martedì 19 marzo 2019

Amarcord 26 - Incontri, Ricordi, Euforie, Melanconie di Giancarlo Politi-

Amarcord 26

Incontri, Ricordi, Euforie, Melanconie

di Giancarlo Politi
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A proposito di Amarcord


Cari amici, eccoci ancora. Con un po’ di ritardo. Ma lo smog milanese ha fatto esplodere le mie allergie e contribuito a prolungare una mia fastidiosa bronchite. Ora sto cercando una residenza estiva che mi salvi dall’estate che si annuncia torrida. Asiago? Oppure la solita Versilia? Intanto spero che l’amico dott Augusto Palermo, mentre parliamo d’arte e di altro, mi dia una mano con le sue illuminazioni mediche a superare questi scogli infidi.



New York Anni '80 (Parte Terza)
Si, certo, come tutte le cose del mondo anche l’East Village fece il suo tempo e in un periodo piuttosto breve esaurì la propria gloriosa vitalità. Visse la sua popolarità leggendaria per due o tre anni, poi declinò, come tutti i momenti e movimenti più salienti. Ma per noi malati d’arte il ricordo di quel miracolo, rivive nella nostra memoria. Perché come fai a toglierti dall’immaginazione, dalla memoria e dalla storia la Veronica Ciccone, cioè Madonna, che sgambettava in un seminterrato al suono di un giradischi scassato, in attesa della gloria? Che lei cercava voluttuosamente e disperatamente con tutti i suoi mezzi. Come puoi dimenticare il sorriso dolce di Pat Hearn, la gallerista elegante e colta che aveva contribuito a trasformare un quartiere malfamato in una vetrina della creatività e in un luogo privilegiato, con uno spazio espositivo bellissimo, che lo stesso Leo Castelli invidiava, considerandolo un miracolo in quel quartiere negletto. Una vera perla avulsa in un contesto degradato. Ma quel sorriso dolce di Pat da lì a poco si sarebbe spento, stroncato da un male inflessibile. Però ebbe il tempo, con il suo compagno e poi marito, Colin De Land, altra mitica figura di quegli anni ’80 ad entrare nella storia dell’arte della grande mela, con una galleria diventata mitica e con la creazione di una rassegna d’arte originalissima nelle stanze dell’Hotel Chelsea (inaugurando la moda da tutti imitata delle fiere d’arte in hotel), invitando le gallerie più prestigiose e che due anni dopo si spostò al Pier 91, sull’Hudson, diventando l’Armory Show, rilevata poi dalla Associazione delle Gallerie e che quest’anno ha festeggiato i suoi gloriosi venticinque anni.

Colin de Land e Pat Hearn
Colin De Land! Che figura straordinaria di uomo e di artista! Dopo aver studiato filosofia e linguistica alla New York University, aprì nell’East Sixt Street, nel cuore dell’East Village una curiosa galleria, la Vox Populi, con artisti molto propositivi ma anche con chiunque volesse lasciare un’opera in galleria. La quale ad un certo punto era un guazzabuglio di alto profilo insieme ad opere di dilettanti della strada, che però Colin accoglieva amichevolmente, purché dopo qualche giorno venissero a riprendere l’opera lasciata. Ben presto Vox Populi crebbe e si spostò al 40 di Wooster Street, con il nome di American Fine Arts Co. In breve il numero 40 di Wooster Street divenne il cuore creativo e propulsivo e di incontri di Manhattan, con artisti veramente innovativi e Colin che teneva lezioni d’arte a collezionisti e curiosi. Da American Fine Arts incominciammo a conoscere Cady Noland, Andrea Fraser, Richard Prince, Mark Dion, Ana Mendieta, e il visionario Peter Fend. E John Waters, che definì Colin “una vera icona che gronda cultura e trend”. Colin de Land, in collaborazione con Richard Prince, operò anche come artista, con gli pseudonimi di John Dogg e J. St. Bernard. Accanto ad American Fine Arts, al numero 39 di Wooster, aprì la propria galleria dell’East Village anche Pat Hearn che nel frattempo si era sposata con Colin. Una bellissima storia d’amore tra due star della cultura artistica newyorchese: Colin de Land, con le sue mostre provocatorie e Pat Hearn, diventata la paladina del femminismo anche grazie alla collaborazione con René Green, Julia Scher e la riscoperta di Mary Heilmann, bravissima e sconosciuta artista americana. Pat e Colin, la strana coppia dell’arte di New York, così diversi ma anche tanto uguali: elegante casual (non come Mary Boone, sempre elegantissima e firmatissima, tipica donna americana in carriera) Pat Hearn era portatrice di una eleganza casual piuttosto parigina. 

Spencer Sweeney e Colin De Land alla American Fine Arts, Co. New York. Courtesy e © Archives of American Art, Smithsonian Institution.

Disordinato e con accoppiamenti improbabili ma alla fine affascinanti Colin de Land, vero precursore e forse ideatore della moda grunge. E Colin sempre con la sigaretta tra le labbra, fumava l’impossibile: non so, due, tre, forse quattro pacchetti di sigarette al giorno. Quanti era umanamente possibile fumarne. Al punto che io lo chiamavo scherzosamente Humphrey, in ricordo del Bogart di Casablanca. Io mi chiedevo come era potuta nascere quella romantica storia d’amore che tutti vedevamo, tra una gallerista delicata che esponeva George Condo, Peter Schujff, David Bowes, Milan Kunc e un gallerista che presentava artisti di una durezza mai vista, come Cady Noland, Jessica Stockholder, Chris Burden. Eppure la storia d’amore sembrava indissolubile, perché Colin, nella sua apparente trascuratezza e noncuranza, era una persona gentile, che però aveva scelto una professione che non gli apparteneva, quella del mercante d’arte. Perché Colin era tutto, artista, filosofo, pensatore, scopritore di talenti ma non mercante. Infatti era povero in canna e, pur essendo ad un certo momento la galleria più ambita di New York, lo vedevi quasi pranzare con un panino e una gran tazza di caffè acquistati nel bar accanto. In un report su Colin de Land pubblicato qualche anno fa in Flash Art, Daniele Balice, oggi noto gallerista (Balice/Hertling) parigino descrisse il suo incontro con Colin: appena arrivato a New York, Daniele che non parlava una parola di inglese si precipita all’American Fine Arts per proporsi come assistente a un Colin de Land che non parlava né francese né italiano. Daniele Balice capì però che Colin era un totale squattrinato e dopo tre minuti l’incontro terminò con una stretta di mano. Ma fu quell’incontro a far decidere a Daniele Balice che avrebbe fatto il gallerista, tanto fu affascinato da quell’uomo, con intuito e una galleria straordinaria e una totale incapacità di vendere un’opera.



Credo che Daniele Balice, in quei tre minuti ne ereditò pregi e difetti. Però Colin diventò il riferimento di artisti, galleristi, collezionisti più sofisticati di tutto il mondo. E per me resta un mistero il segreto della sua indigenza. Ottimi artisti, richiesti da tutti ma senza apparenti riscontri economici. Ma anche sua moglie Pat Hearn non fu un’abile venditrice (come la sua competitor Mary Boone) perché anche lei amava più le opere, che preferiva tenersi, che il denaro. E durante la sua malattia, che l’avrebbe stroncata di lì a poco, gli amici artisti donarono un’opera (mi pare anche Jeff Koons) e indissero un’asta affinché si curasse. Perché una delle più famose galleriste di New York non aveva i mezzi economici per potersi curare. Ma questa straordinaria solidarietà non produsse gli effetti sperati e poco dopo, a soli 41 anni, Pat ci lasciò. E Colin de Land, che l’assistette amorevolmente, la seguì a distanza di un anno, anche lui poverissimo e deceduto per la stessa malattia. Due grandi galleristi (non mercanti) che insieme lasciarono un vuoto forse non più colmato a New York. Se non dal ricordo di chi li ha conosciuti.

Contributi
Giampiero Poggiali Berlinghieri
...Ma come mi spieghi tu che in questi ultimi 50/60 anni, a parte Sandro Chia che è emigrato per tempo, Firenze non ha prodotto alcun artista di rilievo? La bellezza assopisce? La sindrome di Stendhal uccide la creatività? Bisogna vivere in metropoli desolate e violente per produrre buona arte? Tu che pensi? 

Caro Giancarlo, permetti che ti risponda anch’io al quesito che hai posto a Risaliti. Certamente non ci sono stati artisti dirompenti o geniali da sfondare in campo internazionale, soprattutto senza un aiuto critico o commerciale. Certo la critica militante nell’ambito fiorentino ha sempre affossato qualsiasi artista locale, mai facendosi carico di promuovere responsabilmente un artista del territorio “troppo provinciale”, come direbbe il nostro amico. Avendo un’ottima conoscenza della città e della provincia, posso assicurarti che ci sono tanti artisti davvero sorprendenti per capacità e inventiva. Per quanto mi riguarda ho cercato di avere un dialogo, facendomi promotore di conoscenze vissute con personaggi ormai in via di estinzione che potrebbero interessare il direttore Del Museo del ‘900. Il “nostro” non si degna nemmeno di rispondere.  La sua arroganza e la poca sensibilità non aiutano la città e gli artisti del territorio. Come sempre la mia stima, un caro saluto. Giampiero Poggiali Berlinghieri

I fiorentini? Sempre più guelfi e ghibelliniApprezzo la tua difesa d’ufficio ma penso anche che sono trascorsi più di cento anni da quando la gloriosa Lacerba ha chiuso i battenti (1915) dopo cruente lotte interne tra futuristi fiorentini (Palazzeschi, Papini e Soffici) contro i cosiddetti milanesi “marinettisti” (Marinetti, Boccioni, Carrà) espulsi dal vulcanico Giovanni Papini al grido di «Qui non si canta al modo delle rane», verso ripreso dal trecentista Cecco d’Ascoli. Questo per dirti che Firenze da sempre è stato un teatro di grande verve comica. Ma questo è il bello di Firenze. Perché ancora oggi a Firenze si respira l’atmosfera della battaglia di Montaperti: da ogni piazza, strada, angolo, salotto salgono grida bellicose contro il vicino o l’amico. Una città così non può generare geni ma simpaticissimi artisti e amici, questo sì. Firenze è bella perché è diversa, perché sprizza bellezza e cattiveria da tutti i pori, perché ha una energia straordinaia che si consuma nella maldicenza. Ma a Firenze, dopo ciò che ha dato, si perdona tutto e possiamo aspettare ancora cento anni forse mille prima che ci dia un grande artista. Ma cosa importa. La genialità c’è anche se l’odio la trasforma in una pantomima. Eppure ne ha avuti Firenze di artisti promettenti. Ma non è andata più in là di Giuseppe Chiari, simpaticissimo fluxus fiorentino (ma tutti i fiorentini sono Fluxus). Ha tentato in tutti i modi di arrabattarsi anche Maurizio Nannucci, con la sua compagna tedesca (autorevole giornalista) che lo ha proposto in tutte le salse a musei e istituzioni germaniche. Ma il nostro Maurizio, con un lavoro troppo fragile e di ovvia derivazione, non è andato molto lontano. A Firenze c’è stato invece un bel focolaio di poesia visiva (in particolare Lucia Marcucci e Luciano Ori) alla cui opera vorrei augurare esiti migliori in futuro. 

Roberto Calvi ci ricorda Pierluigi Mazzari
Caro Giancarlo, 
ho appena letto il tuo Amarcord (e le risposte alle lettere). Sei un grandissimo, come diceva il mio grande amico Mazzari, l’uomo più intelligente nel panorama artistico italiano.
Sono onorato di conoscerti.
Roberto Calvi

Io ipocondriaco, tu mio medico senza saperlo
Caro Roberto,
grazie a te invece. Io da buon ipocondriaco faccio tesoro dei consigli che mi dài per interposta persona e forse all'insaputa. E grazie per avermi ricordato Pierluigi Mazzari, il cui vuoto nel collezionismo milanese e non solo, è ancora presente. Ma cosa è successo della sua bellissima collezione? Dispersa? Uno di questi giorni ti telefono per avere un altro consiglio che mi faccia migliorare gli Amarcord e la scrittura. Ti abbraccio. 
Giancarlo

Apollonia e Bauman
Bentornato tra noi! Carissimo Giancarlo, mi piacerebbe sapere se nei tuoi tour per il mondo e nel mondo dell'arte, ti sei mai imbattuto in Bauman, il filosofo polacco della cosiddetta società liquida. Egli ha profetizzato davvero, attraverso i suoi scritti le sue riflessioni, quello che oggi siamo diventati. Tutto è liquido! Anche l'arte straripa in un fiume di incongruenze e velleità. Dai raccontami di Bauman. Oggi avremmo davvero bisogno di tanti Bauman, la nostra società odierna cosiddetta "contemporanea" ha smarrito il concetto di valori, di fondamentali che fanno di un individuo un uomo!  Aspetto i tuoi prossimi Aamarcord che necessitano attenta e meditata lettura. Apollonia

L’arte alla deriva? E gli intellettuali da legislatori a interpreti 
Cara Apollonia, 
mi fa piacere sapere che tu segui i miei Amarcord. Tu e Bauman avete ragione. La società solida dei nostri nonni si è trasformata nella società liquida nostra e dei nostri figli. E l’arte, che è parte (sempre meno?) della società, nuota affannosamente cercando una riva. Ma sino ad oggi ha trovato solo una deriva. Cara Apollonia, tu con la tua energia e il desiderio di crescere per trasformarsi, sei la vera espressione della liquidità in natura. Se Zygmunt Bauman ti avesse conosciuta certamente ti avrebbe dedicato il suo (troppo) famoso Liquid Modernity. Ma il grande pensatore polacco è andato ben oltre la sua società liquida. Ha annunciato anche la fine del ruolo degli intellettuali: da legislatori a interpreti. Che fine miserevole!

Afro Somenzari
Caro Politi,
ricevo sempre Amarcord e, con una punta di imbarazzante invidia, leggo con attenzione le imprese che insieme a grandi artisti hai realizzato e che, alcuni dei quali, ho avuto la fortuna di conoscere personalmente e diventarne amico. Uno di questi è Enrico Baj del quale poco si sente parlare e, a dire il vero, egli stesso amava citare Platone che affermava di non essere specialmente amante della vittoria. Sto riferendomi alla Patafisica della quale fu promulgatore in Italia diventando Satrapo Trascendente nominato dal Collège de Pataphysique insieme a Sanguineti, Fo ed Eco. Forse mi sbaglio dato che, meno se ne parla meglio è, sempre secondo i dettami della Scienza delle Scienze, tuttavia lo scopo di Amarcord è quello di ricordare per far rivivere e francamente sarebbe un piacere riscontrare testimonianze di artisti e amici che hanno percorso con lui tratti di vita. Da parte mia mi piacerebbe raccontare alcuni episodi che ci coinvolsero in affetto, stima e considerazione, tuttavia non so se siano interessanti. Vediamo se qualcuno risponde. Grazie per la pazienza Caro Politi, e buon viaggio. Afro Somenzari

Non so molto di patafisica
Caro Afro, 
non so molto di patafisica. So però che tu sei stato uno dei fondatori del Collegio di Patafisica italiano, insieme a Enrico Baj e Ugo Nespolo. Dunque tanto di cappello, anche se io l’ho sempre considerato un circolo di buontemponi, certamente sbagliando. Ma a quei tempi io dovevo lavorare duramente e non potevo seguire ciò che consideravo delle goliardate. Che invece certamente non erano, se si pensa che il vostro padre fu Jarry. Ho frequentato Enrico Baj (ho effettuato anche un viaggio a New York con lui, insieme a Renato Barilli e Giorgio Marconi) ma non c’è mai stato un feeling particolare tra noi. L’ho sempre ritenuto un ottimo artista che però è riuscito sempre, non so come mai, a danneggiarsi. L’autolesionismo è forse il fin della patafisica? Raccontami qualche episodio divertente per i lettori, ma non dilungarti troppo. Un abbraccio.

Maria Chiara Salvanelli
Gentile Direttore,
le scrivo perché il 4 aprile ci sarà la prima delle quattro giornate dedicate alla figura di Enrico Crispolti, scomparso lo scorso dicembre, promosse dall’Archivio Crispolti Arte Contemporanea insieme alle istituzioni che le ospiteranno di volta in volta. Il 4 aprile sarà a Milano all’Accademia di Belle Arti di Brera e sarà curata da Luisa Somaini insieme a Livia Crispolti e Ignazio Gadaleta. Sono stati coinvolti artisti, storici dell’arte, curatori, direttori di museo e d’archivio, galleristi, editori d’arte, restauratori ed ex studenti che hanno collaborato con lui in vari modi e ognuno di loro farà un intervento di non più di 10/15 minuti l’uno, nell’intento di fare un primo bilancio della multiforme attività dello studioso Enrico Crispolti e della sua personalità eclettica e sfaccettata, componendo un mosaico di voci formato da coloro che hanno avuto il privilegio di conoscerlo, di lavorare con lui o di essere suoi allievi. Alcuni nomi tra i 38 relatori: Luca Massimo Barbero, Renato Barilli, Lorenzo Giusti, Ugo Nespolo, Paolo Laurini, Fabrizio Plessi, Francesco Tedeschi, Luca Pietro Nicoletti, Marco Tonelli. Gli altri appuntamenti saranno a Roma alla Sapienza il 27 maggio e poi in autunno a Siena, Firenze e Salerno. Le allego il comunicato stampa, la bio di Crispolti e l’elenco dei relatori di Milano insieme ad alcuni ritratti di Crispolti. Spero che potrete dedicare un po’ di spazio alla sua figura e alla sua storia. Un cordiale saluto,
Maria Chiara Salvanelli

Enrico? Un gentile notaio dell’arte
Enrico Crispolti, che io ho conosciuto sin dai primi passi, cioè da Alternative Attuali, all’Aquila (1962) è stato un critico molto diligente e mi dicono ottimo docente a Siena. Ricordo che fu ingiustamente osteggiato da Giulio Carlo Argan, che gli impedì l’accesso all’Università di Roma, preferendo assistenti più codini. Conobbi e frequentai anche sua moglie, Maria Drudi Gambillo, preziosa collaboratrice e forse sostenitrice dell’economia domestica con la sua attività di abile mercante d’arte. La Maria Drudi Gambillo, che purtroppo morì giovane, ebbe anche una galleria d’arte di cui non riesco a ritrovare tracce. Entrambi, Enrico e Maria, molto amici e sostenitori di Lucio Fontana, su cui scrissero tomi e tomi, gestirono tantissime opere di Lucio, ma veramente tante (all’epoca economicissime). Ogni volta che mi recavo a casa loro, le pareti traboccavano di opere di Fontana e di Enrico Baj. Enrico Crispolti è stato un grande conoscitore del secondo e terzo futurismo, ma poco selettivo sull’arte contemporanea. Per Enrico una mostra o una presentazione non si negava a nessuno. E forse aveva ragione.

Paolo Pagnoni
Scusa Giancarlo,
mi dici in che anni eri nel Lower East Side? Io ci sono stato per cinque duri anni. Lavorando con arte cinema ed ancora. Grazie per una risposta.

I nostri memorabili anni ‘80
Paolo, io non sono mai vissuto nell’East Village. Né a New York. Soprattutto negli anni ’80 con Helena, da Milano ci recavamo spesso nella grande mela (per un paio di settimane almeno 5-6 volte l'anno) e nei momenti di fulgore frequentavo l’East Village. Ma non vi ho mai abitato. Abitavo nel mitico Chelsea Hotel, dove incontravo tutti, da Andy Warhol a Christo, Jeffrey Deitch….. Ma ho avuto anche la fortuna (relativa, io preferivo sempre il Chelsea) di abitare gratuitamente nei migliori hotel di New York (Pierre Hotel, La Plaza) e di Los Angeles (Le Mondrian), di Londra e Parigi, grazie a tal Ashkenazy, curioso collezionista, grande allevatore di polli (ne possedeva 200 mila, mi raccontava: e ogni mattina raccoglieva oltre 100 mila uova, operazione a cui lui assisteva devotamente alzandosi alle cinque del mattino) e proprietario di alcuni hotel a Los Angeles, presentatomi da Enzo Cannaviello e che in cambio della pubblicità in Flash Art, lui, grazie ad un ingegnosissimo scambio con i suoi splendidi Hotel a Los Angeles, riusciva a trovarci stanze in tutto il mondo. Grazie a lui ho abitato in alcuni degli hotel più belli e carismatici dell’universo. A volte con qualche imbarazzo. Il mondo dell’arte è per noi sempre stato pieno di sorprese e di grandi stravolgimenti. Di grandi piaceri e qualche delusione. Ricordo che viaggiavamo sempre in prima classe, grazie ad un caposcalo della TWA, di origine italiana, amico di Luciano Paladini e di Claudio Poleschi, che per amore dell’Italia, quando v’era posto (e ce n’era sempre) ci cambiava la nostra carta di imbarco economica in una di prima classe. Viaggi mitici, ricordo. Anche grazie a questi piccoli lussi, i nostri anni ’80 furono memorabili. E indimenticati.

Paolo Mozzo mi chiede di Angel Ortiz
Caro Giancarlo,
è la prima volta che ti scrivo e lo faccio per una curiosità che mi assilla; nella foto che hai pubblicato di Patty Astor con opere di Keith Haring presso la Fun Gallery, del 1983 (fotografia di Eric Kroll), si vedono chiaramente gli interventi di Angel Ortiz, che lavorara, a volte, a due mani con Keith Haring. Si dice che fossero amanti, ma tu che hai vissuto dal vivo quel periodo hai potuto conoscere Angel Ortiz? Era un graffitista valido oppure solo un assistente? Il fatto che oggi sia sparito di fatto dalla scena artistica americana dei graffitisti che contano è legato alla sua mediocrità come artista o all'incapacità di chiudere accordi con i grandi galleristi dell'epoca?
Grazie in anticipo se avrai voglia di soddisfare le mie curiosità. Ciao. 
Paolo Mozzo

Angel Ortiz è LA2. E un ricordo di Edit DeAk.
Caro Paolo,
ma non ti sorprendere se un ottimo grafitista sia scomparso dai libri e dalla storia. Succederà a tutti. E non solo ai grafitisti. Ma il tuo Angel Ortiz (Little Angel 2), che si firmava LA 2, è ancora vivo e si attende il suo recupero, perché è stato famoso e bravo (ed è relativamente giovane: 1967). Amico e collaboratore di Keith Haring (come lo furono tra loro Andy Warhol e Jean Michel Basquiat), già dall’età di 14 anni, espose da solo o con Keith Haring, in importanti gallerie (Tony Shafrazy, Robert Fraser, Fun gallery. A Milano si presentò con una bellissima mostra insieme a Keith Haring, da Salvatore Ala e nel 2005 ha esposto alla Leonardo di Bolzano, che non conosco). Non era solo un assistente (anche se molto protetto) di Keith Haring, ma un bravissimo artista che collaborò intensamente con Keith. Purtroppo, la scomparsa di Haring lo ha fatto cadere in una sorta di dimenticatoio, ma pare qualcuno se ne stia occupando. Amante di Keith Haring? Probabile. Keith era un seduttore raffinato.
Ma se vuoi conoscere meglio Rammellzee e il graffitismo americano, leggiti l’articolo che segue di Edit DeAk, nostra amica e direttrice di Art Rite, la vera rivista dell’underground newyorchese. Edit, nata a Budapest nel 1948, fuggì con il padre, nascosta nel bagagliaio di una macchina, nel 1968. E attraverso la ex Yugoslavia prima e l’Italia poi, dopo varie peripezie, riuscì a raggiungere New York, dove nel 1972 si laureò brillantemente alla Columbia University. Edit era molto intelligente, dinamica e curiosa e i suoi interessi si indirizzarono subito verso le Street Art e la performance, per cui fu molto riluttante a collaborare con riviste dagli interessi più ampi, malgrado fosse insistentemebte invitata da Art in America, Artforum e Flash Art. Assieme a Walter Robinson e grazie ad un supporto dei programmi Whitney, fondò una sorta di fanzine, Art-Rite, che ebbe molto seguito nella New York dell’underground. Anche a causa delle sue frequentazioni, si lasciò coinvolgere dall’uso della droga. Anche per questo fu una bellissima meteora. Morì povera e e dimenticata nel 2017.

Un bellissimo articolo di Edit DeAk su Rammellzee e la New York anni ‘80
http://www.carrierinoesi.it/mostre/rammellzee/

Cristina Cobianchi
Gentile Giancarlo Politi,
Le scrivo perchè vorrei informarla di qualcosa che penso possa farle piacere. L’artista Angelo Bellobono (Nettuno, Roma 1964) ha realizzato dei bellissimi libri d’artista su vecchie copie di Flash Art, alcune entrate in una prestigiosa collezione. In questi giorni fino al 28 febbraio, ne abbiamo uno esposto nella mostra personale dell’artista dal titolo Linea Appennino 1201, a cura di Elisa Del Prete. L’artitsa dipinge su ogni pagina (in questo in mostra ci sono 97 acquerelli, oli e tecnica mista) e il risultato è veramente molto interessante. Può averne un’idea anche visitando la gallery del nostro sito www.albumarte.org, ma resto a disposizione per ulteriori informazioni se le può fare piacere. Sono la fondatrice e presidente di AlbumArte,  uno spazio indipendente e no profit con sede a Roma, che si caratterizza per le sue collaborazioni internazionali e i suoi cicli di approfondimento sui vari linguaggi del contemporaneo come videoarte, pittura, fotografia, scultura, istallazioni, performance, sound art, concerti e residenze, privilegiando nel suo sostegno gli artisti più giovani o emergenti. Ha attivato collaborazioni con istituzioni pubbliche come il Museo MAXXI, La Galleria Nazionale di Arte Moderna e Contemporanea di Roma, l’Institut Français, la Real Academia de España, l’Ambasciata dei Paesi Bassi, l’Ambasciata della Repubblica di Lituania; Fondazioni pubbliche come la Moondrian Found e la Nordic Artists ’Centre Dale; piattaforme indipendenti come Vision Forum; Ministeri della Cultura, Istituti di Cultura e Università in Italia e all’estero. Realizza mostre con artisti e curatori italiani e internazionali e progetti contituativi tra i quali: Anteprima, AlbumArte | VideoArtForum, AlbumArte | Residenze, Produce brevi video e documentari sull’arte contemporanea. Un caro saluto 
Cristina Cobianchi

Omaggi a Flash Art? No grazie per favore.
Cara Cristina, 
sapendo quanta fatica mi è costata realizzare Flash Art, talvolta ogni numero una sofferenza e un miracolo, che non mi incuriosisce vederlo maltrattato o scarabocchiato da artisti. Io credo che la rivista, almeno nel suo complesso, sia molto migliore del lavoro di tantissimi artisti. Anche della stessa Strategia di Maurizio Cattelan, che certamene è l’opera più significativa e famosa realizzata usando copie di Flash Art. E forse anche una delle meno riuscite di Maurizio. Ma all’epoca, si faceva ciò che si poteva. Invece ho molto apprezzato il numero di Flash Art realizzato da Guillaume Bijl, uno straordinario artista belga, portato in Italia dalla infaticabile Grazia Terribile, in occasione di una sua mostra, credo proprio nello spazio di Grazia qui a Milano. Un bellissimo numero con idee nuove che ci insegnarono anche a noi. L’entusiasmo di Grazia Terribile, fantasiosa e facoltosa proprietaria terriera di Gravina di Puglia, caratterizzò, disperdendo una parte del suo capitale ma con intuizioni brillanti, il mondo dell’arte milanese. Invece Guillaume Bijl sembra essere stato fagocitato, con il suo genio turbolento, dalle voragini dell’arte europea. Peccato.

Donatella Surian
Ringrazio moltissimo per queste raccolte di ricordi, sono un tesoretto e come tali le conservo per immaginare una realtà così particolare da sembrare, oggi, incredibile.
Spero vivamente che vengano raccolte in un volume, volume che non vedo l’ora di acquistare…
Donatella Surian, Scuola del Vedere / Trieste

La realtà è sempre incredibile
Cara Donatella, ricordati che la realtà è sempre incredibile. Basta saperla guardare.

Christian Naccarato
Ciao Giancarlo,
sono Christian Naccarato, giovane aspirante regista, studente dell’accademia di belle arti di Venezia e assiduo lettore di Flash Art. Ho appena letto sulla rivista del cambio di rotta e ti scrivo appunto per poter continuare a ricevere le lettere, o meglio gli “Amarcord”. Ti ringrazio in anticipo. Cordiali saluti,
Christian Naccarato

Volli, sempre volli, fortissimamente volli
Caro Christian,
Flash Art, con mia figlia Gea e il suo staff segue il mondo nuovo. Io sono costretto a rincorrere i ricordi. Ma questa è la vita. E tu ricordati delle parole del conte Vittorio Alfieri: "volli, sempre volli, fortissimamente volli". Arriverai ovunque.

Paolo Lazzarini
Bravissimo Giancarlo, 
seguo con grande interesse i suoi Amarcord, meravigliose pennellate di luce, colore e calore.
Mi chiedevo di tutta la sua vasta esperienza e conoscenza. Le sarebbe possibile offrire un supporto nell'indirizzarci su cosa è rimasto oggi 2019 a New York che valga la pena vivere per provare ad entrare nel mondo dell'arte.
Grazie 
Paolo Lazzaroni

New York? E’ tutta l’arte del mondo
Caro Paolo,
non so cosa dirti. Non vado a New York da un po’ di tempo, però sono sicuro che è ancora il posto più stimolante al mondo. Se andrai, mettiti in un angolo tra due strade, magari a Times Square. In poco tempo capirai l’arte contemporanea e perché è così. Il vero museo di New York non è il MoMa (comunque il più bello al mondo) ma le strade e le piazze multicolori e chiassose e musicali della città. Lì incontrerai e capirai Jackson Pollock, Franz Kline, Jasper Johns, Robert Rauschenberg, Leo Castelli, Andy Warhol. Cioè tutta l’arte del mondo dal 1945 ad oggi. E con un po’ di immaginazione anche i futuristi, molto più vicini a New York (senza conoscerla) che a Milano.


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Via Carlo Farini 68, 
20159, Milano 
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sabato 9 febbraio 2019

Amarcord 25 - Incontri, Ricordi, Euforie, Melanconie - New York Anni '80 (Parte Seconda)

Amarcord 25

Incontri, Ricordi, Euforie, Melanconie

di Giancarlo Politi
per intervenire, controbattere o esprimere una propria opinione scrivere a

A proposito di Amarcord

Cari amici, dall’ultimo Amarcord è passato un po’ di tempo e mi scuso. Qualcuno avrà pensato che avevo mollato. Invece mi sono preso semplicemente un mese sabbatico. Spero che i prossimi Amarcord, pur non avendo una cadenza settimanale, non avranno bisogno di mesi sabbatici. Talvolta, soprattutto con New York, anni '70 e ’80, dove gli avvenimenti e i ricordi sono moltissimi e si accavallano, per dipanare la matassa, occorre qualche verifica. E dunque un po’ di tempo. G.P.


New York Anni '80 (Parte Seconda)
L’East Village è uno dei quartieri più popolari di Manhattan, vicino a Broadway, nella parte meridionale dell’isola, dunque raggiungibile con una gradevole passeggiata dal cuore della grande mela. Alla fine degli anni ’70, l’East Village, parte dell’allora malfamata Lower East Side, era una zona vivace e multicolore ma depressa, caratterizzata da sporcizia, buche nelle strade (proprio come alcune città italiane oggi), auto abbandonate, con servizi pubblici molto carenti e con solo qualche autobus sgangherato in circolazione. La crisi economica degli anni ’70 aveva fatto fuggire molti artigiani e piccole ditte, lasciando uffici, appartamenti, seminterrati deserti e facendo crollare i prezzi degli immobili. Gli artisti, a New York, ma credo ovunque, hanno sempre avuto le antenne nell’individuare le nuove aree di sopravvivenza che poi diventano aree speculative (dove si concentrano i poveri c’è sempre spazio per gli squali), acquistando o affittando, a prezzi di saldo, studi e abitazioni, magazzini e bassifondi. Da parte dei gruppi immobiliari a New York c’è sempre stata una particolare attenzione al flusso degli artisti, perché loro individuavano i quartieri più malmessi per contribuire poi a farli risorgere. Così era stato per SoHo, da quartiere degli autotrasporatori e dei depositi di merci a raffinato quartiere dell’arte e poi della moda. Così è avvenuto più tardi per Chelsea e poco prima con l’East Village, che diventò ben presto un quartiere di artisti, poeti, scrittori, attori, musicisti, fotografi e cantanti. E come sempre attentamente monitarato dagli speculatori immobiliari, i cosiddetti Lupi di Wall Street. E quello è anche il momento della nascita del movimento musicale No Wave (di estrazione punk e in cui tutto era permesso e accettato), e la cui musica e le parole erano incentrate sul rifiuto della cultura dominante, in opposizione al precedente New Wave, legato invece alle grandi case discografiche. E questa cultura del rifiuto influenzò anche il teatro, il cinema, l’arte, la letteratura, ecc. dando sfogo ad una creatività libera ed esplosiva, anche se a volte semplicemente amatoriale. Ma che gioia vivere quell’atmosfera frizzante dove a tutti era permesso tutto, dove i dilettanti e i pittori della domenica si scatenavano insieme ai grandi artisti, che hanno iniziato proprio all’East Village, come Jeff Koons, Peter Halley, Sherrie Levine, Ashley Bickerton, Haim Steinbach, nella mitica galleria International With Monument, la loro carriera. Ma tutti si ritrovavano a fraternizzare insieme nei ristoranti, nelle piccole gallerie o nelle vie chiassose o nei frequenti talk show in location improvvisate.

Madonna con Jean-Michel Basquiat.
Veronica Ciccone detta Madonna
Luoghi preferiti di incontri e di discussioni accese erano il Mudd Club o il bar 315 a Bowery, non lontano dallo studio di Vito Acconci, che da sempre aveva abitato quel quartiere dismesso e disastrato, ma da lui individuato già nei primi anni ’60 e dunque pagato nulla (anche se la sua casa era ampia e accogliente, in cima a una faticosissima scala che ti faceva venire il fiatone). Ma ogni volta che io e Helena ci recavamo a casa sua, in genere per cena, dunque di notte, avevamo il batticuore, poiché la via era il ritrovo di spacciatori molto aggressivi, e caratterizzata da cassonetti svuotati e da decine di senza tetto che dormivano dentro scatoloni sul marciapiede. Non era proprio un posto allegro né da passeggiate romantiche, che all’epoca erano naturali per noi, nè per serate con gli amici. E noi non avevamo il coraggio un po’ irresponsabile anche se ammirevole di Francesca Alinovi che invece frequentava quei luoghi e altri maggiormente degradati e pericolosi, con grande naturalezza e sicurezza, trovando innocui e anche divertenti gli spacciatori aggressivi di cui diventava amica, i mendicanti e gli homeless che ti sbarravano la strada chiedendoti un quarter (25 centesimi). In questa atmosfera culturale stava muovendo i primi passi anche Veronica Ciccone, alias Madonna, appena arrivata da Pontiac, nel Michigan, dove malgrado i brillanti successi scolastici (sempre prima della classe e in tutti gli sport), con grande disappunto del padre benestante, ottenuta una borsa di studio, lascia il Michigan per recarsi a New York (mica stupida la ragazza!). Per poter studiare danza con il famoso coreografo Alvin Ailey. Ma New York non era come la nativa Pontiac, dove si viveva veramente con poco e senza pericoli: con la sua borsa di studio New York era veramente proibitiva e per questo scelse il quartiere più degradato ed economico della città, stabilendosi in un bilocale malmesso, con grandi finestre sulla strada, dell’East Village, integrando la modesta borsa di studio con i primi guadagni come modella per gli studenti di pittura e per qualche fotografo alle prime armi, oppure posando per Playboy e Penthouse. Così Madonna, tra una mostra di grafitisti (era diventata amica di Jean Michel Basquiat e di Andy Warhol) e un drink al Bar 315, cercava di sbarcare il lunario e nel suo bilocale malmesso e poco illuminato, dove dalla strada spesso vedevamo questa ragazza bruna, che io credevo fosse un’italiana, sgambettare serissima con l’aiuto di un giradischi stonato: eppure proprio qui, nel cuore dell’East Village, accanto alla sua scuola di danza e non lontana dalla sua abitazione, una sera venne aggredita e stuprata da alcuni giovani in cerca di esperienze hard. Lo schock fu violentissimo ma altrettanta fu la rabbia, la reazione e la determinazione di Madonna a voler continuare. Anzi, credo che quella brutale esperienza abbia contribuito a rafforzare il carattere di Veronica Ciccone. In quel periodo partecipò anche al film L’oggetto del desiderio, un thriller erotico di Stephen Jon Lewicki, che però incredibilmente gli fruttò solo 100 dollari, malgrado fosse la protagonista. Questo episodio indica il livello di povertà e di degrado di quel quartiere in quegli anni. Il film esce alcuni anni dopo, nel 1985, sulla scia della pellicola di successo Like a Virgin, malgrado Madonna abbia tentato in tutti i modi di bloccarne l’uscita. E fu proprio una collega e amica di Madonna, Patti Astor, una giovane attrice considerata la regina dell’underground newyorchese ad animare per prima l’East Village, aprendovi la sua galleria, la Fun Gallery.

Patty Astor con opere di Keith Haring presso la Fun Gallery, 1983. Fotografia di Eric Kroll.
Patti Astor, regina dell'underground e la Fun Gallery 
Patti Astor era una coetanea di Madonna, altrettanto energica ma politicamente più impegnata. Nata e cresciuta a Cincinnati, all’età di 18 anni, nel 1968, si trasferì a New York, diventando la leader politica contro la guerra in Vietnam. Patti, donna simpaticissima, di grande vivacità ed energia, fu una cantante punk rock di successo, nonché attrice protagonista di una decina di film underground, ora tutti agli archivi del MoMa e del Whitney Museum. Ma per quanto ci riguarda lei ha lasciato l’impronta migliore come gallerista, molto ammirata anche da Leo Castelli (mi parlava con molta invidia del suo fiuto per il nuovo, dicendo anche che la differenza di età tra lei e lui, circa 50 anni, si avvertivano), perché con ottimo intuito, infatti lei diventò il riferimento di tutti i grafitisti (Futura 2000, LEE, Zephyr, Lady Pink), ma espose per prima anche Kenny Scharf, Jean Michel Basquiat, Keith Haring. La sua galleria, la Fun Gallery, lei mi diceva, deve presentare l’arte per tutti, deve decidere il pubblico chi è il migliore, non io. Infatti accanto a Basquiat tu vedevi il quadro di un artista sconosciuto e di passaggio che gli lasciava un’opera da esporre. Alla Fun Gallery non esistevano né censure né barriere. E Patti Astor, donna donna intelligente e interessante, trattava tutte le opere con lo stesso amore. Ma Patti, sempre alla ricerca del nuovo, dopo un paio di anni chiuse la galleria e si trasferì a Hollywood, dove scrisse e interpretò qualche film non commerciale. Perché Patti, la regina dell’underground ma anche dell’East Village, non voleva (o non riusciva?) ad entrare nel filone del cinema commerciale.

Gracie Mansion e Sur Rodney (Sur) davanti alla Gracie Mansion Gallery, East Village, 1980.
L’anno del miracolo è il 1982
Dunque l’anno del miracolo e della ripresa a Manhattan è il 1982. Fu anche l'anno della grande esplosione del quartiere che divenne in poche settimane, una attrazione culturale mondiale. Imprevedibilmente, improvvisamente e inspiegabilmente, l’East Village, quartiere depresso e derelitto, diventa il centro del mondo. Mi resi conto allora che solo in America possono accadere certe cose, dove la realtà può essere ribaltata da un giorno all’altro, il ricco diventare povero ma anche viceversa e un quartiere da periferia diventare l’ombelico del mondo. Gli artisti che avevano preso possesso del quartiere lo avevano in pochi mesi miracolato: ogni casa, ufficio, stanza, balcone, bassifondo erano diventati una galleria d’arte, uno studio a cielo aperto, un piccolo teatro di danza, una sala di musica, uno studio fotografico o grafico: ma tutti un centro di discussione permanente. E l’intero quartiere emanava una energia creativa e propulsiva palpabile che sprigionava giovinezza e gioia di vivere. Un quartiere curioso, forse un po’ eccentrico, un formicaio dirompente della creatività allo stato naturale, grazie anche ad alcune gallerie che avevano anticipato la moda e vi si erano stabilite, tra cui Pat Hearn, Vox Populi, Gracie Mansion, Nature Morte, International with Monument e soprattutto, come abbiamo visto, Patti Astor. Ogni spazio disponibile del quartiere, dalle abitazioni, ai bar, negozi, piccoli uffici, terrazzini, gabbiotti, esponevano arte. Un alveare con arte di ogni genere, dal tardo surrealismo alla pittura naif, dall’astrazione geometrica all’informale. Perché tutti gli artisti giovani, giovanissimi o adulti ma ancora in cerca di successo, si erano ritirati strategicamente per sopravvivere all’East Village. Un Aventino pieno di energie e che stava per esplodere, non implodere. Gracie Mansion aveva ritagliato la sua minigalleria nel bagno della propria abitazione. E le opere erano posate o appese alla finestra, alla porta, attaccate al soffitto, alla catenella del water e posate sullo stesso piano del water o dentro il lavandino (mancava il bidè per marcare in modo più specifico la mostra) per cui la visita diventava talvolta una sorta di gimcana per non sbaraccare un'opera. E noi tutti, silenziosi e raccolti come ad un pellegrinaggio da Padre Pio, a scrutare ogni centimetro della toilette di Grace (Mansion) in cerca di possibili capolavori. E ovunque, dentro e fuori le abitazioni, nei bar e sui marciapiedi, giovani che fumavano serenamente hashish, impregnando con l’odore tipico, tutto il quartiere. Addirittura, arrivando da Houston, l’odore dell’hashish ti avvolgeva sin dall’inizio della via.

Leo Castelli e Ileana Sonnabend con loro la figlia Nina.
L’East Village sulle prime pagine dei giornali 
Ma intanto l’East Village si era guadagnato le prime pagine dei giornali e la nomination a quartiere della nuova creatività. Anche se i risultati potevano apparire modesti o velleitari, l’insieme era così vivace e folcloristico da suscitare l’interesse di tutti i curiosi dell’arte, sempre in attesa e in agguato di qualche novità. Ma la vera novità vincente e che giocò un ruolo determinante, fu che l’East Village restava aperto il sabato e la domenica, quando le altre gallerie erano chiuse. Il che permetteva a tutti i galleristi di Manhattan e ai loro assistenti con un po’ di curiosità, di peregrinare nell’East Village. Allora vedevi spesso Ileana Sonnabend e Leo Castelli, passeggiare insieme per il quartiere, osservando con attenzione e umiltà tutti gli spazi espositivi, (compresa la toilette di Grace) complimentandosi e incoraggiando galleristi e artisti. Era un momento quello di grande coralità, in cui tutte le gallerie di Manhattan, ma in particolare Leo Castelli, erano alla ricerca di qualcosa di nuovo, dopo l'ondata un po’ fredda e consumata dell’arte concettuale e minimal.

Invece l’East Village, con i suoi colori e i suoi mille e più pittori, scrittori, musicisti, da interno e da strada, sprizzava energia, colore, novità. Una nuova forma di produrre e presentare l’arte. Le decine di migliaia di visitatori del sabato e domenica, che formavano una lunga, interminabile coda, provenienti dall’Europa tutta, da New York e dalla provincia, potevano assaporare l’arte in tutte le forme espressive e portarsi a casa un’opera o un souvenir, spesso per pochi dollari. Ricordo che era una grande festa popolare per tutti e che ti faceva sembrare interessante anche ciò che non lo era. E moltissimi, noi compresi, ad acquistare della paccottiglia che una volta portata a casa e osservata bene la gettavi nel bidone della spazzatura. Ma eri anche tu contagiato dal sacro furore dell’arte e dalla sensazione di poter scoprire il nuovo Jasper Johns. La kermesse nell’East Village durò un paio di anni. E ricordo che gli appassionati d’arte e i curiosi di tutto, partivano espressamente dall’Europa, per vivere questa esperienza culturale entusiasmante per tutti.


Pat Hearn ritratta da Andy Warhol.

Entra in scena Pat Hearn
Ma Indubbiamente la galleria più professionale e bella, che poteva misurarsi con i più famosi spazi di Soho era quella di Pat Hearn, che Leo Castelli considerava più bella della sua (forse anche in omaggio alla bellezza di Pat Hearn, che Leo ammirava molto nel suo abbigliamento casual e un po’ grunge: ma si sa, Leo era un grande ammiratore della grazia femminile). Pat che pur non essendo glamour, si contendeva il primato del fascino femminile con Mary Boone a SoHo, simbolo invece del potere della donna di successo (purtroppo in questi giorni è nei guai con il fisco americano, a cui ha dovuto versare 19 milioni di dollari ma rischiando anche dai 3 ai 5 anni di prigione, che forse i suoi avvocati, dimostrando che il crimine è stato conseguenza di traumi dell’infanzia, riusciranno a evitarle la prigione chiedendo gli arresti domiciliari) in galleria aveva un gruppo di artisti promettenti, che reintroducevano una certa pittura figurativa o astratta leggera, spesso ironica (George Condo, David Bowes, Milan Kunc, Donald Baechler, Philippe Taaffe) in contrapposizione a quella greve e un po’ soffocante di Julian Schnabel: che però aveva sbancato New York dapprima con Mary Boone poi approdando alla Pace, la galleria nemica storica di Leo Castelli. Leo, nei nostri frequenti incontri mi parlava con grande rispetto di tutti, perché era un gentiluomo e per lui non esistevano nemici: solo quando si nominava Arne Glimcher, proprietario della Pace, si inalberava: perché mi raccontava gli aveva sottratto in modo un po’ fraudolento Rosenquist (che a me personalmente non sembrava una grave perdita ma per Leo invece fu una ferita insanabile). E Leo, correttissimo con tutti i suoi colleghi, mai uno sgarbo con nessuno di loro, non accettò questa intrusione, considerandola un crimine. E ora che Pace era riuscita a mettere le mani anche su Julian Schnabel, che Leo, malgrado il suo potere mediatico non era riuscito a catturare, il suo furore si trasformò in odio. Pat Hearn entrò, come sua abitudine in punta di piedi nella scena artistica di New York, ma ben presto con la sua pattuglia di giovani promettenti, in una New York in attesa del nuovo, si fece notare. Le sue inaugurazioni erano le più frequentate di Manhattane i suoi artisti considerati le nuove promesse della scena artistica. Ricordo che Helena Kontova, che seguiva da tempo attraverso Flash Art, gli artisti di The Pictures, detti anche “appropriatori di immagini”, organizzò una discussione storica nella sua galleria, Dalla critica alla complicità con Jeff Koons, Peter Halley, Haim Steinback, Meyer Veisman, Philippe Taffe, Sherrie Levine, a cui partecipò tutta la New York dell’arte. La discussione mise a punto il cambiamento in atto che stava spostando l’idea della criticità dell’arte, dalla appropriazione delle immagini verso il possesso dell’oggetto del desiderio. Moderatore Peter Nagy, artista e direttore della galleria Nature Morte, poi trapiantata in India. Fu una discussione accesa ed entusiasmante, a dimostrazione dell’impegno e del sacro furore che animava tutti quei giovani artisti alle loro primissime mostre. Ricordo ancora una frase topica di Jeff Koons in quella discussione, riportata poi in Flash Art: A me interessa raggiungere un pubblico generico riuscendo al tempo stesso a mantenere l’opera a livelli alti. Chiunque può arrivare alle mie opere provenendo da un livello medio di cultura. La sua lucidità e determinazione mi hanno sempre conquistato. Non ho mai conosciuto un artista che ha saputo costruirsi una carriera con tanta lucidità e intelligenza come lui. Anche se i grandi traguardi ottenuti (ad un certo momento è stato il più costoso artista vivente) non potranno essere mantenuti: sono curioso di vedere come affronterà la sua inevitabile decadenza. 

Fine della seconda parte: a breve la terza parte, ancora sugli anni ‘80


Contributi

A proposito di Enzo Cucchi al Guggenheim
Caro Politi,
ho letto nel precedente Amarcord il suo scritto su Cucchi, in occasione della sua mostra al Guggenheim Museum. Non le sembra di essere stato un po’ severo con l’artista italiano? Grazie.
Angelo Diotallevi, Roma

Ma Enzo Cucchi è un grande artista!
Caro Amico,
ma io ho molta stima del lavoro di Enzo Cucchi. Lo considero bizzarro (come altri artisti) ma geniale e imprevedibile. E comunque di grande qualità. Il mio giudizio riguardava la sua strategia espositiva, forse non in linea con lo spirito americano. Io ho riportato il punto di vista generale che in quell’occasione mi fu sintetizzato da Jeffrey Deitch, un autorevolissimo osservatore di livello internazionale. Ma tanto di cappello all’artista Enzo Cucchi. E poi una mostra sbagliata non fa primavera. Enzo Cucchi ha tutti mezzi e capacità per superare questo momento di depressione generale. Anzi, se potessi permettermelo, acquisterei volentieri un’opera bella di Enzo.

Massimo Minini: adesso il frigo funziona
Caro Giancarlo.
Getulio era il più simpatico dei burberi brontoloni.
Ho delle sue lettere deliranti contro Sol LeWitt, contro di me che lo difendevo, una delizia dialettica, anche se impossibili, fuor di ogni logica. Incredibile che tu venga accusato di nonsocchè. Da ridere la storiella della bticino invece che AVE. Arrampicarsi sui vetri è un’arte. Noi siamo la patria del diritto, ma anche del rovescio. Tra l’altro l’AVE è bresciana del mio amico Sandro Belli, parlerò con lui di Get.
E per quanto riguarda Gino de Dominicis, che disastro: uno che si è difeso tutta la vita, che si è rarefatto, che non ha pubblicato, che ha creato un’aura di mistero attorno a sé e al proprio lavoro, viene sbattuto e frullato in prima pagina appena passato all’eternità. Iniziando dalla mostra al MAXXI (per fortuna lui non l’ha vista...) Quella mostra è la migliore dimostrazione che non c’é un aldilà. Ci fosse, Gino avrebbe chiesto a Dio, a Zeus, o forse a Manitù di mandare un fulmine, invece niente. Così come sarebbero arrivati fulmini sulle fondazioni a suo nome, libroni, pubblicazioni… E per quanto riguarda la mia provocazione, figurati, ho grande simpatia per tanti, e specialmente per Pio di cui ricordo Ebrea di Fabio Mauri a Brescia all’ACME di Valentino Zini. Certo il sistema italiano è debole anche perché siamo troppo furbi, una bella genialità. Come dimenticare le strepitose mostre alla Bertesca, la prima di Cucchi da Deambrogi a Milano (con Piero Cavellini per la precisione) e certo Marina dall’Inga-Pin. Vero, ma le medaglie hanno un rovescio, cioè come l’elettricista che abbiamo chiamato a casa per una urgenza. È venuto subito, ha trombato mia moglie, messo incinta mia figlia, stuprato la nonna e poi ha cambiato le lampadine, ha sistemato l’impianto ed ora siamo felici perché il frigo funziona perfettamente...” Il sistema dell’arte Italiano è debole perché siamo troppo furbi. E a volte sono gli stessi artisti a fare disastri. Pensa a un grande come Turcato, pensa ad un grande pittore come Schifano: autentiche a San Marino, no niente, contrordine, autentiche a Roma poi anche a Milano (tutte a pagamento. Chi ha fatto le prime le può buttare nel cesso, valgono le seconde. E se qui non passano prova col terzo archivio etc.). Pensa a Manzoni, tutti sanno che Piero ha fatto circa 400 opere. Oggi ce ne sono 1800 autenticate. Primo Celant, secondo Celant. Prima Freddy Battino, le autentiche di mamma Valeria, quelle del nuovo archivio che cerca di mettere ordine...
Pensa che pochi anni fa il catalogo delle opere di Rembrandt è stato ridotto da 900 opere a 400. Circa.
Cosa succederà quando, calmate le acque del mercato facile, appena l’arte moderna sarà diventata antica, quando gli storici potranno finalmente redigere il vero catalogo del Piero, le opere certe passeranno da 1800 a 400! Che disastro, che pianti, che manna per gli avvocati. Direttori di museo che mandano nei depositi opere fino a poco prima mirabolanti. E prendo Manzoni come esempio ma potremmo farne tanti.
Ma certo gli avvocati sono in agguato, il tuo caso insegna, meglio lasciar perdere, in fondo che ci frega ROMA O SPAGNA purché se magna. L’Italia è un grande paese ha una storia millenaria, una storia dell‘arte pazzesca. Un paese mirabile, persino Dio ha scelto di abitare qui... basta con ste lamentele. Certo io ho acquistato un bellissimo “Compagni Compagni” da Finarte fine anni ottanta e l’archivio non me lo passa. Ho acquistato da una nota galleria milanese un rarissimo e vecchissimo Paolini: falso. L’archivio LeWitt mi ha respinto un disegno acquistato da altra nota galleria milanese: falso. Io ho ripagato le persone cui avevo venduto, ma non sono mai riuscito a farmi pagare da chi me li aveva venduti. Ah! Questi “cari colleghi” che fatica però. Sai cos’é? E' che io ci tengo alla faccia. Altri no, e sono molti. Per questo, anche per questo, il sistema italiano è debole. Troppi furbi, e tanti che li giustificano, ma in fondo hanno cambiato le lampadine e adesso il frigo funziona...

Io mi accontento del frigo 
Caro Massimo, 
si, certo, ci dobbiamo accontentare del frigo che funzioni. In questa Italia allo sfascio è già un sintomo di vitalità. Ma se togliamo all’arte e al sistema dell’arte italiani, quel pizzico di follia che l’ha sempre caratterizzata (da Caravaggio a Van Gogh, sino ai nostri giorni con Francesco Masnata, Pio Monti, Remo Pastori, Franz Paludetto, Franco Toselli, De Dominicis, Schifano, Festa e tanti altri) ci resterebbero solo delle opere, spesso mute, attaccate alla parete. E a noi non bastano. Ma se riduciamo Manzoni a 400 opere (Enrico Castellani mi giurava che non erano più di 200-300) cosa resta di lui? E’ diventato Manzoni perché sul mercato hanno girato duemila opere, contribuendo a costruire un mito. Con 400 opere sarebbe restato l’alcolista del Bar Giamaica. Un aneddoto per te: negli anni ’70 con Gino Di Maggio e una collezionista sua conoscente, andammo dalla mamma di Piero Manzoni, per mostrargli un’opera e chiederne la eventuale autentica. La contessa Manzoni ci liquidò frettolosamente: io non so nulla del lavoro di mio figlio, l’esperto che io ho delegato per autenticare le sue opere è Sarenco di Brescia. Lascio a te caro Massimo, che sei di Brescia e hai conosciuto Sarenco, ogni commento. Sarenco è stato anche un distributore per l’Italia di opere di Beuys...Negli anni ’60 su Newsweek uscì un articolo che rivelava che solo nei musei USA esistevano più opere di Manet (o Degas?) di quante lui ne avesse realizzate. Pare che intervenne l’FBI (o la Cia) per mettere a tacere tutto, altrimenti avrebbero chiuso molti musei americani. Caro Massimo, accontentiamoci di guardare ciò che ci viene proposto senza farci troppe domande. Tu sai che la Gioconda molto probabilmente è una copia? E ti assicuro, visto che io l’ho conosciuto, le opere originali di Manzoni non sarebbero giunte sino a noi, realizzate in modo maldestro e con mezzi molto fragili e approssimativi. Invece lasciamoci rapire dalle belle opere che ci sono proposte oggi. Perfette, levigate, che sembrano uscite ieri dallo studio, anzi, dalla fabbrica. Anche l’occhio vuole la sua parte. Ma hai ragione tu: purtroppo il mercato delle autentiche è un disastro ma non possiamo farci nulla. Io mi accontento di guardare una bella opera. Pensa, negli anni ’80 un amico mi dice che vorrebbe comperare un’opera di Alighiero Boetti e se potevo presentarlo. Chiamai Alighiero pregandolo di trattare bene questa persona che voleva un piccolo arazzo. Poi con il tempo, nei tardi anni ’90, questo amico, in un momento di necessità. mi rivendette l’arazzino. Mi pare per un milione di lire. Ma l’Archivio non lo ha riconosciuto. E io mi tengo il bell’arazzetto (riconosciuto valido anche da Giorgio Colombo, a mio avviso un super esperto di Alighiero) immaginandolo grande, come certi capolavori di Alighiero. In fondo, basta accontentarsi. E avere un po’ di immaginazione.

Sergio Risaliti
Caro Giancarlo aver letto su Artribune di te e del riconoscimento alla tua rubrica mi ha fatto un gran piacere. 
Ho avuto il privilegio di lavorare con te molti anni fa in redazione dal 1992 al 1994 e poi come collaboratore ho continuato a scrivere fino ad oggi. Ho sempre ritenuto la tua rivista un servizio al pubblico da cui non prescindere per essere informati comunque e dovunque piacendo o meno quello che veniva trasmesso.
Un fatto è certo, molti critici curatori direttori di musei si sono formati alla tua scuola.
E grazie a questo tuo lavoro di Helena e di tanti collaboratori il sistema dell’arte è oggi meno provinciale e arretrato di quanto lo avrebbero voluto i conservatori del sapere e dell’informazione.
Come tutte le persone geniali non sei certo contenibile in schemi riduttivi o dentro cornici di comodo.
Per questo ti ho sempre a mio modo sostenuto e apprezzato portandoti ad esempio di giornalismo critico non omologato né schierato. Lo spazio che hai dato poi alle nuove generazioni ai nuovi movimenti alla sperimentazione è stato di grande aiuto per l’emergere del nuovo. E non ti sei mai dimenticato del passato e dei maestri cui hai sempre dedicato attenzione invitando le nuove leve di critici a cimentarsi con loro. 
Grazie. Con affetto sincero e buon anno
Sergio Risaliti 

La bellezza assopisce? La sindrome di Stendhal uccide la creatività?
Caro Sergio,
che piacere sentirti! Tu che hai contribuito in modo determinante a portare l’arte contemporanea a Firenze! Con la tua perseveranza e la grande capacità di realizzare mostre straordinarie a costo zero. Ora Firenze ha preso l’abbrivio e sembra non fermarsi più. Anche se temo in qualche caso che l'evento si trasformi in baraccone. E non a costo zero, come tua consuetudine. Ma meglio così che il vuoto di dieci anni fa. Ma come mi spieghi tu che in questi ultimi 50/60 anni, a parte Sandro Chia che è emigrato per tempo, Firenze non ha prodotto alcun artista di rilievo? La bellezza assopisce? La sindrome di Stendhal uccide la creatività? Bisogna vivere in metropoli desolate e violente per produrre buona arte? Tu che pensi? 
Per il resto, cosa dirti? Ho sempre apprezzato la tua passione e i tuoi strali. Indice di razza buona. Anche se ai tempi d’oggi, pericolosi. Meglio l’acquiescenza, credimi. La salute prima di tutto.

Fausta Squatriti
Caro Giancarlo, grazie per questo nuovo tuo Amarcord, e per avere pubblicato il mio.
Mi dispiace che ci siano persone che credono tu stia diffamando Getulio, non è così, lui era una persona complessa, e anche complicata, contraddittoria, sapeva essere generoso e tirchio, empatico e respingente, non lo si può narrare senza dire questo, e rimane che sapeva farsi amare, più che odiare, perché la sua genialità, alla fine, rielaborava tutto, compreso le cose inaccettabili che abbiamo tutti - subito - e perdonato.
Hai narrato le tante sfaccettature con bello stile, contrariamente al testo dell’avvocato che ti scrive, e ne emerge un racconto affettuoso, ma certo non privo di oggettività, del Get. Un personaggio alla Maupassant, a pensarci bene. Mi ha commosso leggere che lo consideri padre, figlio, fratello… e ti assicuro che anche io ho sempre provato lo stesso sentimento di appartenenza per tutti quei ruoli differenti, e tutti autentici, nella contraddittoria mescolanza di alto e basso.  Spero che tu stia meglio, e faccio a te, a Helena, i miei auguri per l’anno a venire, 
Fausta

Getulio Alviani: una testimonianza preziosa
Cara Fausta,
mi fa piacere ricevere le tue testimonianze. Tu che sei stata compagna e poi amica e consulente per la vita di Getulio, che con te ha vissuto un rapporto intenso e turbolento. Ma di grande stima e interscambio (e timore reverenziale?) sino alla fine dei suoi giorni. E mi parlava spesso di te, dei tuoi pregi e dei tuoi (secondo lui) difetti. Ma alla fine ne usciva il ritratto di una persona che lui ammirava e apprezzava enormemente.

Giuseppe Maraniello
Caro Giancarlo la diffida cha hai ricevuto mi sorprende. Con Alviani ho condiviso lo stesso dolore perdendo rispettivamente le nostre mogli a distanza di due mesi. Per lo stesso male. So quello che hai fatto per lui e per Anna. Sei stato un grande e presente amico suo. Ricordo che quando volevamo comprare lo spazio sotto casa tua, facendo una cordata per poi dividerci la metratura, insistevi per riservare a Getulio 50 mq per evitare di lasciarlo solo. Quando il progetto saltò per lo strano comportamento del venditore che per la seconda volta cambiò idea, tu ti accollasti con piacere l’onere di ospitarlo a casa tua per un indefinito tempo. Per chi non lo sapesse, conosco la storia perché le nostre proprietà sono tutte nello stesso cortile. Sono quindi testimone di quanto gli sei stato vicino e della stima che avevi per lui dimostrato anche per lo spazio che ha sempre avuto sulla tua rivista. Potrei continuare a parlare di questo rapporto puramente sostenuto dalla stima e l’amicizia vera, ma tu Giancarlo hai già detto tanto e sostengo non ci sia niente d’inventato o falso. Approfitto per ringraziarti, ancora una volta, questa volta pubblicamente, per tutto quello che ci stai dando ancora col tuo lavoro. 
Ciao, Giuseppe Maraniello 

Getulio Alviani, un amico e un fratello
Caro Giuseppe,
grazie per la tua testimonianza. Preziosa e di prima mano. Ma non parliamo più di Getulio Alviani. Chi ci ha frequentati sa bene che io ne ho sempre parlato con grande affetto e stima vera, anche se talvolta ho sottolineato alcune sue curiose bizzarrie e manie. Che erano per me e gli altri, spunti di riflessione, a volte profonda, una chiave di lettura secondo me inestimabile. Le sue teorie sull’economia potrebbero portare a riflessioni curiose, Se non lo avessi stimato e amato, non lo avrei tenuto in casa per mesi e mesi né fatto collaborare a Flash Art per anni e anni. Ma la morte cancella amicizie, frequentazioni, rapporti umani, progetti comuni. Lasciando solo il vuoto e molta tristezza. Caro vecchio Get, che amarezza vedere molte tue idee ed opere in mani indegne. Tu che le avresti regalate a chi dimostrava di amarle veramente!

Gianni Cuzzoni
Carissimo Giancarlo,
seguo come molti - moltissimi - i tuoi Amarcord, che stanno diventando una specie di memoria condivisa dell'arte degli ultimi decenni, destinata certamente ad alimentare l'immaginario collettivo del futuro. Tanto più che verba volant, sed scripta manent. Ti sei assunto un compito di grande responsabilità, e hai fatto bene, considerando che tu sei tra i pochi - pochissimi - a poterlo affrontare in modo credibile. 
Il tuo Amarcord della vigilia di Natale è stato molto denso di suggestioni, non solo nella parte dedicata alla narrazione, ma anche nei contributi; in particolare, mi è parso surreale l'intervento di quell’avvocato che ti intima di non parlare più di Getulio Alviani, e di non pubblicare immagini che lo riguardino. 
E' fenomenicamente inspiegabile -lo dico dal punto di vista scientifico- che così spesso i rappresentanti e/o responsabili degli archivi siano persone lontane milioni di anni-luce dalla storia e dallo spirito degli artisti che dovrebbero (mi scappa da ridere!) valorizzare; se avrai la pazienza di leggere fino in fondo queste note, riprenderò l'argomento un po' più in là. Intanto, però, vorrei raccontare il mio incontro con Getulio, che avvenne a Piacenza, nella galleria di Lino Baldini, fine intenditore che, in anni non sospetti, aveva dedicato al Nostro una mostra personale. L'inaugurazione era affollata, ma per qualche misteriosa ragione Getulio si mise a parlare con me e Daniela, ci raccontò della sua vita presso gli zii, e ci illustrò la sua teoria secondo la quale ognuno avrebbe dovuto avere diritto a muoversi e viaggiare senza spendere denaro. E a questa teoria agganciò la descrizione di come faceva a riutilizzare, potenzialmente all'infinito, lo stesso biglietto della metropolitana: lo timbrava al primo utilizzo in modo che la data fosse poco leggibile, dopo di che bastava avvolgere l'estremità timbrata con un po' di domopak trasparente: la timbratura successiva finiva sul domopak, che rimuoveva subito dopo, rendendo il biglietto pronto per la tornata successiva !
Chissà se certi avvocati riescono a capirlo, ma episodi come questi non sono affatto "lesivi dell'immagine del maestro", ma ne illustrano la dimensione altra che fa di un artista quel che è, ovvero non un produttore seriale di immagini, ma un essere geniale che, sulla base magari di qualche teoria bislacca -il diritto universale allo spostamento- riesce a trasformare la grigia realtà quotidiana in una costante magia, con un gesto che qualcuno può interpretare come malandrino, e altri come un esempio di resistenza umana. Sarebbe proprio la dozzinale normalità che caratterizza il quotidiano di noi travet a offuscarne l'immagine, e a tradirne la natura. Archivi, dicevamo. Nella tua risposta a Massimo Minini, che riprende le vicissitudini degli "archivi" De Dominicis (guarda caso: anche lì, se non sbaglio, c'è di mezzo un avvocato...), definisci Pio Monti come l'unico vero grande esperto di Gino De Dominicis, del quale è stato anche l'unico vero gallerista. Ho avuto la fortuna di conoscere Pio Monti una sera di alcuni anni fa, passando a Roma da Piazza delle Tartarughe, alias Piazza Mattei, senza sapere che lì ci fosse la sua galleria; erano circa le 22, l'interno della galleria era illuminato e ne proveniva della musica. Ci avvicinammo: c'era un grande piano a coda (è ancora lì...) al quale era seduto un uomo, solo, che lo stava suonando. Applaudimmo alla fine del pezzo, così l'uomo si girò, e ci invitò ad entrare. Si mise subito a conversare, le sue poetiche ed esilaranti arguzie presero immediatamente il volo; quando seppe del nostro innamoramento artistico per Gino ci invitò immediatamente a cena, e per tutta la serata ci raccontò un'infinità di episodi della sua vita in comune con Gino, come se fossero accaduti il giorno prima, come se il giorno dopo avesse ancora dovuto incontrarlo, come se i due non si fossero mai separati. Quell'uomo era Pio Monti, e sospetto che Gino e lui, davvero, non si siano assolutamente mai separati. 
Un caro abbraccio
Gianni Cuzzoni

Chi tocca Getulio Alviani muore
Caro Gianni,
ricorda, chi tocca Getulio Alviani muore. Dunque lasciamo perdere i fili dell’alta tensione.
Ben tratteggiata da te, pur avendolo incontrato una sola volta, la figura di Pio Monti. Pensa quante cose potrei raccontare io che lo conosco dal 1964. Purtroppo le vicende dell’arte, alcune amare per lui, lo hanno un po’ fiaccato. Speriamo si riprenda. Perché il palcoscenico dell’arte senza Pio Monti sarà un’altra cosa. Anche se tutto ormai è altra cosa.

Aldo Ponis: Archivio Elisabetta Catalano
Buongiorno Giancarlo,
sono Aldo Ponis, da una vita compagno di Elisabetta Catalano e da qualche anno, purtroppo, solo il responsabile del suo Archivio.
In questo mio nuovo ruolo (prima ero un architetto, esperto di pianificazione ambientale) trovo di grande aiuto le esperienze di chi ha intensamente vissuto il passato che, in qualche modo, Elisabetta ha cercato di fissare nelle sue foto.
A poco a poco, grazie all’aiuto di chi quegli anni oggi ha la pazienza di ricordare, mi sembra di potere ricostruire situazioni, personaggi, eventi. 
Ed in questa ricerca i tuoi Amarcord mi sono di grande utilità (oltre che di piacevole lettura), di questo volevo ringraziarti
Aldo

Elisabetta, straordinaria ritrattista
Caro Aldo,
Elisabetta, che io ho conosciuto già alla fine degli anni ’60, è stata una grande ritrattista. Peccato che il suo lavoro non abbia la visibilità e l’attenzione che merita. E lei, quando poteva, non fece nulla per proporlo pensando di essere solo una fotografa e una donna bella, a cui era permesso fotografare ma non di essere artista. All’epoca era vietato essere artisti ai ricchi (Fabio Mauri, Gianfranco Baruchello: riconosciuti solo recentemente) e alle donne belle. La bellissima Elisabetta, troppo bella ed elegante era una esclusa eccellente. Ricordo che mi invitò più volte in studio per farmi un ritratto. Erano i tempi in cui lo fece anche a Gino De Dominicis. Ma tra un rinvio e l’altro e poi la mia partenza da Roma nel 1971, il ritratto saltò. A te auguro buona fortuna con il suo Archivio. Anche se io, in questo momento di confusione, non saprei da dove iniziare. Ha tentato qualcosa Massimo Minini, ma con scarso successo. Larry Gagosian farebbe diventare il lavoro di Elisabetta come quello di Diane Arbus o Richard Avedon. Ma il problema è come avvicinarlo al lavoro di Elisabetta.

Roberto Donnini
Gentile Giancarlo
in merito ad AMARCORD 24: inizio anni 1980 a New York. Ci ero già stato anni prima a lavorare e ci tornai dal 1982 al 1984 almeno tre volte per scoprire a fondo il mondo delle gallerie e dell’arte, cui mi ci stavo dedicando ormai da parecchio tempo. Facevo dei lavori particolari, come mi disse Leo Castelli, il giorno che decisi di andare a farglieli vedere nella sua galleria al 420 di W. Broadway. Mi ricordo che arrivai in galleria un po’ tardi di mattina e Leo era seduto ad una scrivania in una sala della galleria e una sua assistente all’entrata - dato che avevo chiesto di parlare con lui - mi disse di aspettare seduto su un divano squadrato: dopo poco Leo si alzò e mi domandò cosa volevo: gli risposi che avevo qualcosa da fargli vedere, mi rispose che aveva un appuntamento e doveva andare via subito, ma mi chiese ‘ fammi dare veloce un’occhiata ‘: tirai fuori un piccolo lavoro, lui lo guardò, guardò me e mi disse - senza fare nessun commento - ‘puoi aspettare una mezzora circa che dovrei essere di ritorno ???': dissi di si. L’attesa fu più lunga, aspettai una ora e mezza, ma quando tornò mi fece sedere subito davanti alla sua scrivania e si mise a guardare cosa avevo portato: fu in quel momento che mi disse ‘bene!, sono cose particolari… che hai intenzione di fare ???'. Non mi voglio dilungare nella chiacchierata che ebbi con lui, sulla quale più avanti capirai come andò a finire. Fin da quando ero adolescente ho sempre fatto opere d’arte essendo curioso di imparare, di studiare, di capire cosa accadeva in questo ambito, e di capire come funzionava l’arte nelle sedi e gallerie più ‘avanti’ del mondo (a New York, Londra, Parigi, Berlino, ecc. - era per questo che ci andavo almeno una volta l'anno ) e specialmente ero curioso di sperimentare cose nuove e particolari - l’arte, la musica e l'architettura sono state sempre la mia passione. In quelle tre volte che fui a New York in quel periodo visitai tante gallerie e in alcune che ritenevo più congeniali alle cose che facevo io, mi permettevo anche di mostrare al gallerista le mie opere. Per inciso anche in Italia avevo fatto la stessa cosa con alcune gallerie di Milano e Roma. Tutte le gallerie che citi in Amarcord 24 le visitai più volte, come anche la Factory di Warhol e in tutte penso di aver visto e anche scambiato qualche frase o commento con artisti che bazzicavano le gallerie stesse (che poi sono diventati famosi) dato che io non solo entravo, guardavo ed uscivo ma ci rimanevo anche un’ora all’interno, ed in alcune ci rimanevo anche mattinate o pomeriggi interi e ci ritornavo più volte: sono passati quasi 35 anni e le immagini sono sfocate e spesso confuse e non so oggi ben relazionare ciò che vidi negli ambienti di quelle esposizioni, con la faccia dell’artista, e con quello che le stesse opere o persone sono diventate o ciò che hanno assunto, alcuni anni dopo (cioè famose, famosi e conosciutissimi). Come ho scritto prima, l’altro campo cui mi stavo dedicando era la musica: mi ci stavo dedicando anche con impegno finanziario, producendo la mia stessa musica su vinile. Quindi quando Leo castelli mi chiese ‘…che hai intenzione di fare ??’’' risposi che ci avrei pensato, dato che avrei dovuto (come mi suggerì lui), partire con un gallerista in Italia e poi contemporaneamente trasferirmi a New York e operare sul posto, con un possibile sbocco anche nella sua galleria (di Leo). In quel periodo non solo ero impegnatissimo nella musica ma dovevo anche frequentare l’università (architettura a Firenze) e non potevo lasciare tutto quello che avevo già iniziato e in cui avevo investito anche dei soldi e trasferirmi negli USA. Quindi abbandonai il suggerimento di Leo e rimasi in Italia: in sintesi sono diventato famoso in una nicchia di musica contemporanea estremamente particolare e dato che ovviamente quello che conta è anche 'la pagnotta’ iniziai a fare il libero professionista con la laurea in Arch. Con tutto questo voglio far rilevare che se in quegli anni qualcuno con delle idee nuove e particolari fosse andato nei posti giusti, sicuramente avrebbe trovato una sua strada e avrebbe trovato anche quelle gallerie in cui operare e forse riuscire ad emergere e a diventare ‘ricco e famoso’: bastava - secondo me - ripeto - proporre cose nuove e intelligenti e con un substrato culturale che avesse un senso e una solida radice. Per fare questo bisognava vedere, conoscere, informarsi, tenere sottocchio tutto quello che accadeva nelle gallerie più conosciute ma anche in quelle meno conosciute e åavere la sensibilità culturale di discernere e capire ciò che valeva da ciò che erano impiastricciamenti estemporanei, nonché ovviamente ‘capire’ come si muoveva il mercato dell’arte. A quel tempo io ero già abbonato a Flash Art da alcuni anni ed anche ad altre riviste straniere: la tua rivista ritengo essere stata un ottimo insegnante, ho imparato più da Flash Art che se avessi frequentato corsi universitari e corsi all’Accademia (ambienti che, tra l’altro conoscevo, retrogradi, ottusi, e riflettenti l’allegoria di colui che va avanti ma che guarda sempre solo lo specchietto retrovisore). Un ultimo appunto in merito al periodo: mi riferisco a Rammellzee (non so se lo conosci - origini italiane - mulatto - con lavori simili a Basquiat e azioni-performances dove si presentava con il corpo ricoperto da vari oggetti colorati - nome vero ignoto, dato che se lo fece anagraficamente cambiare in Rammellzee) ma nei tuoi giri nella grande mela del periodo, non lo citi: la sua abitazione a TriBeCa in Laigth Street era molto frequentata da varie persone dell’ambito dell’arte e anche da Basquiat e Keith Haring, suoi amici, e dato che lui operava anche in campo musicale, io ci andai alcune volte e ricordo di aver scambiato con lui qualche opinione su arte e musica: ma la sua musica era un genere diverso dalla mia. Il mio campo di indagine era l’ambiente della cosiddetta minimal music (La Monte Young, Philip Glass, Steve Reich ecc. che conoscevo personalmente e con i quali in quegli anni, ma anche prima e anche dopo, ho avuto scambi di vedute sulla musica). Il tuo Amarcord mi ha fatto ricordare quel periodo dove per un paio di mesi all’anno frequentavo New York per vedere e conoscere il ‘sistema dell’arte’ e dalla lettura di quanto tu hai raccontato mi è riaffiorato dalla memoria quanto qui ho descritto. Forse ho scritto troppo, non so se ce l’hai fatta a leggere tutto !!!! Saluti.
Buon 2019
Roberto Donnini

Leo Castelli e Ileana Sonnabend mi hanno insegnato molto
Caro Donnini,
ma cosa hai letto? Nel mio precedente Amarcord ho parlato a lungo di Rammellzee, tralasciando invece i Futura 2000 oppure A One, che all’epoca erano, come Rammellzee, una promessa. Curiosa la tua esperienza americana, anche se ti sei dilungato troppo.
Leo Castelli era un gran signore. Spero di poter scrivere un Amarcord su di lui. Pur essendo il gallerista più importante del secolo scorso, aveva tempo e una parola buona per tutti. Amici, artisti, critici, curatori, colleghi. Straordinario. Lui e Ileana Sonnabend, coppia meravigliosa dell’arte contemporanea. Mi hanno insegnato molto. Purtroppo il loro insegnamento, nella bolgia del mercato d’arte di oggi, è andato perduto.

Ennio Pouchard
Carissimo Giancarlo,
per me, la cosa più bella che mi è arrivata per questo Natale è il tuo Amarcord 24 datato 24 e così pieno di te. La sensazione che provo nel leggerti è che ritrovo nelle tue parole il carattere di quando sei venuto a conoscermi a Roma e la natività di Flash Art profumava ancora di fresco. Te lo dico perché vorrei che mi sentissi vicino, anche se ora è difficile che lo sia fisicamente: sto bene e lavoro, ma ho smesso di viaggiare.
Un caldo buon Natale e felice anno nuovo a te e famiglia,
Ennio

Testimone della nascita di Flash Art
Caro Ennio,
è vero, tu sei stato un testimone della nascita di Flash Art. E a Roma mi sei stato un prezioso collaboratore, contribuendo alle prime traduzioni in inglese della rivista che incominciava a diventare bilingue. E poi qui a Milano hai contribuito alla crescita della rivista con le prime News che elaboravi in redazione e che erano le prime in assoluto nel mondo, perché non esisteva la consuetudine delle notizie nelle riviste d’arte, considerate superflue. Poi è arrivato internet che ha posto fine ad ogni polemica. Ma offrendoci anche qualche opportunità, pur livellando tutto.

Lorenzo Perrone
Caro Politi,
che gioia leggerla. E che bel regalo di Natale l’ultimo Amarcord! Spero che tutto finisca in un libro da regalare ai (pochi) amici che non la conoscono. Però non ha detto nulla di Paolo Buggiani, un autentico e generoso guerriero stellare. Era Buggiani, con la sua vecchia Volkswagen da guerra o sui suoi pattini a rotelle, con addosso le sue armature colorate a sfrecciare per il Village e sputare fuoco e fiamme contro l’arte convenzionale. Non crede?
Un cordiale saluto,
Lorenzo Perrone

Paolo Buggiani? L’ho conosciuto poco
Caro Perrone,
ho intravisto talvolta a New York Paolo Buggiani in galleria con i pattini e col suo costume mimetico. Era molto curios e determinato, anche se non ho mai avuto l’occasione di vedere i suoi lavori di street art. Ma io lo ripeto da sempre: non voglio essere uno storico dell’arte. I miei Amarcord nascono da frequentazioni, occasioni, riflessioni e ricordi di incontri spesso casuali. E su tanti, troppi artisti, con cui ho avuto una amicizia di lunga data (vedi Alighiero Boetti, Tano Festa, Franco Angeli) avrei qualche difficoltà a rammendare i miei ricordi. Di Paolo Buggiani ricordo invece, strano a dirsi, sue splendide mostre del periodo informale alla galleria Schneider a Roma, alla fine degli anni ’50 o ai primi anni ’60. Strani scherzi della memoria.

Angelo Riviello
Caro Giancarlo,
meriti il giusto relax in Versilia, respirando aria un pò più pulita, lontano dall'inquinamento di Milano, dove auguro a te e ad Helena di passare un bellissimo Natale! 
Volevo dirti solo una cosa: "ricordati anche degli ultimi", che come i "primi" hanno fatto, e continuano a fare, salti mortali per l'Arte, anche in luoghi non usuali, inventandone dei nuovi, lontani dai soliti circuiti. 
Un caro abbraccio!
Angelo Riviello

Non ho avuto la possibilità di seguire il tuo lavoro
Caro Angelo, 
forse sarà vero che gli ultimi saranno i primi, ma sino ad ora sono stati i primi a fare la storia. Purtroppo. Anche se Le Goff e Fernand Braudel sono riusciti a ricostruire la storia studiando soprattutto gli ultimi. Ma io non sono Le Goff né tantomeno Braudel e non ho strumenti per parlare di ciò che non ho vissuto in prima persona. Ti ho conosciuto come artista còlto e gentile, ma non ho avuto l’opportunità di seguire il tuo lavoro mentre eri a Milano. Mi spiace.

Giannantonio Radice
Gentile signor Politi, nell’esprimerle la mia solidarietà in presenza della diffida che ha pubblicato (la figura di Getulio Alviani da lei descritta, avendolo frequentato spesso, non poteva essere più veritiera e precisa), le chiedo, se mai ha sufficienti spunti, di ricordare uno degli artisti che personalmente ho più stimato sia come proposta culturale artistica sia come persona della quale, nei diversi incontri intervenuti, ho sempre apprezzato la correttezza, la bontà d’animo e la generosità. Parlo di Claudio Costa immaturamente scomparso e non valorizzato come meriterebbe.
L’occasione mi è cara per augurarle Buone Feste.
Giannantonio Radice - Trento

Claudio Costa e l’opera dispersa
Caro Giannantonio,
ho conosciuto bene Claudio Costa. Fui partecipe anche della sua prima mostra a Genova, nel 1969, nell’allora mitica galleria La Bertesca. E talvolta, invitato da lui anche nell'ottimo ristorante di sua moglie Anita, a Rapallo. Eravamo abbastanza amici. Sono stato anche testimone, ahimè, a Documenta 6 di Kassel, di una sua crisi di nervi per una collocazione a suo dire inappropriata. Una forte crisi che lo portò in un ospedale psichiatrico di Kassel. Dopo quell’esperienza tedesca a Genova ebbe altre ricadute, sino al suo ricovero definitivo all’Ospedale psichiatrico di Quarto dei Mille, dove organizzò uno straordinario laboratorio di arteterapia. Sono stato un paio di volte a visitarlo e mi sembrò tranquillo, addirittura realizzato, con il suo laboratorio. molto seguito a altri pazienti. Ma nella storia di un artista, se non c’è una galleria professionale alle spalle, l’opera si disperde in mille rivoli, senza approdare a nessuna consacrazione. E’ la storia di tantissimi artisti. Credo non solo italiani.

Antonella Laganà
Sono felicissima caro Giancarlo, 
per questo riconoscimento che hai ricevuto, un premio ampiamente meritato !
In questa società in cui l’Arte Vera è stata azzerata, tu solo ci hai trasmesso la vita combattuta, intensa, fuori dalle righe dei grandi artisti che hai conosciuto e soprattutto amato. La tua testimonianza infiamma le anime e stimola alla creazione. Infatti non possono esistere creatori nel conformismo e nell'ignoranza.
Gli artisti sono esseri sensibili, ribelli, fedeli solo a se se stessi e all’Arte, cui dedicano interamente la loro esistenza. E anche tu hai l'animo del grande artista. Grazie Giancarlo
Antonella Laganà

L’uomo che sta dietro l’artista
Cara Antonella,
a me è sempre piaciuto scoprire l’uomo che c’è dietro l’artista. Spesso l’osservatore dimentica che dietro un’opera o un capolavoro, c’è un uomo o una donna con i suoi problemi quotidiani. Talvolta con il mal di testa o di denti o di pancia, la necessità di correre a far la spesa per la cena o i suoi problemi sentimentali. Quante volte Leonardo ha interrotto La Gioconda perché era affamato o febbricitante, o per un bisogno corporale o perché voleva far l’amore con il suo garzone Salaì. E pare anche che Lisa Gherardini (Monna Lisa), sotto il sorriso enigmatico, nasconda una identità maschile. E nell’occhio sinistro delle Gioconda, si intravede una S (Salaì) mentre in quello destro una L (Leonardo). E in francese Mon Salaì è l’anagramma di Monna Lisa. Non credi che queste attenzioni particolari aiutino a leggere l’opera? O a renderla più curiosa?

Aurelio Gaiga
Caro Direttore.
Ho appena acquistato l'ultimo numero di Flash Art e con mio grande dispiacere ho appreso della decisione di chiudere la rubrica "Lettere al direttore". "Lettere" che erano la prima cosa che leggevo quando ancora studente del Liceo Artistico di Verona ( anni '80 ) andavo col mio motorino ( un Ciao ) ad acquistare Flash Art in un'edicola della stazione ferroviaria di Verona, anche perchè la diffusione della rivista all'epoca, non era così capillare come oggi. Ricordo che comperavo Flash Art perchè anche se non sempre tutto era per me all'epoca comprensibile ( ma sono sempre stato attratto da ciò che non capivo pienamente ) era comunque qualcosa di nuovo, di mai visto rispetto all'arte del passato che studiavo al Liceo ( di cui non voglio negare per carità l'importanza ). Delle tue "Lettere" ho sempre apprezzato la schiettezza o schietta sincerità, una cosa che, per come la vedo io, è o dovrebbe essere fondamentale nella vita.
Per questo motivo sono qui a richiederti l'invio della rubrica "AMARCORD", che tu stesso definisci l'erede naturale delle "Lettere al Direttore. Continuerò ovviamente a comperare anche Flash Art per avere sempre una visione delle ultime tendenze nel mondo dell'arte. Un caro saluto da un pittore della domenica, ma anche del sabato e di qualche altro giorno infrasettimanale, lavoro permettendo.
Aurelio Gaiga

Con Amarcord non perderai nulla
Caro Aurelio,
ma possiamo restare in contatto con Amarcord e i vari contributi.
Credo che non perderai nulla. Anzi, ci sentiremo più frequentemente. Grazie comunque.


 Flash Art Italia
Via Carlo Farini 68, 
20159, Milano 
+39 02 688 7341

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