare un piatto. Menna, a emblema, ha segnato il piatto con il palmo della sua mano, la mano dell’artigiano e dell’artista che l’età moderna ha distinto e, poi, ha separato. Anch’io sono stato invitato a Capriglia, ma, sottraendomi alla sfida, mi sono limitato a scrivere la presentazione in catalogo citando, come si usava, un lungo brano di Deleuze sul desiderio e sulle sue derive. E’ stato anche nel ricordo di quest’incontro di piatti ad arte  che la Fondazione Menna, nel salutare il carissimo amico che ci ha lasciato, ha accompagnato, quale viatico, le parole con una foto che raffigura Ugo, in macchina, insieme a Sanguineti, Bianca e Filiberto. 

  Anche nella nostra città, a Salerno, Ugo Marano ha realizzato un’opera, una fontana di ceramica azzurra e di acqua limpida – l’ha chiamata Fontana Felice - che ha collocata nello spazio antistante la chiesa di San Pietro in Camerellis, nel  centralissimo corso Garibaldi. Lo so, non è la Fontana dei Fiumi di Bernini, a piazza Navona. Non deve essere, però, neanche una discarica. Merita, io credo, almeno un po’ di attenzione e soprattutto di manutenzione quale segno, a un anno dalla sua scomparsa, del nostro ricordo e della nostra amicizia.   






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