sabato 18 maggio 2019

Amarcord 27 - Incontri, Ricordi, Euforie, Melanconie di Giancarlo Politi

Amarcord 27
per intervenire, controbattere o esprimere una propria opinione scrivere a
giancarlo@flashartonline.com

Effemeridi
Per il mio Amarcord abituale chiedo ancora qualche giorno. Questa tornata la dedico, con veloci flash, a eventi più o meno interessanti o che mi hanno colpito. Alla mia età sono sensibile ad ogni paradosso. E ricordo a chi mi legge che quando scrivo esprimo il mio punto di vista, non mi sento un dispensatore di verità, non voglio insegnare niente a nessuno. I miei sono pensieri in libertà, di un uomo che ha vissuto per 60 anni dentro l’arte, a contatto con i maggiori artisti del tempo (Burri ma anche Rauschenberg, Jasper Johns, Jeff Koons, nostro fraterno amico, Damien Hirst, Maurizio Cattelan, Francesco Vezzoli, ecc.) e si è sempre ritenuto (forse illudendosi) uomo libero da qualsiasi imposizione o moda, ma solo vittima delle proprie convinzioni e ossessioni.  Per me la Verità sui grandi problemi metafisici, economici, politici ed esistenziali non esiste. La verità è il nostro personale punto di vista, a cui ci appelliamo per convinzione oppure per opportunità. La storia è quella che è, ma potrebbe essere anche tutt’altro. Ciò che spesso leggiamo è frutto di errore o più spesso di mistificazione e ignoranza. La grande scuola francese della Nouvelle Histoire (Braudel, Le Goff e molti altri) attraverso la rivista Annales ha cercato di riscrivere la Storia, più aderente alla realtà, ma ancora grandi risultati non si sono visti.
Lara Favaretto, Thinking Head, 2018. Fotografia di Andrea Avezzù. Courtesy La Biennale di Venezia.
  
La Biennale di Venezia

Non ho mai capito perché la Biennale di Venezia (ma soprattutto Documenta e altre grandi rassegne d’arte) debbano essere realizzate da un solo curatore. Perché i Consigli di Amministrazione o i Presidenti delle grandi manifestazioni culturali, ci vogliano imporre, come visione o informazione dell’arte, il punto di vista monocratico (spesso ossessivo) di un curatore? Il panorama dell’arte (ma soprattutto del mondo), in particolare oggi, è così complesso ed etereogeneo che occorrerebbero molti curatori con differenti punti di vista e di diverse culture e continenti per cercare di interpretarlo. Come può un intellettuale anche di rango come Ralph Rugoff proporci uno spaccato dell’arte di oggi, espressione di un mondo in sconvolgimento e frammentizzato ed eterogeneo? No, Ralph Rugoff, che peraltro in anni lontani è stato un valido collaboratore di Flash Art, ci propone la sua visione del mondo e dell’arte del tutto personale, (peraltro la sua -con quella di Massimiliano Gioni- è la migliore Biennale della gestione Baratta). Ma vi sembra logico che una struttura come la Biennale di Venezia (o Documenta) che assorbe milioni e milioni di euro del contribuente (l’ultima Documenta mi sembra sia costata 37 milioni di euro: una piccola finanziaria), ci imponga una visione dell’arte di un unico curatore polacco? E’ possibile e giusto investire ingenti patrimoni per finanziare le bizzarrie personali dei curatori? Tutti abbiamo vissuto il disastro di Adam Szymczyk nell’ultima Documenta, per cui credo sia anche indagato. Il solo Direttore che ha cercato di proporre un panorama variegato e anche interlocutorio, fu Francesco Bonami con la sua Biennale del 2003, La dittaturadello spettatore, con sezioni curate anche da Hans Ulrich Obrist, Carlos Basualdo, Catherine David, Hou Hanru, Gabriel Orozco. Quella Biennale è stata, mi pare, la prima e unica grande rassegna con punti di vista diversi, anche se non spettacolari (dopo il famoso Aperto ’93, curato da Helena Kontova insieme ad altri 13 curatori, tra cui lo stesso Bonami che con le sue scelte offrì un contributo rilevante).
Speriamo che il prossimo Presidente (il Doge Baratta credo stia per essere pensionato) si renda conto della complessità di una Biennale e non l’affidi ad uno sparuto curatore. Continuerebbe con i paradossi personalistici e vomiti intellettuali (come direbbe Nicolas Bourriaud) di tutti i curatori. Per una buona Biennale di Venezia occorre un team di curatori eterogenei e molto diversi tra loro.
In ogni caso bisogna riconoscere che Ralph Rugoff è un ottimo curatore. E’ stato lui stesso, in una splendida intervista su Artribune, ad ammettere che una grande rassegna, diventando un baraccone, annulla le opere. Tanto di cappello caro Ralph che ammetti che ormai l’arte è diventata inevitabilmente uno spettacolo. E che l’arte non può cambiare il mondo.

Milovan Farronato, curatore del Padiglione Italia. Courtesy i-d.vice.com/it
Padiglione Italia
Ho sempre trovato risibile il Padiglione Italia, molto spesso affidato a curatori maldestri. E’ passato alla storia (e vi resterà a lungo) il paradossale Padiglione Italia curato da Vittorio Sgarbi, forse il solo di cui tutti ci ricordiamo e che ha azzerato il valore culturale di una partecipazione alla Biennale di Venezia. E la famigerata idea (per raccogliere denaro) degli eventi collaterali, per cui ogni artista che partecipa a una di queste infestanti rassegne belle o brutte, ormai include la Biennale di Venezia nel proprio curriculum. Inoltre la Biennale di Venezia (come Documenta e Manifesta) è diventata una faticosissima caccia al tesoro in una città quasi impraticabile per un essere umano che non sia veneziano.
Il Padiglione Italia di quest’anno, curato da Milovan Farronato non sarebbe stato un paradosso se la presenza del curatore fosse stata più discreta. Invece il suo narcisismo lo ha portato a prevalere sugli artisti facendola apparire una mostra personale del curatore. A cui riconosco comunque intelligenza e capacità di gestione. Anche se le scelte forse potevano essere più attuali.
Sarebbe auspicabile anche che il Padiglione Italia fosse ricondotto (come era un tempo) all’ingresso principale dei Giardini, attorniato dalle partecipazioni nazionali che non hanno un proprio padiglione. Che con il tempo aumentano e talvolta sono molto interessanti. Ma soprattutto sarebbe auspicabile che un curatore italiano sia inserito nell'eventuale team del Padiglione internazionale. Non è giusto, anche se riconosco che l’Italia è ormai un fanalino di coda, che il paese ospitante non sia adeguatamente rappresentato nel Padiglione Internazionale.
Mary Boone, cover di New York Magazine Aprile 1982. Courtesy New York Magazine.
Mary Boone in prigione
Mary Boone è stata una delle più importanti galleriste di New York, cioè del mondo. Nel 1982 l’allora influente settimanale New York, le dedicò la copertina con la scritta: La nuova regina della scena dell’arte. In quegli anni Mary si sposò con il grande mercante tedesco Michael Werner, che aveva appena aperto una galleria a SoHo. Insieme divennero una vera potenza di fuoco dell'arte.
Ne è passata di acqua sotto i ponti da quella data. E Mary nel tempo ha consolidato la sua fama e dimostrato grande abilità, gestendo artisti molto importanti e costosi, come Brice Marden, Julian Schnabel, Eric Fischl e molti altri. Sempre elegantissima, intelligente, astuta, abile. Leo Castelli me ne parlava con ammirazione come di una straordinaria gallerista e mercante. Anche se a Leo soffiò l’emergente Julian Schnabel che lui avrebbe tanto voluto nel suo staff. E di questo Leo ne restò frustrato per tutta la vita, pur restando ottimo amico di Mary Boone. Ebbene, la grande Mary Boone sta andando in prigione per evasione fiscale. E le sue due gallerie stanno chiudendo. Tra poco la (ex) bellissima, ma ancora bella Mary sarà in cella (anche se pare si tratterà di una prigione per privilegiati, forse con alti costi di permanenza) per due anni e sei mesi. In Usa il fisco non guarda in faccia a nessuno brutto o bello che tu sia..
 Luigi Ontani davanti alla scultura-fontana a Vergato
Luigi Ontani e il pupazzo di neve
Sta facendo molto scalpore una scultura di Luigi Ontani posta nella piazza principale  del suo paese natale, Vergato, credo in provincia di Bologna. Io ritengo che Ontani sia un ottimo artista, talvolta anche eccellente. Ma ho sempre disapprovato il suo narcisismo ed esibizionismo che parte da lontano. Detesto non solo il suo esibizionismo ma di tutti gli artisti e curatori; vorrei che la presenza fisica sia la più discreta possibile rispetto alla propria opera. Ontani si fece già notare negli anni ’70 quando volò da Roma a New York vestito da Cristoforo Colombo. C’è da riconoscere a suo merito che il senso del ridicolo non lo ha mai sfiorato, neppure viaggiando in aereo addobbato come al Carnevale di Venezia, tra passeggeri sbigottiti.
Ma ciò che è successo nel suo paese è veramente oltraggioso. Infatti Ontani e l’Amministrazione Comunale, senza chiedere il parere dei cittadini, con estrema sfrontatezza come è d’uso in Italia da sempre, ha installato una grande scultura nella piazza centrale, una specie di enorme fauno con membro eretto che dalle foto sembra stia orinando. L’opera è di una bruttezza indicibile, barocca e pesante, come molte opere di Ontani (altre invece sono straordinarie per leggerezza, novità e poesia). Ma io da tempo e sempre scagliandomi anche contro i grandi artisti internazionali, denuncio l’invasione del suolo pubblico. Anche l’amministrazione di Vergato dovrebbe sapere che il suolo pubblico è degli abitanti e prima di installare una grande scultura invasiva (e aggiungo orrenda) sulla piazza, avrebbe dovuto chiedere il parere di tutti i cittadini di Vergato, mostrando magari loro il modellino dell'opera. Ma si sa, per le nostre amministrazioni, tutte, ma proprio tutte, destra, centro, sinistra, estrema destra ed estrema sinistra, il suolo pubblico è "cosa loro". La sola scultura pubblica che io approvo è, come sosteneva il grande curatore di scultura, Kaspar Koenig, il pupazzo di neve. Che nello spazio di qualche ora si scioglie fra il tripudio di grandi e piccini. Vi rendete conto cari amici la responsabilità di una amministrazione e di un artista nel collocare una scultura sul suolo pubblico che per anni o decenni resterà lì ad inficiare ed inquinare la mente e lo sguardo dei passanti o abitanti del luogo? Cambiano i tempi, i gusti, i costumi, Chi si arroga il diritto di giudicare il gusto e la sensibilità degli utenti di oggi ma soprattutto futuri? Nei musei le opere vengono rimosse dopo qualche tempo e messe nei magazzini, ma queste opere pubbliche hanno la pretesa di restare ad aggredirci in eterno. I nostri arroganti amministratori che oltraggiano meravigliose piazze anche rinascimentali (vedi Pietrasanta) in nome di una pseudo cultura e pseudo arte perché non fanno un passo indietro? E l’assessore alla cultura di Vergato, tale Ilaria Nanni, non si è vergognata di paragonare un dileggio (riprovevole) alla scultura di Ontani da parte di qualche cittadino infastidito, alla strage di Marzabotto? Lo stesso sindaco di Marzabotto, pare abbia sfilato davanti a questo orrendo fauno, con la fascia tricolore. Questo gesto lo ritengo una grave offesa alle vittime della grande tragedia nazista di quella cittadina. Comparare il gesto vandalico sul brutto Fauno di Luigi Ontani alla strage di Marzabotto è demagogia elettorale ma anche criminalità culturale. Io ne chiederei subito la destituzione. Io sono ancora indignato con il sindaco di Milano, Paolo Pillitteri, cognato di Bettino Craxi, che ai suoi tempi (anni ’70) invase le piazze e le vie più belle di Milano con spregiudicate sculture di artisti (per lo più socialisti e amici di Bettino) che oggi sono diventate ferraglia arrugginita, senza alcun valore estetico o simbolico. Solo ferraglia di artisti raccomandati che danneggiano l’immagine della città e inquinano la nostra mente. Io salverei solo la grande scultura bronzea di Arnaldo Pomodoro, in Piazza Diaz, quartiere della finanza e del potere e che Francesco Bonami brillantemente ha definito “il grande bitcoin”. Ma è comunque una brutta scultura che è sopravvissuta al tempo. E la patina sul bronzo ne certifica l’età e il diritto alla sopravvivenza. Debbo confessare che le sole sculture pubbliche che io oggi apprezzo e che ritengo collocate in spazi appropriati, sono la grande Porta di Lampedusa di Mimmo Paladino che guarda l’Africa, in ricordo di chi non è mai arrivato, la scultura Dietrofront di Michelangelo Pistoletto a Porta Romana a Firenze e Ago Filo e Nodo di Claes Oldenburg e Coosje van Bruggen a Piazzale Cadorna a Milano. Queste tre opere  riescono ad indicare alcuni importanti snodi dell’arte contemporanea. Per il resto vorrei tutte oasi verdi. Anche a nome dell’arte.
L'aereo Brussels Airlines dipinto da Jos de Gruyter e Harald Thys.

Quando l’arte si fa in quattro mettila da parte
Un bellissimo articolo di Giulia Ronchi, attenta e curiosa osservatrice dell’arte e dintorni, su Artribune, ci informa che Laura Blagho, direttrice della comunicazione e del marketing di Art Basel, lascia il prestigioso (e ben retribuito) incarico per entrare con un ruolo rilevante nel gruppo Artflow. Artflow è una grande agenzia di strategia e marketing che vuole far incontrare l’arte alle grandi aziende (vedi il fortunato incontro tra Arte e Moda già in corso), di cui il più famoso esempio è stato il matrimonio di Takashi Murakami con Vuitton, di cui ha ridisegnato la borsa, ottenendo un successo planetario. Si sa che l’arte dona charme e allure culturale, di cui i brand hanno estremamente bisogno oggi. Un oggetto o un vestito senza la sacra aura culturale è un volgare oggetto di consumo. Sempre l’attentissima Giulia Ronchi ci informa che  la Brussels Airlines ha fatto dipingere la fusoliera di un suo aereo dai due artisti belga Jos de Gruyter e Harald Thys, presenti quest’anno alla Biennale di Venezia, per celebrare Brueghel Il Vecchio a 450 anni dalla sua morte. Mentre le gallerie chiudono la borsa e il mercato dell'arte talvolta langue si aprono inaspettatamente nuovi ed inesplorati mercati per l’arte. Insomma l’arte è la vera araba fenice che rinasce dalle proprie ceneri. Cari amici artisti, datevi dunque da fare (ma questa volta non con le gallerie i critici o curatori o collezionisti) con i responsabili marketing delle aziende. Per voi tutti, se siete bravi e conoscete le esigenze dei brand, c’è uno spazio enorme e ben retribuito. Altro che vedere le vostre opere impolverarsi nelle gallerie deserte!
NY Art Now: The Saatchi Collection, pubblicato da Flash Art, 1987.
I primati di Jeff Koons
Ieri (15 maggio), il coniglietto inox di Jeff Koons, che io riprodussi nel 1986 sulla copertina del volume da me pubblicato e dedicato alla collezione Saatchi, NY Art Now, ha realizzato nell’asta serale di Christie’s a New York, la cifra record di 91.1 milioni di dollari, superando il già incredibile primato di David Hockney. Jeff Koons è dunque il più caro artista oggi vivente. Lascio ad ognuno il commento che crede. Io ritengo che Jeff Koons e Damien Hirst siano i due più grandi artisti del nostro tempo. Personaggi di grande qualità e intelligenza, hanno capito e usato le migliori strategie possibile del sistema dell’arte. Ad aggiudicarsi l’opera, ispirata da un giocattolo gonfiabile per bambini, è stato il gallerista Robert Mnuchin, il padre del ministro del Tesoro Steven Mnuchin. Ripenso al lontano 1985, quando Jeff mi offrì una sua opera, un trenino in acciaio inox (che poi ha realizzato in asta 38 milioni di dollari) al prezzo di fabbrica: 40 mila dollari. Io rifiutai perché non avevo quella cifra ma che forse con maggiore determinazione avrei potuto trovare. Successivamente capii che per molti aspetti ero stato un coglione. Oppure solo un italiano pavido.
In memoriam di Anna Maria Novelli Marucci
Vorrei qui ricordare brevemente Anna Maria Novelli Marucci. Con lei e suo marito Luciano ci saremme incontrati alla preview della Biennale di Venezia. Anna Maria, insieme a suo marito, era la persona più attiva e informata nel sistema dell’arte che io abbia conosciuto. Lei e Luciano presenti ovunque, sempre primi e attentissimi. E selettivi al punto giusto. Ci siamo incontrati l’ultima volta durante la Fiera di Basilea alla grande mostra di Bruce Nauman: Anna Maria e Luciano passavano in rassegna ogni opera o video, trascinandosi dietro un trolley pieno di libri e cataloghi.
Il 1° maggio, mentre stava ultimando i preparativi per Venezia, Anna Maria è stata colpita da un ictus che non l’ha perdonata. Con lei per me se ne è andata una interlocutrice preziosa, una persona che ho sempre invidiato per le sue curiosità e per la straordinaria vitalità e umanità. Resta a testimoniare l’attività di questa coppia straordinaria il sito www.lucianomarucci.it.
Un variegato palcoscenico di informazioni sull’arte e sulla vita. Che consiglio a chi ha curiosità sull’arte di oggi.


Contributi
P.S. Questi contributi escono molto in ritardo a causa di una lunga pausa del mio Amarcord. Mi scuso.

Paolo Emilio Antognoli: notizie da Firenze 
Caro Giancarlo,
ho letto anche con un certo sadico divertimento quanto ha scritto su Firenze, una città che non è la mia e da cui non ho mai avuto alcun regalo (ma perché avrebbe dovuto? si potrebbe ribattere, e così sia). Insomma, che abbia la sua giusta punizione! Dopo questa premessa (scherzosa tengo a precisare), devo dire che ho esitato a scrivere perché mi sembrava che l'avvocato di ufficio dell'arte fiorentina dovrebbe farlo qualcun altro, non certo il sottoscritto. 
Dunque mi preparo da buon incassinatore. Ho letto da poco Arthur Cravan!
Ammetterò subito che quanto lei ha scritto, con poche eccezioni, è quello che pensavo anch'io, devo dire pregiudizialmente, prima di calarmi in una serie di archivi e studiare quanto è accaduto a Firenze tra anni sessanta e settanta. Alla fine di questa ricerca la mia visione delle cose è cambiata. In ogni caso, se si guarda soltanto al grande artista, al singolo grande albero isolato dal bosco, alla star internazionale, non c'è neppure bisogno di proseguire il discorso. Però quanti sono, allora, gli artisti italiani che abbiano avuto un successo internazionale dopo una certa data? Non voglio neppure iniziare. Non mi interessa. Vorrei però far notare all'interno di questa città, pur difficilissima, alcuni aspetti che ho notato interessanti, in qualità di testimone esterno. Il piccolo sistema artistico fiorentino, dopo il '68 (lasciamo stare l'astrattismo fiorentino, la stagione felice dell'informale, la galleria di Fiamma Vigo, ecc.), è stato un laboratorio, per quanto poco noto, piuttosto vivace, che però si è concentrato attorno ad alcuni fuochi collettivi, a una mappa di luoghi, e non su figure prime di artisti. Era l'aria del tempo (i collettivi, gli operai, i salotti buoni, Confindustria....). Tra questi art/tapes/22, che era però concentrata soprattutto a produrre video con artisti internazionali; così la galleria Schema - che è stata un'ottima galleria; e Zona, spazio autogestito che poi si trasforma in Base molto più tardi. Personalmente trovo ingiusto il giudizio su Maurizio Nannucci, antipatico a molti e quanto si voglia, ma con una sua storia personale degna di nota, proveniente dalla poesia concreta e dal laboratorio di studi sonori di Piero Grossi. Le attività del tutto ragguardevoli legate a Zona, le tante mostre e iniziative, si devono proprio a Nannucci e a un gruppo infaticabile di buoni artisti quali Paolo Masi, Mario Mariotti e molti altri. C'era inoltre Area, lo spazio di Lotta Continua - Bruno Corà potrebbe parlarne. E molte gallerie poi scomparse, alcune con storie anche tristi - come leggevo su alcuni Flash Art degli anni ottanta. Nella mia ricerca mi occupavo di artisti tedeschi a Firenze nel 1977 (un anno chiave che mi interessava), ma anche di un artista scomparso troppo presto ma di grande levatura che era Luciano Bartolini. Ci tengo a ricordare Bartolini. Le mie ricerche le ho poi pubblicate in un libro, dal titolo molto lungo (come un film della Wertmüller): "Firenze 1977. ..." (Ps. allego per lei la copertina, non c'è però bisogno di pubblicarlo). E Sandro Chia (questo sì forse menzionato), e Remo Salvadori, Renato Ranaldi? Inoltre mi ha molto incuriosito, accanto al lavoro di Masi, quello di un ottimo artista e del tutto ignorato Lanfranco Baldi - di cui ci sarebbe molto da dire e non si è mai scritto nulla. Non dimentichiamo neppure Giuseppe Chiari e Sylvano Bussotti. L'arte, come è noto, rompe le cornici disciplinari dopo il '68. Si è ricordata la Poesia Visiva, ma come dimenticare lo splendido lavoro di Ketty La Rocca, nata a La Spezia ma fiorentina di adozione? Inoltre a Firenze c'è stata un'avanguardia che non mi sentirei di limitare alla sola architettura: i radicali, gli Archizoom, i Superstudio, gli Ufo, i 9999, Gianni Pettena e molti altri. Lasciamo stare la vicina Pistoia, con Melani, sarebbe un'altra storia... Potrei dilungarmi per pagine, ma vorrei solo aggiungere che se molti artisti fiorentini non sono conosciuti, sarà anche colpa loro e certo della città, ma sono anche mancati nuovi interpreti di questa situazione con una serie di iniziative e di mostre che avrebbero potuto mettere in luce almeno questo paesaggio sommerso (non penso a me, ormai all'estero, penso piuttosto al Pecci o a Strozzi, ecc.). Riusciranno i fiorentini a farlo? Su questo dubito anch'io!
Un caro saluto da Bruxelles
Paolo Emilio Antognoli 

Su Firenze ripeti ciò che ho scritto io
Caro Paolo Emilio Antognoli,
felice di incontrare da Bruxelles un interlocutore informato come te su Firenze. E che ripete pedissequamente le mie stesse considerazioni. Identiche. Firenze ha sempre espresso una grande vivacità e litigiosità intellettuale, artisti dalle ottime prospettive, gallerie ambiziose. Ma da tutto questo calderone, se si eccettua la felice stagione di Sandro Chia, ora tornato nell’ombra, e la galleria strettamente commerciale Tornabuoni, nessuno è riuscito a ritagliarsi uno spazio e ad avere visibilità al di fuori di Firenze. E mi chiedevo il perché. Paolo Masi è un bravissimo pittore che avrebbe meritato miglior fortuna, ma per colpa sua o di Firenze, è restato al palo (e su Google ha più spazio un tal Paolo Masi pizzaiolo che il nostro grande Paolo). Nessuna galleria (a parte i recenti tentativi di Frittelli) è riuscita a far decollare Masi. Remo Salvadori, Marco Bagnoli, Renato Ranaldi, bravissimi artisti di nicchia, ma anche loro, solo mai sotto i riflettori almeno nazionali. Un discorso a parte merita Maurizio Nannucci, che ha svolto un grande lavoro con lo spazio Base, facendone anche una sua piattaforma personale. Ma la fortuna di Maurizio Nannucci si chiama Gabriela Detterer, sua compagna e autorevole giornalista d’arte, che ha introdotto Maurizio presso molti musei tedeschi. Ma malgrado questi supporti e la sua bravura, anche lui non è mai riuscito a decollare come tantissimi altri seppure bravi. Delicato e raffinato fu invece Luciano Bartolini, scomparso troppo presto ma che non aveva sufficiente grinta per affermarsi. Un personaggio straordinario a Firenze fu anche Fiamma Vigo, che malgrado una forte menomazione dovuta alla poliomielite da bambina, ebbe una vita estremamente attiva. Come artista e promotrice di artisti. Negli anni ’60 ebbe anche cinque gallerie (Firenze, Prato, Roma, Venezia, Milano): tra gli anni ’50 e ’60 nella sua famosa galleria Numero, passarono oltre duemila artisti. Mi pare che anche Burri e Rauschenberg esposero in una collettiva da lei. La galleria Numero ha rappresentato il vero supermercato dell’arte di ricerca. Era sufficiente non essere pittori figurativi per essere accolti da Fiamma Vigo. Stremata dai viaggi (notti in treno da Roma a Venezia) e da una situazione economica insostenibile (proveniente da una famiglia agiata, per debiti contratti per la galleria le furono sequestrate tutte le proprietà) dopo 26 anni di protagonismo nell’arte, Fiamma Vigo declinò. Terminò la sua vita in miseria a Venezia dove si spense in solitudine all’Ospedale Fatebenefratelli di Venezia. Nessuno parla più di lei, eppure fu una divulgatrice dell’arte straordinaria. Pensate, a metà degli anni ’50 organizzò una mostra di donne. Come vedi caro amico, Firenze spegne tutto, anche le più belle intelligenze. Gli artisti che abbiamo nominato sono tutti ottimi, eppure nessuno di loro è riuscito a guadare l'Arno. Per essere un artista di successo non basta essere bravo, bisogna essere fortunato e ottimo stratega. Jeff Koons e Damien Hirst insegnano.


Cerco casa?

Caro Giancarlo, 
problemi di smog ed allergie? Cerchi casa? Ti ricordo le Marche, i tuoi trascorsi, il paesaggio, il mare, il cibo, la gente...quale posto migliore per trovare casa se non il Conero!!! Ti aspetto, almeno per una cena di pesce a Portonovo. Un abbraccio. 
Alfredo Saino

Purtroppo dovrò subire i programmi culturali dei sindaci della Versilia
Caro Alfredo,
troppo lontane le romantiche Marche dalle dolci colline raffaellesche, come la mia Umbria: ormai solo un ricordo. Allora sono costretto a cercare rifugio in Versilia e questa estate spero a anche ad Asiago. La Versilia mi piace molto ma mi frustrano i programmi da sottobosco culturale delle Amministrazioni locali, invasivi e amatoriali. Pietrasanta (cittadina bellissima) raccoglie il massimo concentrato di gallerie d’arte di cattivo gusto. Nella prossima estate pare che la bellissima piazza sarà infestata da spuntoni in acciaio e marmo di Pablo Atchugarry. La Versilia ora è ostaggio di oltraggiose opere d’arte in marmo o metallo, ovunque, che avvelenano il paesaggio e le piazze e talvolta ti impediscono di vedere anche il mare (il Molo di Forte dei Marmi dovrebbe essere al primo posto nel Guinness dei primati pr il cattivo gusto, quando invece, senza interventi artistici sarebbe bellissimo). Occorrerebbe una mente illuminata che abbia il potere di vietare la gestione della cultura a tutte le amministrazioni comunali, rilasciando una licenza di intervento sul territorio  solo dopo un attento esame culturale. Invece purtroppo ogni politico italiano si considera un illuminato e da trent’anni ne subiamo le conseguenze. Ma di questo ne ho parlato poco sopra. Anzi, mi scuso per la mia ossessione. Ma io che amo l’arte dico che dovrebbe stare nelle abitazioni, gallerie e musei.


Da Ben Vautier
GIANCARLO TU EST GENIAL 

BEN 

Caro Ben, forse talvolta io sono geniale, ma tu sei il genio dell’arte contemporanea
E peccato che il mondo non se ne sia accorto e quando se ne accorgerà, forse per te sarà un po’ tardi. Ma io che ho conosciuto e frequentato tanti artisti (da Fontana a Piero Manzoni, Yves Klein e poi quasi tutti gli altri), nessuno, dico nessuno possedeva la tua vivacità intellettuale e creatività. Ben, tu hai fatto tutto e sempre benissimo e prima di tutti. Peccato che il mondo sia così cieco. Anche se tu hai avuto estimatori di grande rilievo. Ricordo quale considerazione avesse per te Leo Castelli. E Daniel Templon e Catherine Millet. Ma il mondo dell’arte va così. Dopo averlo frequentato per oltre 60 anni, non ho ancora capito come funzioni, perché un tale artista ha successo e tal’altro (più bravo e originale) resta al palo. Vorrei che anche i più giovani ti conoscessero per fargli capire che tu hai anticipato quasi tutto. Che hai occupato alla grande molti spazi, non come Manzoni e Kline (forse perché morti troppo giovani) che sono passati alla storia con una stitica idea.
Ben, tu e Getulio Alviani siete stati in molti sensi i miei maestri: tu per avermi fatto capire John Cage e la sua scuola post duchampiana, Getulio per avermi introdotto ad Albers e al mondo del razionalismo in arte (e irrazionalismo nella vita).
Ben, grazie per esserci stato. E per essere presente ancora in ogni momento topico della vita culturale e politica. Ricordo ancora un tuo lavoro degli anni ’60: un mappamondo che indicava le etnie che avrebbero dovute essere riconosciute come nazioni. In primis la Catalogna. Questo avveniva 60 anni fa: roba da pazzi, come grande pazzo sei tu. Un abbraccio commosso per quanto mi hai dato e hai dato a tutti. 


Vorrei parlarle della mia arte
Buongiorno 
Io avrei piacere di parlarle della mia arte .. .. ..Ecco il mio sito dove potrà trovare tutte le notizie necessarie al riguardo 
www.davidbacci.it
Grazie del tempo che mi dedicate
Cordiali saluti

DAVID BACCI

Nell’arte c’è spazio per tutti
Caro David, nell’arte c’è spazio per tutti. E l’arte talvolta può essere una ottima terapia di sopravvivenza. Il tuo sito lo dimostra.


Monica Luisa Franzoni
Che divertimento leggere questi testi… grazie!
Monica Luisa Franzoni


La Patafisica è tutto e il contrario di tutto
Caro Giancarlo,
chi non sa molto di Patafisica è già patafisico. Difficile dire in poche parole, un po’ come spiegare in breve la filosofia o la chimica. Non siamo né goliardi né bontemponi (nonostante anche questo faccia parte dello spirito), diciamo che lo siamo ma in modo particolare e non generale, non esiste l’arte patafisica ma artisti patafisici e tutti, a loro modo, lo sono. Picasso, Vian, Queneau, Calvino, Prevert, Jonesco e tanti altri di fama mondiale furono diplomati e se fossero stati dei bontemponi lo furono nella dimensione ironica, giocosa, immaginaria e in fondo per una consistente e persistente presa in giro dell’arte e scienza ufficiali, quella dei tromboni, per intenderci. Uno dei pensieri è questo: “La Patafisica è tutto e il contrario di tutto”, Dada venne dopo. Libertà e immaginario, regola senza regole sono tra le bandiere che sventolano sui palazzi fantastici da riempire con l’Arte quotidiana, quella che non si vede e si vende nelle gallerie. Baj mi ha insegnato tanto e questo che ho detto è solo una infinitesima parte del tutto. Infine, tuo malgrado, devi considerarti patafisico e, se sei d’accordo, sono disposto a conferirti il diploma, non solo in virtù della stima che ho per te, ma perché per la tua esistenza ed esperienza non può essere diversamente.
Afro Somenzari

Grazie per questa sapida e concentrata lezione di Storia dell’arte
Caro Afro,
grazie per questa veloce lezione sulla Patafisica. Ce ne vorrebbero di docenti sintetici ma con contenuti molto alti, come te.

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+39 02 688 7341

martedì 19 marzo 2019

Amarcord 26 - Incontri, Ricordi, Euforie, Melanconie di Giancarlo Politi-

Amarcord 26

Incontri, Ricordi, Euforie, Melanconie

di Giancarlo Politi
per intervenire, controbattere o esprimere una propria opinione scrivere a

A proposito di Amarcord


Cari amici, eccoci ancora. Con un po’ di ritardo. Ma lo smog milanese ha fatto esplodere le mie allergie e contribuito a prolungare una mia fastidiosa bronchite. Ora sto cercando una residenza estiva che mi salvi dall’estate che si annuncia torrida. Asiago? Oppure la solita Versilia? Intanto spero che l’amico dott Augusto Palermo, mentre parliamo d’arte e di altro, mi dia una mano con le sue illuminazioni mediche a superare questi scogli infidi.



New York Anni '80 (Parte Terza)
Si, certo, come tutte le cose del mondo anche l’East Village fece il suo tempo e in un periodo piuttosto breve esaurì la propria gloriosa vitalità. Visse la sua popolarità leggendaria per due o tre anni, poi declinò, come tutti i momenti e movimenti più salienti. Ma per noi malati d’arte il ricordo di quel miracolo, rivive nella nostra memoria. Perché come fai a toglierti dall’immaginazione, dalla memoria e dalla storia la Veronica Ciccone, cioè Madonna, che sgambettava in un seminterrato al suono di un giradischi scassato, in attesa della gloria? Che lei cercava voluttuosamente e disperatamente con tutti i suoi mezzi. Come puoi dimenticare il sorriso dolce di Pat Hearn, la gallerista elegante e colta che aveva contribuito a trasformare un quartiere malfamato in una vetrina della creatività e in un luogo privilegiato, con uno spazio espositivo bellissimo, che lo stesso Leo Castelli invidiava, considerandolo un miracolo in quel quartiere negletto. Una vera perla avulsa in un contesto degradato. Ma quel sorriso dolce di Pat da lì a poco si sarebbe spento, stroncato da un male inflessibile. Però ebbe il tempo, con il suo compagno e poi marito, Colin De Land, altra mitica figura di quegli anni ’80 ad entrare nella storia dell’arte della grande mela, con una galleria diventata mitica e con la creazione di una rassegna d’arte originalissima nelle stanze dell’Hotel Chelsea (inaugurando la moda da tutti imitata delle fiere d’arte in hotel), invitando le gallerie più prestigiose e che due anni dopo si spostò al Pier 91, sull’Hudson, diventando l’Armory Show, rilevata poi dalla Associazione delle Gallerie e che quest’anno ha festeggiato i suoi gloriosi venticinque anni.

Colin de Land e Pat Hearn
Colin De Land! Che figura straordinaria di uomo e di artista! Dopo aver studiato filosofia e linguistica alla New York University, aprì nell’East Sixt Street, nel cuore dell’East Village una curiosa galleria, la Vox Populi, con artisti molto propositivi ma anche con chiunque volesse lasciare un’opera in galleria. La quale ad un certo punto era un guazzabuglio di alto profilo insieme ad opere di dilettanti della strada, che però Colin accoglieva amichevolmente, purché dopo qualche giorno venissero a riprendere l’opera lasciata. Ben presto Vox Populi crebbe e si spostò al 40 di Wooster Street, con il nome di American Fine Arts Co. In breve il numero 40 di Wooster Street divenne il cuore creativo e propulsivo e di incontri di Manhattan, con artisti veramente innovativi e Colin che teneva lezioni d’arte a collezionisti e curiosi. Da American Fine Arts incominciammo a conoscere Cady Noland, Andrea Fraser, Richard Prince, Mark Dion, Ana Mendieta, e il visionario Peter Fend. E John Waters, che definì Colin “una vera icona che gronda cultura e trend”. Colin de Land, in collaborazione con Richard Prince, operò anche come artista, con gli pseudonimi di John Dogg e J. St. Bernard. Accanto ad American Fine Arts, al numero 39 di Wooster, aprì la propria galleria dell’East Village anche Pat Hearn che nel frattempo si era sposata con Colin. Una bellissima storia d’amore tra due star della cultura artistica newyorchese: Colin de Land, con le sue mostre provocatorie e Pat Hearn, diventata la paladina del femminismo anche grazie alla collaborazione con René Green, Julia Scher e la riscoperta di Mary Heilmann, bravissima e sconosciuta artista americana. Pat e Colin, la strana coppia dell’arte di New York, così diversi ma anche tanto uguali: elegante casual (non come Mary Boone, sempre elegantissima e firmatissima, tipica donna americana in carriera) Pat Hearn era portatrice di una eleganza casual piuttosto parigina. 

Spencer Sweeney e Colin De Land alla American Fine Arts, Co. New York. Courtesy e © Archives of American Art, Smithsonian Institution.

Disordinato e con accoppiamenti improbabili ma alla fine affascinanti Colin de Land, vero precursore e forse ideatore della moda grunge. E Colin sempre con la sigaretta tra le labbra, fumava l’impossibile: non so, due, tre, forse quattro pacchetti di sigarette al giorno. Quanti era umanamente possibile fumarne. Al punto che io lo chiamavo scherzosamente Humphrey, in ricordo del Bogart di Casablanca. Io mi chiedevo come era potuta nascere quella romantica storia d’amore che tutti vedevamo, tra una gallerista delicata che esponeva George Condo, Peter Schujff, David Bowes, Milan Kunc e un gallerista che presentava artisti di una durezza mai vista, come Cady Noland, Jessica Stockholder, Chris Burden. Eppure la storia d’amore sembrava indissolubile, perché Colin, nella sua apparente trascuratezza e noncuranza, era una persona gentile, che però aveva scelto una professione che non gli apparteneva, quella del mercante d’arte. Perché Colin era tutto, artista, filosofo, pensatore, scopritore di talenti ma non mercante. Infatti era povero in canna e, pur essendo ad un certo momento la galleria più ambita di New York, lo vedevi quasi pranzare con un panino e una gran tazza di caffè acquistati nel bar accanto. In un report su Colin de Land pubblicato qualche anno fa in Flash Art, Daniele Balice, oggi noto gallerista (Balice/Hertling) parigino descrisse il suo incontro con Colin: appena arrivato a New York, Daniele che non parlava una parola di inglese si precipita all’American Fine Arts per proporsi come assistente a un Colin de Land che non parlava né francese né italiano. Daniele Balice capì però che Colin era un totale squattrinato e dopo tre minuti l’incontro terminò con una stretta di mano. Ma fu quell’incontro a far decidere a Daniele Balice che avrebbe fatto il gallerista, tanto fu affascinato da quell’uomo, con intuito e una galleria straordinaria e una totale incapacità di vendere un’opera.



Credo che Daniele Balice, in quei tre minuti ne ereditò pregi e difetti. Però Colin diventò il riferimento di artisti, galleristi, collezionisti più sofisticati di tutto il mondo. E per me resta un mistero il segreto della sua indigenza. Ottimi artisti, richiesti da tutti ma senza apparenti riscontri economici. Ma anche sua moglie Pat Hearn non fu un’abile venditrice (come la sua competitor Mary Boone) perché anche lei amava più le opere, che preferiva tenersi, che il denaro. E durante la sua malattia, che l’avrebbe stroncata di lì a poco, gli amici artisti donarono un’opera (mi pare anche Jeff Koons) e indissero un’asta affinché si curasse. Perché una delle più famose galleriste di New York non aveva i mezzi economici per potersi curare. Ma questa straordinaria solidarietà non produsse gli effetti sperati e poco dopo, a soli 41 anni, Pat ci lasciò. E Colin de Land, che l’assistette amorevolmente, la seguì a distanza di un anno, anche lui poverissimo e deceduto per la stessa malattia. Due grandi galleristi (non mercanti) che insieme lasciarono un vuoto forse non più colmato a New York. Se non dal ricordo di chi li ha conosciuti.

Contributi
Giampiero Poggiali Berlinghieri
...Ma come mi spieghi tu che in questi ultimi 50/60 anni, a parte Sandro Chia che è emigrato per tempo, Firenze non ha prodotto alcun artista di rilievo? La bellezza assopisce? La sindrome di Stendhal uccide la creatività? Bisogna vivere in metropoli desolate e violente per produrre buona arte? Tu che pensi? 

Caro Giancarlo, permetti che ti risponda anch’io al quesito che hai posto a Risaliti. Certamente non ci sono stati artisti dirompenti o geniali da sfondare in campo internazionale, soprattutto senza un aiuto critico o commerciale. Certo la critica militante nell’ambito fiorentino ha sempre affossato qualsiasi artista locale, mai facendosi carico di promuovere responsabilmente un artista del territorio “troppo provinciale”, come direbbe il nostro amico. Avendo un’ottima conoscenza della città e della provincia, posso assicurarti che ci sono tanti artisti davvero sorprendenti per capacità e inventiva. Per quanto mi riguarda ho cercato di avere un dialogo, facendomi promotore di conoscenze vissute con personaggi ormai in via di estinzione che potrebbero interessare il direttore Del Museo del ‘900. Il “nostro” non si degna nemmeno di rispondere.  La sua arroganza e la poca sensibilità non aiutano la città e gli artisti del territorio. Come sempre la mia stima, un caro saluto. Giampiero Poggiali Berlinghieri

I fiorentini? Sempre più guelfi e ghibelliniApprezzo la tua difesa d’ufficio ma penso anche che sono trascorsi più di cento anni da quando la gloriosa Lacerba ha chiuso i battenti (1915) dopo cruente lotte interne tra futuristi fiorentini (Palazzeschi, Papini e Soffici) contro i cosiddetti milanesi “marinettisti” (Marinetti, Boccioni, Carrà) espulsi dal vulcanico Giovanni Papini al grido di «Qui non si canta al modo delle rane», verso ripreso dal trecentista Cecco d’Ascoli. Questo per dirti che Firenze da sempre è stato un teatro di grande verve comica. Ma questo è il bello di Firenze. Perché ancora oggi a Firenze si respira l’atmosfera della battaglia di Montaperti: da ogni piazza, strada, angolo, salotto salgono grida bellicose contro il vicino o l’amico. Una città così non può generare geni ma simpaticissimi artisti e amici, questo sì. Firenze è bella perché è diversa, perché sprizza bellezza e cattiveria da tutti i pori, perché ha una energia straordinaia che si consuma nella maldicenza. Ma a Firenze, dopo ciò che ha dato, si perdona tutto e possiamo aspettare ancora cento anni forse mille prima che ci dia un grande artista. Ma cosa importa. La genialità c’è anche se l’odio la trasforma in una pantomima. Eppure ne ha avuti Firenze di artisti promettenti. Ma non è andata più in là di Giuseppe Chiari, simpaticissimo fluxus fiorentino (ma tutti i fiorentini sono Fluxus). Ha tentato in tutti i modi di arrabattarsi anche Maurizio Nannucci, con la sua compagna tedesca (autorevole giornalista) che lo ha proposto in tutte le salse a musei e istituzioni germaniche. Ma il nostro Maurizio, con un lavoro troppo fragile e di ovvia derivazione, non è andato molto lontano. A Firenze c’è stato invece un bel focolaio di poesia visiva (in particolare Lucia Marcucci e Luciano Ori) alla cui opera vorrei augurare esiti migliori in futuro. 

Roberto Calvi ci ricorda Pierluigi Mazzari
Caro Giancarlo, 
ho appena letto il tuo Amarcord (e le risposte alle lettere). Sei un grandissimo, come diceva il mio grande amico Mazzari, l’uomo più intelligente nel panorama artistico italiano.
Sono onorato di conoscerti.
Roberto Calvi

Io ipocondriaco, tu mio medico senza saperlo
Caro Roberto,
grazie a te invece. Io da buon ipocondriaco faccio tesoro dei consigli che mi dài per interposta persona e forse all'insaputa. E grazie per avermi ricordato Pierluigi Mazzari, il cui vuoto nel collezionismo milanese e non solo, è ancora presente. Ma cosa è successo della sua bellissima collezione? Dispersa? Uno di questi giorni ti telefono per avere un altro consiglio che mi faccia migliorare gli Amarcord e la scrittura. Ti abbraccio. 
Giancarlo

Apollonia e Bauman
Bentornato tra noi! Carissimo Giancarlo, mi piacerebbe sapere se nei tuoi tour per il mondo e nel mondo dell'arte, ti sei mai imbattuto in Bauman, il filosofo polacco della cosiddetta società liquida. Egli ha profetizzato davvero, attraverso i suoi scritti le sue riflessioni, quello che oggi siamo diventati. Tutto è liquido! Anche l'arte straripa in un fiume di incongruenze e velleità. Dai raccontami di Bauman. Oggi avremmo davvero bisogno di tanti Bauman, la nostra società odierna cosiddetta "contemporanea" ha smarrito il concetto di valori, di fondamentali che fanno di un individuo un uomo!  Aspetto i tuoi prossimi Aamarcord che necessitano attenta e meditata lettura. Apollonia

L’arte alla deriva? E gli intellettuali da legislatori a interpreti 
Cara Apollonia, 
mi fa piacere sapere che tu segui i miei Amarcord. Tu e Bauman avete ragione. La società solida dei nostri nonni si è trasformata nella società liquida nostra e dei nostri figli. E l’arte, che è parte (sempre meno?) della società, nuota affannosamente cercando una riva. Ma sino ad oggi ha trovato solo una deriva. Cara Apollonia, tu con la tua energia e il desiderio di crescere per trasformarsi, sei la vera espressione della liquidità in natura. Se Zygmunt Bauman ti avesse conosciuta certamente ti avrebbe dedicato il suo (troppo) famoso Liquid Modernity. Ma il grande pensatore polacco è andato ben oltre la sua società liquida. Ha annunciato anche la fine del ruolo degli intellettuali: da legislatori a interpreti. Che fine miserevole!

Afro Somenzari
Caro Politi,
ricevo sempre Amarcord e, con una punta di imbarazzante invidia, leggo con attenzione le imprese che insieme a grandi artisti hai realizzato e che, alcuni dei quali, ho avuto la fortuna di conoscere personalmente e diventarne amico. Uno di questi è Enrico Baj del quale poco si sente parlare e, a dire il vero, egli stesso amava citare Platone che affermava di non essere specialmente amante della vittoria. Sto riferendomi alla Patafisica della quale fu promulgatore in Italia diventando Satrapo Trascendente nominato dal Collège de Pataphysique insieme a Sanguineti, Fo ed Eco. Forse mi sbaglio dato che, meno se ne parla meglio è, sempre secondo i dettami della Scienza delle Scienze, tuttavia lo scopo di Amarcord è quello di ricordare per far rivivere e francamente sarebbe un piacere riscontrare testimonianze di artisti e amici che hanno percorso con lui tratti di vita. Da parte mia mi piacerebbe raccontare alcuni episodi che ci coinvolsero in affetto, stima e considerazione, tuttavia non so se siano interessanti. Vediamo se qualcuno risponde. Grazie per la pazienza Caro Politi, e buon viaggio. Afro Somenzari

Non so molto di patafisica
Caro Afro, 
non so molto di patafisica. So però che tu sei stato uno dei fondatori del Collegio di Patafisica italiano, insieme a Enrico Baj e Ugo Nespolo. Dunque tanto di cappello, anche se io l’ho sempre considerato un circolo di buontemponi, certamente sbagliando. Ma a quei tempi io dovevo lavorare duramente e non potevo seguire ciò che consideravo delle goliardate. Che invece certamente non erano, se si pensa che il vostro padre fu Jarry. Ho frequentato Enrico Baj (ho effettuato anche un viaggio a New York con lui, insieme a Renato Barilli e Giorgio Marconi) ma non c’è mai stato un feeling particolare tra noi. L’ho sempre ritenuto un ottimo artista che però è riuscito sempre, non so come mai, a danneggiarsi. L’autolesionismo è forse il fin della patafisica? Raccontami qualche episodio divertente per i lettori, ma non dilungarti troppo. Un abbraccio.

Maria Chiara Salvanelli
Gentile Direttore,
le scrivo perché il 4 aprile ci sarà la prima delle quattro giornate dedicate alla figura di Enrico Crispolti, scomparso lo scorso dicembre, promosse dall’Archivio Crispolti Arte Contemporanea insieme alle istituzioni che le ospiteranno di volta in volta. Il 4 aprile sarà a Milano all’Accademia di Belle Arti di Brera e sarà curata da Luisa Somaini insieme a Livia Crispolti e Ignazio Gadaleta. Sono stati coinvolti artisti, storici dell’arte, curatori, direttori di museo e d’archivio, galleristi, editori d’arte, restauratori ed ex studenti che hanno collaborato con lui in vari modi e ognuno di loro farà un intervento di non più di 10/15 minuti l’uno, nell’intento di fare un primo bilancio della multiforme attività dello studioso Enrico Crispolti e della sua personalità eclettica e sfaccettata, componendo un mosaico di voci formato da coloro che hanno avuto il privilegio di conoscerlo, di lavorare con lui o di essere suoi allievi. Alcuni nomi tra i 38 relatori: Luca Massimo Barbero, Renato Barilli, Lorenzo Giusti, Ugo Nespolo, Paolo Laurini, Fabrizio Plessi, Francesco Tedeschi, Luca Pietro Nicoletti, Marco Tonelli. Gli altri appuntamenti saranno a Roma alla Sapienza il 27 maggio e poi in autunno a Siena, Firenze e Salerno. Le allego il comunicato stampa, la bio di Crispolti e l’elenco dei relatori di Milano insieme ad alcuni ritratti di Crispolti. Spero che potrete dedicare un po’ di spazio alla sua figura e alla sua storia. Un cordiale saluto,
Maria Chiara Salvanelli

Enrico? Un gentile notaio dell’arte
Enrico Crispolti, che io ho conosciuto sin dai primi passi, cioè da Alternative Attuali, all’Aquila (1962) è stato un critico molto diligente e mi dicono ottimo docente a Siena. Ricordo che fu ingiustamente osteggiato da Giulio Carlo Argan, che gli impedì l’accesso all’Università di Roma, preferendo assistenti più codini. Conobbi e frequentai anche sua moglie, Maria Drudi Gambillo, preziosa collaboratrice e forse sostenitrice dell’economia domestica con la sua attività di abile mercante d’arte. La Maria Drudi Gambillo, che purtroppo morì giovane, ebbe anche una galleria d’arte di cui non riesco a ritrovare tracce. Entrambi, Enrico e Maria, molto amici e sostenitori di Lucio Fontana, su cui scrissero tomi e tomi, gestirono tantissime opere di Lucio, ma veramente tante (all’epoca economicissime). Ogni volta che mi recavo a casa loro, le pareti traboccavano di opere di Fontana e di Enrico Baj. Enrico Crispolti è stato un grande conoscitore del secondo e terzo futurismo, ma poco selettivo sull’arte contemporanea. Per Enrico una mostra o una presentazione non si negava a nessuno. E forse aveva ragione.

Paolo Pagnoni
Scusa Giancarlo,
mi dici in che anni eri nel Lower East Side? Io ci sono stato per cinque duri anni. Lavorando con arte cinema ed ancora. Grazie per una risposta.

I nostri memorabili anni ‘80
Paolo, io non sono mai vissuto nell’East Village. Né a New York. Soprattutto negli anni ’80 con Helena, da Milano ci recavamo spesso nella grande mela (per un paio di settimane almeno 5-6 volte l'anno) e nei momenti di fulgore frequentavo l’East Village. Ma non vi ho mai abitato. Abitavo nel mitico Chelsea Hotel, dove incontravo tutti, da Andy Warhol a Christo, Jeffrey Deitch….. Ma ho avuto anche la fortuna (relativa, io preferivo sempre il Chelsea) di abitare gratuitamente nei migliori hotel di New York (Pierre Hotel, La Plaza) e di Los Angeles (Le Mondrian), di Londra e Parigi, grazie a tal Ashkenazy, curioso collezionista, grande allevatore di polli (ne possedeva 200 mila, mi raccontava: e ogni mattina raccoglieva oltre 100 mila uova, operazione a cui lui assisteva devotamente alzandosi alle cinque del mattino) e proprietario di alcuni hotel a Los Angeles, presentatomi da Enzo Cannaviello e che in cambio della pubblicità in Flash Art, lui, grazie ad un ingegnosissimo scambio con i suoi splendidi Hotel a Los Angeles, riusciva a trovarci stanze in tutto il mondo. Grazie a lui ho abitato in alcuni degli hotel più belli e carismatici dell’universo. A volte con qualche imbarazzo. Il mondo dell’arte è per noi sempre stato pieno di sorprese e di grandi stravolgimenti. Di grandi piaceri e qualche delusione. Ricordo che viaggiavamo sempre in prima classe, grazie ad un caposcalo della TWA, di origine italiana, amico di Luciano Paladini e di Claudio Poleschi, che per amore dell’Italia, quando v’era posto (e ce n’era sempre) ci cambiava la nostra carta di imbarco economica in una di prima classe. Viaggi mitici, ricordo. Anche grazie a questi piccoli lussi, i nostri anni ’80 furono memorabili. E indimenticati.

Paolo Mozzo mi chiede di Angel Ortiz
Caro Giancarlo,
è la prima volta che ti scrivo e lo faccio per una curiosità che mi assilla; nella foto che hai pubblicato di Patty Astor con opere di Keith Haring presso la Fun Gallery, del 1983 (fotografia di Eric Kroll), si vedono chiaramente gli interventi di Angel Ortiz, che lavorara, a volte, a due mani con Keith Haring. Si dice che fossero amanti, ma tu che hai vissuto dal vivo quel periodo hai potuto conoscere Angel Ortiz? Era un graffitista valido oppure solo un assistente? Il fatto che oggi sia sparito di fatto dalla scena artistica americana dei graffitisti che contano è legato alla sua mediocrità come artista o all'incapacità di chiudere accordi con i grandi galleristi dell'epoca?
Grazie in anticipo se avrai voglia di soddisfare le mie curiosità. Ciao. 
Paolo Mozzo

Angel Ortiz è LA2. E un ricordo di Edit DeAk.
Caro Paolo,
ma non ti sorprendere se un ottimo grafitista sia scomparso dai libri e dalla storia. Succederà a tutti. E non solo ai grafitisti. Ma il tuo Angel Ortiz (Little Angel 2), che si firmava LA 2, è ancora vivo e si attende il suo recupero, perché è stato famoso e bravo (ed è relativamente giovane: 1967). Amico e collaboratore di Keith Haring (come lo furono tra loro Andy Warhol e Jean Michel Basquiat), già dall’età di 14 anni, espose da solo o con Keith Haring, in importanti gallerie (Tony Shafrazy, Robert Fraser, Fun gallery. A Milano si presentò con una bellissima mostra insieme a Keith Haring, da Salvatore Ala e nel 2005 ha esposto alla Leonardo di Bolzano, che non conosco). Non era solo un assistente (anche se molto protetto) di Keith Haring, ma un bravissimo artista che collaborò intensamente con Keith. Purtroppo, la scomparsa di Haring lo ha fatto cadere in una sorta di dimenticatoio, ma pare qualcuno se ne stia occupando. Amante di Keith Haring? Probabile. Keith era un seduttore raffinato.
Ma se vuoi conoscere meglio Rammellzee e il graffitismo americano, leggiti l’articolo che segue di Edit DeAk, nostra amica e direttrice di Art Rite, la vera rivista dell’underground newyorchese. Edit, nata a Budapest nel 1948, fuggì con il padre, nascosta nel bagagliaio di una macchina, nel 1968. E attraverso la ex Yugoslavia prima e l’Italia poi, dopo varie peripezie, riuscì a raggiungere New York, dove nel 1972 si laureò brillantemente alla Columbia University. Edit era molto intelligente, dinamica e curiosa e i suoi interessi si indirizzarono subito verso le Street Art e la performance, per cui fu molto riluttante a collaborare con riviste dagli interessi più ampi, malgrado fosse insistentemebte invitata da Art in America, Artforum e Flash Art. Assieme a Walter Robinson e grazie ad un supporto dei programmi Whitney, fondò una sorta di fanzine, Art-Rite, che ebbe molto seguito nella New York dell’underground. Anche a causa delle sue frequentazioni, si lasciò coinvolgere dall’uso della droga. Anche per questo fu una bellissima meteora. Morì povera e e dimenticata nel 2017.

Un bellissimo articolo di Edit DeAk su Rammellzee e la New York anni ‘80
http://www.carrierinoesi.it/mostre/rammellzee/

Cristina Cobianchi
Gentile Giancarlo Politi,
Le scrivo perchè vorrei informarla di qualcosa che penso possa farle piacere. L’artista Angelo Bellobono (Nettuno, Roma 1964) ha realizzato dei bellissimi libri d’artista su vecchie copie di Flash Art, alcune entrate in una prestigiosa collezione. In questi giorni fino al 28 febbraio, ne abbiamo uno esposto nella mostra personale dell’artista dal titolo Linea Appennino 1201, a cura di Elisa Del Prete. L’artitsa dipinge su ogni pagina (in questo in mostra ci sono 97 acquerelli, oli e tecnica mista) e il risultato è veramente molto interessante. Può averne un’idea anche visitando la gallery del nostro sito www.albumarte.org, ma resto a disposizione per ulteriori informazioni se le può fare piacere. Sono la fondatrice e presidente di AlbumArte,  uno spazio indipendente e no profit con sede a Roma, che si caratterizza per le sue collaborazioni internazionali e i suoi cicli di approfondimento sui vari linguaggi del contemporaneo come videoarte, pittura, fotografia, scultura, istallazioni, performance, sound art, concerti e residenze, privilegiando nel suo sostegno gli artisti più giovani o emergenti. Ha attivato collaborazioni con istituzioni pubbliche come il Museo MAXXI, La Galleria Nazionale di Arte Moderna e Contemporanea di Roma, l’Institut Français, la Real Academia de España, l’Ambasciata dei Paesi Bassi, l’Ambasciata della Repubblica di Lituania; Fondazioni pubbliche come la Moondrian Found e la Nordic Artists ’Centre Dale; piattaforme indipendenti come Vision Forum; Ministeri della Cultura, Istituti di Cultura e Università in Italia e all’estero. Realizza mostre con artisti e curatori italiani e internazionali e progetti contituativi tra i quali: Anteprima, AlbumArte | VideoArtForum, AlbumArte | Residenze, Produce brevi video e documentari sull’arte contemporanea. Un caro saluto 
Cristina Cobianchi

Omaggi a Flash Art? No grazie per favore.
Cara Cristina, 
sapendo quanta fatica mi è costata realizzare Flash Art, talvolta ogni numero una sofferenza e un miracolo, che non mi incuriosisce vederlo maltrattato o scarabocchiato da artisti. Io credo che la rivista, almeno nel suo complesso, sia molto migliore del lavoro di tantissimi artisti. Anche della stessa Strategia di Maurizio Cattelan, che certamene è l’opera più significativa e famosa realizzata usando copie di Flash Art. E forse anche una delle meno riuscite di Maurizio. Ma all’epoca, si faceva ciò che si poteva. Invece ho molto apprezzato il numero di Flash Art realizzato da Guillaume Bijl, uno straordinario artista belga, portato in Italia dalla infaticabile Grazia Terribile, in occasione di una sua mostra, credo proprio nello spazio di Grazia qui a Milano. Un bellissimo numero con idee nuove che ci insegnarono anche a noi. L’entusiasmo di Grazia Terribile, fantasiosa e facoltosa proprietaria terriera di Gravina di Puglia, caratterizzò, disperdendo una parte del suo capitale ma con intuizioni brillanti, il mondo dell’arte milanese. Invece Guillaume Bijl sembra essere stato fagocitato, con il suo genio turbolento, dalle voragini dell’arte europea. Peccato.

Donatella Surian
Ringrazio moltissimo per queste raccolte di ricordi, sono un tesoretto e come tali le conservo per immaginare una realtà così particolare da sembrare, oggi, incredibile.
Spero vivamente che vengano raccolte in un volume, volume che non vedo l’ora di acquistare…
Donatella Surian, Scuola del Vedere / Trieste

La realtà è sempre incredibile
Cara Donatella, ricordati che la realtà è sempre incredibile. Basta saperla guardare.

Christian Naccarato
Ciao Giancarlo,
sono Christian Naccarato, giovane aspirante regista, studente dell’accademia di belle arti di Venezia e assiduo lettore di Flash Art. Ho appena letto sulla rivista del cambio di rotta e ti scrivo appunto per poter continuare a ricevere le lettere, o meglio gli “Amarcord”. Ti ringrazio in anticipo. Cordiali saluti,
Christian Naccarato

Volli, sempre volli, fortissimamente volli
Caro Christian,
Flash Art, con mia figlia Gea e il suo staff segue il mondo nuovo. Io sono costretto a rincorrere i ricordi. Ma questa è la vita. E tu ricordati delle parole del conte Vittorio Alfieri: "volli, sempre volli, fortissimamente volli". Arriverai ovunque.

Paolo Lazzarini
Bravissimo Giancarlo, 
seguo con grande interesse i suoi Amarcord, meravigliose pennellate di luce, colore e calore.
Mi chiedevo di tutta la sua vasta esperienza e conoscenza. Le sarebbe possibile offrire un supporto nell'indirizzarci su cosa è rimasto oggi 2019 a New York che valga la pena vivere per provare ad entrare nel mondo dell'arte.
Grazie 
Paolo Lazzaroni

New York? E’ tutta l’arte del mondo
Caro Paolo,
non so cosa dirti. Non vado a New York da un po’ di tempo, però sono sicuro che è ancora il posto più stimolante al mondo. Se andrai, mettiti in un angolo tra due strade, magari a Times Square. In poco tempo capirai l’arte contemporanea e perché è così. Il vero museo di New York non è il MoMa (comunque il più bello al mondo) ma le strade e le piazze multicolori e chiassose e musicali della città. Lì incontrerai e capirai Jackson Pollock, Franz Kline, Jasper Johns, Robert Rauschenberg, Leo Castelli, Andy Warhol. Cioè tutta l’arte del mondo dal 1945 ad oggi. E con un po’ di immaginazione anche i futuristi, molto più vicini a New York (senza conoscerla) che a Milano.


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20159, Milano 
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