mercoledì 28 agosto 2019

Antonio Trotta, l'artista dei due mondi non c'è più. Una carriera divisa tra L'Italia e 'Argentina


Antonio Trotta
"Soltanto il nulla è senza luce"

"l'artista che sussurrava al marmo, facendogli credere che fosse tela, velo, carta, e leggero come una piuma" (A.R.M.)

A volte, la trasformazione di qualcosa che esiste nella realtà, in qualcos'altro, che si perde nei secoli, restando sempre uguale a se stessa, è il gesto più rivoluzionario che un uomo possa immaginare di fare nel rispetto della tradizione e di una storia millenaria universalmente riconosciuta...Antonio Trotta l'ha fatto. Non a caso,diceva: sulla sua pagina di fb. del 27 maggio, 2019: "ARTE...TORNA ARTE"...
A Pietrasanta - Foto di Nicola Carrino


FONDATORE DEL GRUPPO SI, TROTTA AVEVA ESORDITO A BUENOS AIRES. UNA FIGURA SOLITARIA, MA DIALETTICAMENTE ATTIVA


Finestra sul vetro, 1972

Balcone - Lampione, Biennale di Venezia 1976

Panorama mobile reale, 1969
Da Artribune
a cura della redazione, 26 agosto, 2019
“Lo spazio fra me e l’opera comincia ad annullarsi nel momento in cui posso vedere tutto ciò che mi circonda come fossero cose già dipinte o scolpite. (La pittura, la scultura, la letteratura, la storia dunque sono il solo materiale passibile di essere dipinto, scolpito, ecc.) Andare verso uno stato di pietrificazione fra le cose e sentire il dubbio sulla propria esistenza; è come osservare l’irrealtà del fuori stando nella realtà dell’opera, dentro la quale una fotografia è vera come un’immagine in uno specchio. La sensazione dello spazio nasce parallelamente alla voglia di uscire dalla propria immagine dipinta”. Così Antonio Trotta, originario della provincia di Salerno, nato a Stio, nel 1937, definisce sul sito web che racconta il suo lavoro la propria poetica. 

CHI ERA ANTONIO TROTTA
Scomparso il 26 agosto, in una triste giornata che ha visto andarsene anche il collega Eliseo Mattiacci e il fumettista Massimo Mattioli, Trotta ha trascorso parte della sua vita in Argentina, Paese che vede gli esordi dell’artista al Museo de Arte Moderno e all’Istituto Torcuato di Tella a Buenos Aires. È sempre l’Argentina, in un anno saturo di contestazioni che avvolsero e coinvolsero anche il mondo dell’arte, a offrirgli nel 1968 la soddisfazione di rappresentare la nazione alla Biennale di Venezia al Padiglione di bandiera. Fondatore del Gruppo SI, dal 1969 al 1973 collabora con la Nizzoli Associati e realizza progetti d’architettura e urbanistica nello Stivale ma anche a Siviglia, tra le altre. “La sua è una scultura che si muove su una dualità assoluta e calzante tra forma e spazio, leggerezza e classicità, modularità e rigore, realtà e finzione. Con un approccio anche paradossale, che include sconfinamenti, ma con un unico filo conduttore, che permane da oltre mezzo secolo: il legame con la forma. È una scultura che – in particolar modo negli Anni Sessanta e nel decennio successivo – vive lo spazio, lo circoscrive, lo denota, lo prescrive, lo crea. E non rinuncia a interfacciarsi con altri medium, come la fotografia, il ricamo e la performance, ma sempre in relazione a una plasticità che è anzitutto scultorea”, scriveva di lui su queste colonne Lorenzo Madaro solo due anni fa, raccontando una figura “solitaria e dialetticamente attiva”, divisa una volta tornata in Italia tra Milano, Pietrasanta e Terlizzi.

L'ASPETTO UMANO

Alcune foto di famiglia, con amici, amici artisti, critici e maestri storicizzati
A Comabbio (Varese) in visita a Lucio Fontana in convalescenza,
settembre, 1968


Con Dadamaino, Milano, 1981
Con Angelo Riviello, Milano, 1976
Con Salvatore Esposito, Milano, 2010
Antonio Trotta, Libro letto nel ’70, 1970 – photo Shigeo Anzai
Avtonio con la piccola Mafalda a Buenos Aires

Antonio con Mafalda, Milano, 1976

Famiglia Trotta e Nagasawa in vacanza

Antonio diventato nonno, con Mafalda, ormai donna e mamma  di famiglia
Con Lea Vergine
LA CARRIERA

Tante le mostre e le pubblicazioni che hanno dato forma anno dopo anno alla sua carriera: dalle gallerie Christian Stein di Torino alla Marilena Bonomo di Bari, da Cesare Manzo a Pescara, a Cardi a Milano per citarne solo alcune. È presente altre tre volte in Biennale, nel 1976, nel 1978 e nel 1990. Tanti i musei in Italia e all’Estero che ne presentano il lavoro. Nel 2007 nasce inoltre il Museo Archivio Antonio Trotta a Stio, inaugurato con una mostra personale e una permanente con le opere Il Patio, Ricamandosi, La raccolta. Nel 2009 diventa membro dell’Accademia Nazionale di San Luca. Tra le mostre più recenti quella dedicatagli dalla galleria Like a little disaster a Polignano a Mare che riproponeva l’operaPaquete especial del 1966, presentata per la prima volta nel 1967 a Buenos Aires.

Da exibart, 27 agosto, 2019

È morto Antonio Trotta. Lo scultore italiano che trasformò il marmo in carta
Scontrini
Fogli
Sospiri
Agosto drammatico. Dopo Massimo Mattioli ed Eliseo Mattiacci, ci lascia anche Antonio Trotta. Scultore immenso, che era riuscito a far credere al marmo di essere carta!
L’uomo ci lascia all’età di 82 anni. Una carriera lunga, che già negli anni 70 lo vede attivo nella sperimentazione di materiali e tecniche varie. Collabora con il vetro, la plastica, il rame ed altri metalli, ma troverà nel marmo la sintesi perfetta tra tecnica e poesia. E proprio dal marmo partoriranno le sue opere iconiche, riconosciute in tutto il mondo come capolavori assoluti della scultura contemporanea.
Nella serie “ I sospiri” è il vento che disordina un gruppo di fogli di marmo, ora di carta, appesi al muro senza alcuna particolare attenzione.
Altri tempi
Opera
In “Altri tempi” probabilmente Antonio Trotta piega in modo definitivo la coscienza del marmo. E lo fa dolcemente. Più che lo piega lo convince alla morbidezza. Gli fa credere di essere leggero! Allora vediamo blocchi di marmo appallottolati o piegati che ritornano al loro essere pietra consapevoli del fatto che comunque porteranno con loro i segni delle pieghe di carta! E’ così permeabile il rapporto tra i due elementi che Antonio Trotta, nella recente serie degli “Scontrini” (dal 2000 ad oggi), incide delle lastre di marmo infinitamente sottili come fossero dei veri e propri scontrini fiscali.Antonio Trotta nasce a Paestum nel 1937. Si trasferisce in Argentina e nel 1960 è tra i fondatori del gruppo SI. Dal 1969 al 1973 collabora con la Nizzoli e Associati, sperimentando interventi di “progettazione totale” che lo coinvolgeranno, insieme a grafici, architetti ed altri artisti, nella realizzazione di progetti di architettura e urbanistica sia in Italia che all’estero. Centinaia le sue mostre in tutto il mondo tra cui ricordiamo le tre Biennali di Venezia (1976, 1978, 1990), la Galleria d’Arte Moderna di Roma (1980), Il Pac di Milano (1982, 1988, 1989), Il National Museum di Osaka (1979). Nel 2007 poi ha inaugurato il Museo archivio Antonio Trotta a Stio, dove sono custoditi molte delle sue opere, insieme a documenti, fotografie e testimonianze.

Antonio Trotta

Intervista a cura di Duccio Nobili - pubblicata sul n. 265 di Segno

Duccio NobiliMarmo canta. Fin dal titolo questa mostra mette in campo il cortocircuito innescato tra il marmo e le illusioni materiche provocate dalla sua lavorazione. Cosa significa per lei lavorare con questo materiale?

Antonio Trotta – Secondo Giorgio Colli i greci avevano l’arroganza di possedere la luce. Di ritorno in Italia nel 1968, dopo essere stato parte delle avanguardie degli anni sessanta e dopo che tale linguaggio futuribile o effimero si fosse esaurito, venne l’idea, a me e a pochi altri, di rivolgere lo sguardo verso le nostre origini. Sono nato vicino a Paestum e Velia, la Elea da cui Parmenide, insieme a Zenone, aveva portato ad Atene la filosofia “Eleatica”.Questo ritorno ai materiali nobili include il mosaico e il bronzo. Da qui nacque la mia nuova scultura ispirata al dio Vulcano che devolve a Empedocle il sandalo fuso in bronzo, nato come in natura, intero, non costruito come gli oggetti allora di moda. L’oggetto, essendo “letterario” serviva di più agli organici di qualche ideologia.

Da secoli il marmo viene utilizzato per fingere altri materiali nella scultura. Come si è rapportato, se lo ha fatto, con questa tradizione?
Da secoli il marmo finge di essere imperatore, ballerina e quant’altro. In realtà, lontano da certe retoriche, la ballerina non è più la ballerina reale. Composta di bronzo o marmo essa nasce come un nuovo essere che vive di bronzo o di marmo, lontano dall’originale effimero.
Quando ha scelto di trasformare il marmo nel suo strumento d’espressione privilegiato?
Per me è soltanto un problema di luce. Ho capito che il marmo era il materiale che meglio mi permetteva di sviluppare una ricerca in questo senso.
In mostra sono presentati lavori che utilizzano una grande varietà di strumenti e materiali, dall’aleatorietà della fotografia, passando per il metallo fino alle materie plastiche o il mosaico, quale ritiene essere il filo rosso che tiene insieme queste esperienze con il suo più recente lavoro sulle ambiguità materiche del marmo?
Negli anni della svolta, dello sguardo alle nostre origine liberato dalle “militaresche” avanguardie, si accede a quel cosmo in cui, come aveva detto Savinio, non ci sono più ponti che uniscono la realtà con la finzione, scompaiono i confini tra l’arte e la vita. Siamo liberi di navigare in un cosmo infinito di materie e artifici nella rappresentazione della rappresentazione.
Lucio Fontana, Hidetoshi Nagasawa e Luciano Fabro, sono questi alcuni dei nomi che vengono presi in causa per accompagnare lo sviluppo del suo lavoro, cosa hanno rappresentato per lei questi artisti e intellettuali?
In realtà fu l’argentino Fontana il mio vero riferimento. Io partecipai alla Biennale del ’68 per l’Argentina e Fontana aveva una sua grande sala. Fui invitato, dato il suo stato di salute, a Comabbio a visitarlo, e lì passai tre intense giornate in sua compagnia. Nella Biennale precedente era stato premiato un altro argentino, Le Parc. Oggi con la mostra di Fontana a Milano si dimostra che cosa era l’Argentina del tempo. Dal nostro punto di vista l’America colta eravamo noi, sia per quanto riguarda l’arte che la letteratura. Gli ultimi anni di Borges, l’uomo più erudito del mondo, furono infatti occupati da un numero infinito di conferenze nelle università americane.
Io ero stato invitato a New York da un curatore della Guggenheim, ma Fontana mi consigliò di tornare a Milano, e infatti questa città nei primi anni settanta era diventata il centro del mondo, con gli artisti americani che erano venuti qui a fare l’America.
In Argentina, che era dotata di una classe culturale evoluta, ero stato scelto insieme a una decina di giovani che avevano alle spalle alcune mostre realizzate nel Museo d’Arte Contemporanea di Buenos Aires, in quello di Belle Arti e nell’istituto di Tella, creato da un industriale italo-argentino allo scopo di promuovere mostre nazionali e internazionali, poi portate in mezzo mondo. Nel ’68 io e questi giovani siamo stati invitati a realizzare la mostra “Experiencias Visuales”. La mostra fu distrutta e le opere buttate in strada allo slogan «La vera opera d’arte è la revolucion». È allora che fecero la revolucion con quindicimila morti in nome di Che Guevara, Castro e la sinistra Peronista. Noi giovani famosi dovevamo andarcene dato che non volevamo armarci per ammazzare degli innocenti. Per fortuna le mie opere ebbero successo a Venezia e un gruppo di artisti milanesi come Fabro e Nagasawa volle venire a conoscermi. Ebbi così l’occasione di integrarmi creandomi un gruppo di artisti amici. A Milano nel ’68 l’Arte Povera non era ancora ufficializzata e, anche se non ero d’accordo con le loro teorie rivoluzionarie, da cui ero appena scappato, conobbi e fui amico di tutti i suoi rappresentanti.
Anche il tempo è un tema ricorrente nelle opere esposte in galleria, l’istante congelato nella serie dei Sospiri, l’accenno biografico solidificato nei più recenti Scontrini fino all’intrecciarsi di presente e passato di Altri tempi. In che modo le riflessioni di Borges su questo e altri temi hanno influenzato il suo lavoro?
“Altri tempi” vuol proprio dire che tanto io quanto le mie opere vengono da lontano, da altri tempi da cui viene l’arte che non vuole identificarsi con l’oggi.




Antonio Trotta
Galleria Giovanni Bonelli, Milano
L’Intervista a intervista a cura di Duccio Nobili è pubblicata sul n. 265 di Segno

IMMAGINI ALTRE TRA FOTO E OPERE
Paestum

La Cascata


L'ulivo a oriente

Michelle, che posa per l'opera "Ricamandosi", 1976


Trotta, Milano, anni 70


Trotta, Milano, anni 70

Trotta, Milano, anni 70






Foto souvenir con i suoi parenti e amici di Stio

Nella Galleria di Susanna Orlando, Pietrasanta

Foto souvenir con i suoi parenti di Stio

Bagno nel fiume Calore, nei pressi di Stio


domenica 4 agosto 2019

Amarcord 31 - Incontri, Ricordi, Euforie, Melanconie di Giancarlo Politi

 
Amarcord 28
 
per intervenire, controbattere o esprimere una propria opinione scrivere a
giancarlo@flashartonline.com

Patrizia Valduga
La collezionista di rime baciate
Quando siamo a Milano, ogni domenica io e Helena andiamo a pranzo da Feltrinelli, nella sua nuova e tecnologica sede di via Pasubio, tra libri nuovissimi ed edizioni anche particolari. E approfittiamo del bistrot di ottima qualità che offre la libreria, per il nostro piatto preferito: l’amatriciana bianca, accompagnato da un bicchiere di rosso per me e uno charmat di Franciacorta per Helena. Piccolo peccato domenicale per noi in genere molto più spartani e vegani. E mentre attendiamo la nostra portata, sfogliamo le novità appena arrivate, riscopriamo alcuni libri dimenticati, ci imbattiamo in curiosità inaspettate. Conosciute e sconosciute. Frugare in una libreria ben fornita è una goduria che spero molti condividano con me. E Belluno (ed. Einaudi) di Patrizia Valduga è stata la sorpresa di domenica scorsa. Peccato ce ne fosse una sola copia e nemmeno l'ombra di altri volumi della Patrizia. Ho conosciuto Patrizia Valduga nei primi anni ’80. Forse me la presentò fugacemente Giovanni Raboni o me ne parlò Serena Vitale, ex moglie di Raboni. Mi chiese se potevamo offrire un lavoro nella redazione di Flash Art a Patrizia, da poco arrivata a Milano dal Veneto e bisognosa di lavorare. Io andai a conoscerla a casa di Raboni, che me la presentò fugacemente: una bella ragazza, ombrosa e misteriosa, già più noir che rosa e che evitò qualsiasi conversazione con me. Forse non mi degnò nemmeno di uno sguardo. Ma questa sua scontrosità, aveva il suo fascino. Più tardi chiesi a Raboni di farla passare in ufficio, per un breve colloquio, per capire cosa potesse fare nella redazione di Flash Art. Patrizia si presentò come al solito tutta vestita di nero con un’aria però molto sexy e noir e forse anche con la veletta, però non ci giurerei. (Ma ora sono anche terrorizzato, dopo aver letto un suo verso minaccioso, proprio nel libro appena acquistato: Se parlate di velette, vi ammazzo: e ora, ogni volta che uscirò mi guarderò alle spalle immaginandomi una donna in nero con un pugnale in mano come un personaggio delle spy story inglesi dell'ottocento). Quando arrivò da me le chiesi quali erano le sue esperienze di lavoro. Nessuna, mi rispose. Non so scrivere a macchina, scrivo solo a mano e non conosco alcuna lingua moderna. Non mi interessa l’arte contemporanea né la sperimentazione nella poesia. Capii subito che non era assolutamente interessata ad alcun lavoro in redazione, che anzi rigettava e che voleva solo scrivere poesie. E pensava che Flash Art fosse il posto giusto per avere una scrivania e uno stipendio per scrivere poesie. Ci salutammo cordialmente (almeno da parte mia) per darci appuntamento in altra circostanza. La quale circostanza si presentò pochi mesi dopo quando pensai di realizzare un mio sogno, cioè una rivista di poesia veramente contemporanea, come non ne esistevano, un po’ l’equivalente di Flash Art nell'arte. Mi sarebbe piaciuto ricercare e pubblicare i poeti più propositivi e nuovi di tutto il mondo. Allora chiesi a lei se se la sentiva di assumersi l’onere di dirigere una pubblicazione del genere, interagendo con tutti i nostri corrispondenti, in genere giovani critici molto informati e reattivi, che l’avrebbero messa in contatto con i migliori poeti e scrittori del loro paese, dalla Germania, Inghilterra, Usa, Giappone, Francia, ecc.

La sua risposta: non sono affatto interessata alla nuova poesia. Mi interessa di più un inedito di Petrarca che tutta la poesia contemporanea. Apprezzai la sua franchezza (che però mi turbò), le strinsi la mano e la salutai. Con ammirazione e rispetto.
Giovanni Raboni e Patrizia Valduga
E le nostre strade, incrociatesi in un primo momento grazie a Serena Vitale, grande slavista ed ex moglie di Raboni, allieva di Angelo Maria Ripellino, presentataci dai praghesi Jiri Kolar e Jindrich Ckalupecky si divisero. Mentre il figlio di Giovanni, Pietro, ottimo conoscitore della lingua e grammatica italiana, venne per un po' in casa nostra a dare qualche lezione di italiano a mia moglie Helena, Patrizia e Giovanni Raboni scomparvero dal mio orizzonte. Noi sempre più impegnati con l’arte, mentre Giovanni Raboni e Patrizia Valduga nella poesia. Loro non nutrivano alcun interesse per l’arte contemporanea, oppure si interessavano all’arte che piace ai poeti, un’arte cioè che assomiglia alla loro poesia: ma che era lontana dai miei interessi e dall’arte stessa. Comunque io li seguivo passo passo perché ritenevo Patrizia la poetessa più brava e innovativa in Italia. Strano parlare di innovazione per la più grande tradizionalista della poesia contemporanea. Ma io ho sempre preferito la sua poesia a quella di Raboni, che ho sempre stimato per il suo forte impegno civile ma anche non amato per le sue attitudini un po’ declamatorie e populiste. Invece Patrizia, all’epoca, poteva incendiarti con una rima, un verso, una parola. E spedirti anche all’inferno. Incredibile come si può rivoluzionare la poesia con la rima baciata o alternata. Come immaginare che un giovane pittore, con la mano di Raffaello possa sconvolgere l’arte contemporanea. Ma forse la poesia ha percorsi diversi.

Un anno più tardi venni a sapere che lei aveva contattato l’Editore Nicola Crocetti con cui aveva fondato la rivista Poesia. Probabilmente in lui aveva trovato un interlocutore più affine a lei di quanto non lo fossi io. Anche se dopo un anno il rapporto si concluse, non so bene a causa di cosa. Credo che la rivista Poesia sopravviva ancora, noiosa come era nata. Penso sia stata la rivista di poesia più longeva e noiosa al mondo. Ma si sa, la noia e la mediocrità hanno vita lunga. Solo io sarei riuscito a realizzare una rivista di poesia sperimentale internazionale leggibile, attraverso la rete dei miei corrispondenti e la collaborazione di artisti come Murakami, Maurizio Cattelan, Damien Hirst, Enzo Cucchi e i nuovissimi poeti e cantanti, le cui parole stavano cambiando il mondo e anche la poesia: Woodie Guthrie, Bob Dylan (anche premio Nobel per la poesia), Leonard Cohen, Paolo Conte, Fabrizio De André, Joan Baez, Jack Kerouac, Allen Ginsberg, Gregory Corso, Lawrence Ferlinghetti (che ha compiuto 100 anni a marzo), ecc. E comunque rivista di poesia certamente meno noiosa della petrarcheggiante Poesia di Crocetti, che aveva raccolto attorno a se tutti i sedicenti poeti italiani. E credo che Patrizia, rendendosi conto della qualità di Poesia, non vi abbia mai pubblicato nulla. E forse per questo si allontanò dopo un anno.

Primo numero della rivista "Poesia", Gennaio 1988.
Io ho sempre apprezzato Patrizia Valduga come una ottima, forse grande poetessa. Quando lessi il suo primo libro, Medicamenta (Guanda,1982), saltai dalla sedia. Come fai a non reagire a versi così tradizionali e innovativi:

Cuocimi bollimi addentami… covami.
Poi fondimi e confondimi… spaventami…
nuocimi, perdimi e trovami, giovami.
Scovami… ardimi bruciami arroventami.


Penso che Medicamenta, (dopo Laborynthus di Edoardo Sanguineti, che mi sconvolse alla sua uscita nel 1956 e scardinò il panorama di tutta la poesia italiana), sia stato il libro più innovativo, intenso e torbido, una vera stagione all’inferno del corpo e della mente, della recente poesia italiana. Ora voglio rileggermi Medicamenta e altri medicamenti (1989): voglio capire se i numerosi anni trascorsi hanno invecchiato quel mondo torbido e sadomaso che lei esprimeva così bene attraverso una poesia a rima baciata o alternata.
Ma intanto mi sono letto d’un fiato il suo ultimo libro, Belluno*, sempre di Einaudi. Dal suo linguaggio è scomparso il dirompente e selvatico erotismo giovanile, la pornografia in rima, per lasciar posto a dissacranti invettive sociali:


Di tutto quello che succede al mondo
cosa pensano quelli del PD?
Me lo domando, sì, e mi rispondo
che non può andar peggio di così.


Oppure questa illuminante dichiarazione di poetica:

Ma questa luna… non è un po’… poetica?
Sarebbe un crimine da parte mia.
E’ l’impoetico la mia poetica:
il poetico ammazza la poesia.


Versi che suggerirei a tanti artisti (soprattutto pittori) che cercano la poesia nelle loro opere. Perché io sono d’accordo con Patrizia Valduga, è l’impoetico la vera poesia.
Ma Patrizia, come il grande Jacques Prevert che riesce a costruire una poesia con i nomi di una dinastia di re francesi, lei si inventa una poesia con i nomi delle cime di montagne bellunesi, salvando la rima o l'assonanza. Incredibile. Un vero artificio poetico.


Serva, Roànza, Gusèla, Peròn,
Pis Pilòn. Marmolàda, Palughét,
Pelf, Pont de la Mortìs, Bus del Busòn,
Ferùch, Col Much, Col del Mul, Pramperét.

Jacques Prevert

Questa che segue è invece la poesia di Jacques Prévert, che io ho subito accomunato a quella di Patrizia Valduga:

Le belle famiglie


Luigi I
Luigi II
Luigi III
Luigi IV
Luigi V
Luigi VI
Luigi VII
Luigi VIII s
Luigi X (detto l'Attaccabrighe)
Luigi XI
Luigi XII
Luigi XIII
Luigi XIV
Luigi XV
Luigi XVI
Luigi XVIII
e più nessuno più niente...
Ma che gente è mai questa
che non ce l'ha fatta
a contare fino a venti?


Ma questa collezionista di rime che è la Valduga, vista la nuova raccolta, bellissima ma esile, che rappresenta il lavoro di oltre un anno, sta esaurendo la sua vena? Sono oltre trent’anni che Patrizia cattura rime ovunque. Che stiano per esaurirsi? Oppure le rime, come le parole, sono infinite? Perché allora lei lamenta che “ho nella testa qualcosa che preme… e non trovo alcuna rima in illi”.
Una veduta di Belluno
Belluno è la città dove Patrizia Valduga è vissuta sino a 28 anni e dove ogni anno torna per trascorrervi due mesi in relax (ma non può esistere relax per un’anima così in pena). Questo libro, che consiglio a tutti coloro che amano la poesia, non è un omaggio a Belluno ma al ricordo drammatico della scomparsa di Giovanni Raboni che affiora in ogni parola, verso, sospiro. Sconcertante il suo appello a Johannes (Giovanni, come Raboni) di Karl Theodor Dreyer e al suo verso drammatico:
Gesù Cristo, se è possibile, permettile di ritornare alla vita…. Dammi la parola…la parola che resuscita i morti.
Oppure: 
O care, care anime, 
papà, mamma, Giovanni! 
Accorrete, aiutatemi:
soffro da troppi anni!
Ma altro leitmotiv della raccolta è un appassionato (disperato?) appello al sidaco di Milano e al Presidente della Repubblica:
Caro sindaco mio, Giuseppe Sala,
e caro Presidente Mattarella,
è il momento, ci vuole un colpo d’ala:
fate una cosa buona e giusta e bella.


Raboni è fra i più grandi in ogni aspetto: 
è un patrimonio dell’umanità.
Intitolategli il suo Lazzaretto
in nome di giustizia e verità.


Mi chiedo se il sindaco Sala abbia mai letto questi versi e se abbia in progetto di accontentare Patrizia Valduga (e tutti noi in coda). Ma una bella via, il suo Lazzaretto, intitolata a Giovanni Raboni, il vate milanese, onorerebbe Milano e il suo sindaco.


Cari lettori, buone vacanze! Ci risentiremo a settembre con alcune novità.

Contributi
Un lettore dissente
Mi dispiace dissentire, spett.le Giancarlo  Politi, ma l’unico importante veramente internazionale critico italiano è stato Germano Celant che ha teorizzato un movimento con artisti che hanno avuto un riconoscimento da altri critici internazionali. In Italia, in verità, ci sono stati altri critici che hanno tracciato solo linee analitiche determinanti e sono stati Venturi Ragghianti e Menna a quest’ultimo credo che anche la sua rivista degli inizi deve qualcosa. Ed è venuto a mancare troppo presto Omar Calabrese. In effetti, il suo è un giornale d’arte che quando promuove artisti nuovi, a guardar bene, la loro novità per la maggior parte si riduce per lo più a essere artisti TRANSAVANGUARDISTI. La stragrande maggioranza degli artisti contemporanei pubblicizzati dalle riviste importanti d’arte, infatti, devono molto al manierismo su cui si è avvitata l’arte intiera, grazie al riconoscimento e alla dignità che ha attribuito loro Achille Bonito Oliva. Egli, nel bene e nel male, ha creato un parallelo tra arte manierista del cinquecento-seicento e l’ “arte d’avanguardia manierista contemporanea”. Il “pensiero liquido” o le “atmosfere” estetiche ne sono una derivazione o conseguenza; anche quello che è stato definito lo “stesso” travestito col linguaggio “altro” e guardato  come se fosse un “altrove”.  (Mi spiego meglio gli altri due critici da lei citati, sono tutti e due figliocci -Bonanni e Gioni - de’ “L’ideologia del traditore”, anche se questa ideologia del tradimento è stata erroneamente attribuita da Achille al “nichilismo” nietzschiano. Ma questo tipo di arte descritta da ABO, e che sta per collassare su se stessa, è  valida ancora per chi segue il racconto e il modello della “rappresentazione” dell’arte. La maggioranza degli artisti proposti dai circuiti e dal mercato dell’arte, per lo più, ancora non sono usciti dai canoni del “rappresentare” o di un “sentire” concettuale. Sono ormai da 8000 o 22000 secoli che l’arte del rappresentare graficamente o con la parola è stata fino a poco tempo fa in assoluto l’unico modello di comunicazione giudicato superiore per l’uomo. Essa (rappresentazione) ha permesso di costruire questa civiltà ormai in decadenza. Mi riferisco in particolare e in modo specifico a quell’attuale e superato “sentire” rappresentativo attraverso un modello di pensiero dialogico e filosofico imperante che fino a poco fa raccontava come vero (o addirittura come “verità”) la materia separata dal pensiero. Specie la visione di un io che poteva essere diversa da quella di un tu presenti in un ambiente, o in modo schizofrenico nello stesso organismo; o rappresentare uno spazio diviso dal tempo; o una materia divisa dall’energia; etc.; ovvero, mi riferisco a quel mondo della rappresentazione che da molti anni la scienza contemporanea ormai ha relegato in una bolla percettiva di un ambiente che produce una conoscenza piccola o una conoscenza relegata ormai in un ambito ristretto. Grazie a nuove geometrie, a una nuova matematica, a un nuovo modello di osservazione scientifica dove l’osservatore occupa uno spazio-tempo preciso e relativo da cui emerge la sua osservazione sta affermandosi un nuovo modo di produrre le opere, che sono più cognitive rispetto a un sentire che aprono a nuovi e relativi modelli di sentire. Tutti questi modelli fanno parte di un nuovo modo di organizzare il sapere attraverso un nuovo linguaggio formalizzato attraverso l’energia (Kurt Gödel, 1931) Non dimentichiamoci poi che le forme geometriche euclidee e la logica di Aristotele sono state superate già con Salvador Dalí quando nel 1958 accoglie nel suo racconto artistico il principio d’indeterminazione di Heisenberg, la quarta dimensione, la figura geometrica dell’ipercubo, fino all’opera poco prima di morire “Coda di rondine” (“rappresentazione” fantasiosa del proprio sudario [o dell’uscita di scena del proprio corpo fisico], attraverso la sua rappresentazione che nel titolo evoca la quarta catastrofe denominata proprio “coda di rondine” delle sette proposta dalla “Teoria delle catastrofi” di René Thom); e le ricordo che l’artista Catalano inizia negli anni ‘60 a girare con due bastoni retti a forma di chiasmo da una mano significando per chi non lo avesse compreso ancora: l’arte e la scienza unite nella nuova visione. Lo stesso Bonito Oliva in una intervista a me rilasciata per la rivista “Juliet” nel 2008 ammetteva che i transiti per le avanguardie rimangono ancora validi perché non vedeva alcuna nuova teoria che potesse riorganizzare o trasformare i parametri artistici. E non volle rispondere ad altre domande in merito. Anche perché egli non era informato sull’arte tecnologica e non poteva o voleva esprimere alcun giudizio. Cosa che feci per rispetto di un teorico che dichiara che ci sono limiti oltre i quali non può e non vuole andare. Alla fine, forse più per farmi contento, disse che egli si auspicava che l’arte fosse uscita da questa stagnazione e che sicuramente riprenderà la sua funzione (anche se aggiungo che gli artisti dell’informazione e della configurazione relazionale in evoluzione [mi riferisco a quelli che producono ora opere dinamiche nel linguaggio energetico] ci sono già e si contrappongono a quelli della rappresentazione (statica) di opere che separano ancora la materia dall’energia secondo i modelli di un “verbo” e costruendo un racconto con una immagine emblematica, ideale o concettuale che sia, e assemblando materiali del passato la cui materia  ripropone il “rappresentare”, o come immagine o come concetto o come “sentire”. (Non a caso all’arte “nichilista” o “ludica” della rappresentazione si oppone il modello di configurare le relazioni in uno spazio-tempo relativo in evoluzione). Qualche artista contemporaneo timidamente utilizza ancora per “rappresentare” i nuovi piani non euclidei o elastici e pochi altri utilizzano i bit dell’informazione, l’unica vera innovazione nell’arte contemporanea e seguita da pochi. Non so perché lei ce l’abbia con Bonito Oliva (né m’interessa saperlo), per non citarlo tra i teorici italiani. Comunque per me, dopo Celant, egli è l’unico, nel bene e nel male, che ha teorizzato e promosso artisti, trovando un collegamento teorico con il manierismo. Egli ha occupato il campo prima che non ci fosse un’altra evoluzione percettiva e cognitiva dello spazio dovuto alla scienza contemporanea. Il nostro critico italiano da lei dimenticato ha notato che ci troviamo in una situazione contemporanea simile a quanto capitò col rinnovamento dell’arte avvenuto poi col Barocco; quando s’introdussero e scoprirono i nuovi elementi scientifici come i due fuochi di osservazione, la rivoluzione della Terra intorno al Sole e della traslazione con il Sole e la Terra insieme, e che si concretizzò poi in filosofia con la visione dell’io e del tu che poi con Hegel e Marx fu proposta come dialettica, e anche nell’arte del rappresentare si tradussero in architetture dai doppi fuochi, da una visione di bizzarrie, di “grandi affreschi”, e altri ammennicoli e col moltiplicarsi di “riflessi” di quinte teatrali. Non parliamo poi della restaurazione dell’”Essere” in filosofia che ha ammorbato per quasi un cinquantennio anche l’arte del secolo scorso. Le voglio far notare che il “resto” principale nell’attuale panorama artistico della fiera del nichilismo è il continuo assistere al remake di quanto ha formalizzato Achille Bonito Oliva, che lei non ha citato volutamente, credo. Questi ha semplicemente affermato, forse anche in modo poco chiaro per lei, che l’arte contemporanea fin quando proporrà modelli culturali di carattere antropologico, sociologico, psicologico o concettuale rimarrà invischiata nel sistema dei Transiti delle Avanguardie storiche opposta a tutta l’arte precedente. Una situazione questa che potremmo definire di un radical chic fautore di un’arte nichilista nuova che continua a conquistare territori al vuoto. Ma senza novità, solo con l’uso di un’arguzia che è paragonabile al Barocco. Quest’arte di cui lei narra racconterà al massimo una “visione di una rappresentazione liquida” da cui emerge il racconto che tratta di una frattura che c’è stata con l’altra visione dell’arte ancora ancorata a una rappresentazione estetica che vuole affermare qualcosa che non sia il nichilismo o il popolare o il trash. Questa tipologia di opposizione fu inaugurata dalle avanguardie storiche del futurismo (in assoluto il più importante movimento), il dadaismo e il surrealismo. E diciamocelo una buona volta che tutto il resto è paccottiglia per far vivere il mercato da parte di mercanti riviste e critici che propongono i soliti artisti TRANSAVANGUARDISTI che parlano con un linguaggio liquido e fluttuante delle opere come il loro cervello. (Da non leggere questa affermazione come negativa perché mi riferisco qui alle innovazioni psicologiche che hanno introdotto “La società della mente” di Marvin Minsky e “il cervello modulare” di Richard Restak). Una cosa è il fiuto e una cosa è la teoria critica, però. Non parliamo poi del suo discorso di apertura sull’arte costruita secondo le neotecnologie dell’informazione. Queste oggi permettono di organizzare un sentire, una cognizione e delle forme di relazioni diverse da quelle opere che sono costituite su “conoscenze” teoriche ed estetiche di un sentire ormai del passato, anche se queste ultime costano tantissimo. Bene le hanno riferito: Nell’arte si costruiscono oggi messaggi attraverso algoritmi; questi sono delle procedure linguistiche con cui si organizzano i messaggi energetici, e che arrivano direttamente al cervello come stimoli senza passare per i cinque sensi tradizionali. I messaggi hanno bisogno di dispositivi traduttori per poter essere percepiti anche secondo le rappresentazioni sensoriali dell’attuale e già possiamo affermare del recente passato. Ecco perché l’arte del futuro rispetterà i canoni della trasmissione dell’informazione attraverso stimoli elettrosensibili. Questi stimoli, ripeto, sono traducibili anche in un linguaggio e in una percezione sensoriale “tradizionale” e ancora comune a tutti noi uomini di questi due ultimi secoli di transizione. Tale traduzione già oggi avviene attraverso quei dispositivi che traducono gli algoritmi (alias procedure logiche) in sensazioni e “oggetti” visivi, tattili, olfattivi, uditivi e gustativi (per i “nostalgici” il riferimento è ai cinque sensi) ma anche traducibile in immagini “concettuali”. I nuovi  giovani acquirenti milionari tra poco “sentiranno” meglio l’opera tradotta in messaggi di algoritmi trasmessa attraverso stimoli energetici sensoriali immediati che non quella tradotta con i dispositivi che hanno la funzione di tradurre in oggetti rappresentati i messaggi. La vendita all’asta dell’opera costruita al computer è stata una provocazione; però è importante sottolineare che quell’opera “d’arte” è stata fatta da un computer collegato a un programma e/o a un plotter o a una stampante giusto per dimostrare l’elevata esecuzione raggiunta oggi da una macchina logica. Lo faceva anche Harold Cohen con il programma AARON alla fine degli anni ‘60. Su queste procedure (o algoritmi), come è giunta notizia anche a lei, si sta lavorando dagli anni ‘60 del secolo scorso. Le dò un mio parere, anche se qui non opportuno e non richiesto: Non credo che ci saranno nel prossimo futuro degli artisti, bensì equipe di operatori estetici, che all’inizio illustreranno e sostituiranno i messaggi trasmessi oggi con la parola rappresentata e la materia rappresentata scissa dall’energia come è stato fino al secolo scorso. Le auguro Buona Arte nuova, Giancarlo Politi. I suoi templi dell’arte nichilista saranno tra massimo un paio di decenni dei “vuoti ricordi”. Le auguro che possa con lucidità ancora ricordarlo e scriverlo nei suoi Amarcord. Il resto dell’arte della materia pittorica fa parte già ora di un modello artistico del passato... compreso Rudolf Stingels, forse Jeff Koons per il suo stile neopop e per il suo recusare le spigolature, retaggi dei piani e del geometrismo euclideo, sarebbe da tenere in considerazione giusto se egli avrà un’evoluzione verso geometrie ancora più innovative quali sono le forme geometriche non Euclidee fino a 24 dimensioni ed oltre (n dimensioni). Ma non si può essere maghi e capirne l’evoluzione di un artista.
Saluti cordiali
Giuseppe Siano

Un lettore troppo intelligente per me
Caro Siano,
dissentire è un diritto e un dovere. Scrivere banalità invece è una responsabilità personale. E la tua email (scusami) è infarcita di banalità, di luoghi comuni, di grossolani errori anche nei nomi (Stingels invece di Stingel, Bonanni invece di Bonami) che denota una frequentazione dell’arte saltuaria e libresca. Sono convinto (metto la mano sul fuoco) che tu non ha mai frequentato un artista né un critico (a parte il già citato Bonito Oliva) né mai visto una mostra (mai Documenta, Manifesta o qualche Fiera d’arte seria). Ma ciò che ti rimprovero è che tu non sappia nemmeno leggere.
Germano Celant, Filiberto Menna, Achille Bonito Oliva
Infatti quando io parlo di critici con una autorevolezza internazionale intendo personalità che abbiano svolto un ruolo determinante attraverso grandi rassegne o diretto musei prestigiosi e in grado di far crescere fortemente la visibilità e l’autorità di un artista. Tanto di cappello a Germano Celant, per il suo lavoro, soprattutto negli anni ’70 e portato avanti sino ad oggi con grande sapienza e qualità da storico dell’arte contemporanea (anche se la conoscenza e l’impatto dell’Arte Povera nel mondo, in Italia è sopravvalutata: tu hai mai sentito parlare di Eva Hesse, Bruce Nauman, Joseph Beuys che arrivano dieci anni prima dell’Arte Povera?). Ma Germano è il vero storico di una certa arte contemporanea, senza alcun dubbio.
In ogni caso nessuno può vantare il curriculum di Francesco Bonami (Bonanni per te, forse perché più vicino al sindacalismo che all'arte): due Biennali di Venezia, Manifesta, Site, Whitechapel, Biennale del Whitney, Italics a Palazzo Grassi, chief curator per l’arte contemporanea al Museo di Chicago e grandi mostre personali in prestigiosi musei di tutto il mondo, consulente di case d’asta, ecc. ecc.. Massimiliano Gioni, molto più giovane, ha un curriculum e una autorità quasi analoghe e con il tempo potrà superare quello di Bonami. Germano Celant, grande organizzatore, rigoroso critico e intellettuale dell’arte, risente, come è naturale, della sua anagrafe. Ai suoi tempi il sistema dell’arte non esisteva. E negli ultimi anni abbiamo assistito a sue clamorose cadute di qualità e di stile, a causa della realizzazione di cataloghi generali su artisti di seconda battuta con risultati inutili anche per il mercato (vedi Mario Nigro). La sua azienda è diventata una grandiosa fabbrica di cataloghi che hanno dissanguato artisti e gallerie in cerca di gloria. Che non è mai arrivata. Germano Celant, con la sua organizzazione e la sua collezione mirabolante, è certamente il critico d'arte più ricco al mondo, ma non certamente il più importante. I tempi e le idee cambiano velocemente e non è facile inseguirle. Bonito Oliva? L’ideologia del traditore ha influenzato qualche intellettuale denutrito da Salerno a Palermo. A lui riconosco un forte intuito per l’arte e il ruolo avuto nel mettere insieme i cinque della Transavanguardia. E non è poco, credimi. Ma fuori d’Italia il suo ruolo è estato inesistente. ABO non ha mai, dico mai, organizzato una rassegna di livello fuori dall’Italia (mentre in Italia ha raffazzonato centinaia di mostre, presentato tutti gli artisti viventi, superando in numero lo stesso Sgarbi). E questo è un fatto incontrovertibile. Vedi caro Fiano, io parlo di dati e di fatti, tu spargi parole al vento, con citazioni o testi che nulla hanno a che vedere con l’arte contemporanea. Filiberto Menna? Un amico e un gentiluomo (l’ho conosciuto prima di te, quando lui si presentò, dopo di me, a Lascia o Raddoppia come esperto dell’Impressionismo, mentre io mi presentai sulla Poesia Italiana Contemporanea). Filiberto è stato lontano mille miglia da Flash Art (non lo giudicavo in grado di collaborare con una rivista di attualità e come lui anche Calvesi, Boatto, Argan, ecc. Grande rispetto per loro come uomini di cultura accademica ma l’arte  contemporanea è altra cosa). Filiberto ha teorizzato un movimento post minimalista (guarda un po’, anche attraverso  Il Progetto moderno dell’arte, una collana specializzata edita da Flash Art) che in realtà si è dimostrato un epifenomeno. La sua influenza sull’arte italiana è stata zero. E non ha mai collaborato con Flash Art, anche se lui avrebbe voluto.
Flash Art, un cronista fedele dell'arte, non un fan
Flash Art transvanguardista? Non pretendo che tu abbia sfogliato Flash Art (altrimenti non scriveresti le banalità che hai scritto) ma ti dico che la mia rivista non ha mai sposato alcuna tendenza: Flash Art è stato (nei limiti del possibile) un fedele cronista della realtà artistica più propositiva attraverso 50 anni: dunque land art, process art, minimal art, arte concettuale, arte povera, perfomances e body art, Pictures, neo geo, transavanguardia e tutte, dico tutte le novità più salienti sino ad oggi. Non è mai stata una rivista ideologica né di supponenza teorica. Direi che è stata diretta, da me e Helena Kontova, insieme a tutti i grandi artisti del passato recente che collaboravano con noi. Le tue elucubrazioni su Jeff Koons denotano una distorsione mentale tipica del critico accademico italiano. Molto fumo e niente arrosto. E che non ha mai visto un’opera di Jeff né letto una sua intervista. In sintesi caro Siano, tu hai solo letto qualche testo obsoleto sull’arte ma non hai mai convissuto con l’arte contemporanea. Io invece ho appreso l’arte soprattutto dai grandi critici americani  (Clement Greenberg, Harold Rosenberg, Robert Pincus-Witten, di cui sono stato anche amico)  che mi hanno insegnato che l’arte per essere capita deve essere frequentata e vista. Prima l’arte poi i libri. Prima l’occhio poi il cervello. Per questo tutti i più autorevoli critici anglosassoni (così come i galleristi) hanno un occhio incredibile per leggere le opere d’arte. Perché hanno passato in rassegna migliaia di artisti e di opere. Mentre la maggior parte dei critici italiani hanno solo letto pessimi libri sull’arte contemporanea.  E tu ne sei la dimostrazione. E per terminare ti vorrei dedicare questa affermazione di Massimiliano Gioni, che penso ti vada a pennello e che potrebbe anche salvarti se fossi intelligente: L'America ha un senso della professionalità molto spiccato, apprezza la chiarezza e la sintesi, non si perde in inutili bizantinismi. Questi e altri aspetti a volte rendono lavorare qui più semplice e più chiaro”

PS. Nella tua email mi chiedi di non pubblicare il tuo intervento, che però tu hai già spedito, per conoscenza a cento persone. Bella deontologia professionale. Tirare il sasso e nascondere la mano. Caro Siano, io non faccio il confessore né lo psicanalista. Tutto ciò che arriva a questo indirizzo è pubblico e pubblicabile. Il mio privato è pubblico.


ACCADEMIA NURAGICALa Sardegna è una Regione a Statuto Autonomo, ha una superficie pari al 7,5% dell'intero territorio nazionale, si tratta della seconda isola più grande del Mediterraneo, è prima in Europa per dispersione scolastica, emigrazione giovanile, spopolamento e denatalità.
C'è un capoluogo e un'unica città metropolitana nell'isola, parlo di Cagliari, che è l'unica città metropolitana occidentale (forse dell'intero pianeta)  priva  di pubblica Alta Formazione Artistica.
Un'Accademia di Belle Arti a Cagliari non c'è mai stata, per restare nell'isola da studente "fuori sede" vivere a Sassari costa quanto vivere in qualsiasi altra città  Europea ma con possibilità di formazione, lavoro e autofinanziamento "flessibile", ridotte rispetto altrove.
Quale costante resistenziale sarda si sta ponendo a sistema culturale Regionale?
Auguriamoci che il neo sindaco di Cagliari Paolo Truzzu, trovi la forza per affrontare questa secolare servitù verso "Rinascimenti" e mercati, che arrivano sempre dall'altrove,
con affetto e stima, Mimmo Di Caterino

Ma Cagliari non ha mai espresso Berlinguer, Cossiga, Segni
Caro Mimmo,
apprezzo la tua battaglia decennale per una Accademia di Belle Art a Cagliari. Chiedi un appuntamento con il tuo sindaco Paolo Truzzu e spiegagli che Sassari ha avuto l’Accademia d’arte grazie a Berlinguer, Cossiga, Segni. Uomini politici ma anche di cultura. Se anche lui vuol passare alla Storia, realizzi questa benedetta Accademia di Belle Arti. Gli artisti della Sardegna gli erigeranno un monumento. E oggi un monumento ad un politico è una cosa rara.

Luca Rossi ci invita alla sua mostra
Ciao Giancarlo, 
vorrei invitare te, Helena, Gea e Cristiano alla mostra curata da Giacinto Di Pietrantonio che farò a Milano il 5 ottobre presso la Galleria Six. Ci sarà una forma di resistenza reale dell'algoritmo. Opere che segnano un passo in avanti e che discendono da 10 e più anni di lavoro.
Procedo nonostante il trattamento da gulag sovietico del mondo dell'arte italiano :))
Luca Rossi

Caro Luca, siamo tutti in un Gulag
Caro Luca,
non essere sempre così pretenzioso da pensare di essere il solo artista italiano ghettizzato. L’Italia è il paese in cui tutti siamo relegati in un gulag. L’Italia non ha gli strumenti (né la consuetudine) per riconoscere e valorizzare la qualità. Un mio amico esperto di marketing, recentemente, mi diceva che New York è un moltiplicatore di qualità e visibilità dieci o cento volte l’Italia. Dunque non ci possiamo confrontare con New York e a nessun altro paese, dove la qualità viene riconosciuta.
Mi piace comunque la tua determinazione, la tua tigna, come si direbbe a Trevi. Bravo, continua, noi ti seguiremo. E ti auguriamo un bel successo in ottobre da Six, coraggiosa galleria milanese a cui debbo molta gratitudine per avermi regalato una copia della mia Linea Umbra, del 1956, volume introvabile e che nel rivederlo mi ha accarezzato l'anima.

Un invito a pranzo
Caro Giancarlo,
bellissimo questo numero 30 di Amarcord. Ti rinnovo l'invito a pranzare con me (dove, come, quando vuoi) e avendo letto che hai perso il telefono ti mando il mio numero, XXX 543 2014.
Grazie inoltre per quello che hai scritto di De Ambrogi, uomo complesso sicuramente, ma è a causa sua se 18 anni fa ho aperto la Pack e insisto portarla avanti anche quando qualsiasi minima consapevolezza economica consiglierebbe di spendere i miei soldi per collezionare invece che continuare a produrre, tant'è...al cuor non si comanda.
Giampaolo Abbondio

Il pesce crudo da Eataly è sempre una bella esperienza
Caro Giampaolo,
va bene, in autunno andremo a pranzo da Eataly a mangiare il pesce crudo. Ti assicuro che è una bella esperienza. Soprattutto se abbinato ad un bicchiere di ribolla bianca di Bastianich. E poi Eataly è vicino ad entrambi e non bisogna nemmeno prenotare. Ma non ti aspettare da me grandi rivelazioni. Io ormai sono un veterano dell’arte che vive di ricordi, di passioni e di fantasmi.

Un saluto dalla Maremma
Caro Giancarlo, grazie per il tuo Amarcord 30! Le mie micro fortune sono da “Italia che fu” come dici. Oggi scenari e soluzioni diversissime per il contemporaneo in arte… ma resta vergognosa e “sempre-verde ahimè” l’abitudine  di chiedere denari all’artista per la fatidica promessa d’essere catapultati nei successi nazionali e internazionali. In particolare per bocca di sedicenti Direttori di piccoli Musei, che  ti promettono: notorietà, guadagni e visibilità…con i denari (in anticipo naturalmente) della tua autopromozione …ahahaha!!! Altrimenti, sentenziano, non vai da nessuna parte Bene io sto girando con le mie opere da oltre 40 anni nel globo tra gallerie, collezioni private e pubbliche e ospitato nei Musei in Europa, America, Asia, Africa + l’Australia a breve…senza elargire un centesimo a quei signori dalle facili fortune a gogò!! Un abbraccio e se passi dalla Maremma sali al borgo medievale di Scarlino dove vivo e lavoro: vino bianco fresco, grigliata di pesce azzurro con insalata verde-mista, il tutto in terrazza vista Isola d’Elba e Corsica…OK?
Fino a ottobre sono qui poi vola viaaaaa!!
Mauro Corbani

La vera arte della vita
Caro Mauro,
lo sai che mi hai fatto venire voglia di conoscere il tuo paradiso? Perché da come lo descrivi, Paradiso è. E allora non vivere di rimpianti, perché nessuno dei grandi artisti ha avuto una vita bella come la tua. Nessun grande artista di New York o italiano è mai vissuto come te, con la vista dell’Elba dal terrazzo. Invece gli artisti di New York (ma anche di Milano) sono costretti sempre alla corsa per difendere il loro piccolo o grande territorio da possibili occupanti che vogliono detronizzarli. Pensa al povero Jeff Koons, amico caro ma credo ora infelice come pochi, ai suoi sforzi titanici per difendere i 91.5 milioni di dollari della sua opera recentemente venduta da Christie's. Se alla prossima asta farà solo 50 milioni di dollari sarà una disfatta. Con depressioni, abbonamento dall’analista e pianti silenziosi la sera, quando non lo vede nessuno. Tu invece te la spassi alla grande con il vino fresco e la grigliata di pesce azzurro. Questa è la vera arte della vita, non la vita sprecata nell’arte.

Ancora Lino Cairo
Io però non volevo esser polemico nella mia prima mail, tu invece lo sei stato e non ne capisco il motivo. volevo sottolineare che qua nella bassa tuscia è davvero improbabile imbattersi in una mostra con esposti lavori di pirandello, guttuso, henri rousseau e bacon anche se tutti falsi. mi fa strano sapere che nel centro storico di un piccolo borgo a due passi da casa mia si possa organizzare qualcosa di +o- interessante. tutto qua, senza polemica o approfondimenti particolari.
io amo barney, koons, hirst, cattelan, stravedo per loro, penso fortemente e fermamente che l'arte, quella vera, sia nei loro lavori. e poi per me il top è marcel duchamp, nessuno mai potrà esser come lui.
Lino Cairo

Caro Lino, per consolarti pensa che avresti potuto essere Jeff Koons. Ma solo se fossi vissuto a New York. Caro Lino, ma nemmeno io voglio essere polemico. Però mi sembra una provocazione che tu mi indichi una mostra insignificante solo perché si è tenuta nella tua Tuscia, dove non avviene mai nulla. Se io parlo di Art Basel, tu non mi puoi contrapporre una mostra in un paesino accanto a casa tua. Goditela la mostra, fai tutti i selfie che vuoi da spedire agli amici (se vuoi anche a me), ma dovrebbe finire lì. E’ un piccolo evento per te, non una notizia per altri.
Con affetto per il tuo grande amore per l’arte e il rammarico per la tua frustrazione di artista che non ce l’ha fatta. Ma tu non hai alcuna colpa, perché sei stato pure bravo. Ma non si può pensare di diventare artista di una certa importanza o successo abitando nella Tuscia.E’ come vivere nel deserto sperando di diventare campione di sci. Pensa di essere bravo soltanto e che la vita, con le sue ingiuste stranezze, ti ha impedito di diventare Jeff Koons. E pensa che se fossi vissuto a New York invece che nella Tuscia (che nessuno sa dov’è), qualche probabilità l’avresti avuta. Ma questa è proprio la vita. Oggi nascere e vivere in Italia, per un artista è una grande frustrazione. Le possibilità di affermarsi a livello internazionale sono vicine allo zero.

Aleppe chi?
Harry, ti presento Sally.
Recitava così un film di Woody Allen, io ti presento…. Aleppe un pittore che ai tempi di Giulio Cesare era già una celebrità e un artista poliedrico, infatti realizzò  la prima opera d’arte moderna del tempo. un fondo nero, una sorta di quadrato nero alla Malevic… se non erro. Ho scoperto che Giulio Cesare fu il primo collezionista di arte moderna. Sarà vero? E tu Giancarlo conosci Aleppe? Parliamone.
Apollonia

Chi conosce Aleppe?
Cara Apollonia,
purtroppo non conosco Aleppe. Se non il versetto di Dante Alighieri, Pape Satàn Aleppe, che dovrebbe significare Primo nemico del Papa, ma su cui si è molto dibattutto tra gli studiosi. Pape Satàn Aleppe è anche il libro postumo di Umberto Eco in cui sono raccolte le sue Bustine di Minerva, pubblicate su L’Espresso. Altro non so. Chiunque sappia qualcosa di Aleppe, il Malevic di Giulio Cesare, potrebbe darci qualche spiegazione? Per Apollonia ma anche per me. Che non conoscevo questa passione di Giulio Cesare per la Minimal Art. Grazie.

Atomideogenesi
Salve. Mi chiamo Virgilio Rospigliosi. Il nostro caro amico comune e ormai a miglior vita Luciano Baldeschi, conosceva molto bene la ricerca di cui mi sono occupato fin dai primi anni 2000 (tutt'ora attiva) riguardo il superamento dell'oggettivazione in arte. Avrebbe voluto sottoporre alla sua attenzione il materiale teorico e fisico da me prodotto. Anche se secondo lui, il concetto da me esposto e descritto nel manifesto "Atomideogenesi" che troverà online, rappresenta una meta di difficile fruizione per l'arte attuale. Forse tra una cinquantina d'anni sara' piu' accettabile. Probabilmente non leggera' mai questa mail. Eventualmente spero lei possa trovare una mezz'oretta per leggere il manifesto.
Grazie...evviva Luciano.
Virgilio Rospigliosi

Non posso aspettare cinquanta anni
Caro Virgilio,
anche io sono convinto che tra cinquanta anni il tuo manifesto “Atomideogenesi"
(che ora non ho tempo né voglia di leggere) sarà più attuale. E tu, per goderne i risultati forse avrai tempo di aspettare cinquanta anni. Io purtroppo no.
Ma tanti auguri comunque.

FLASH---ART.IT

 
Flash Art Italia
Via Carlo Farini 68, 
20159, Milano 
+39 02 688 7341

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