venerdì 22 giugno 2018

Amarcord 6 - Incontri, Ricordi, Euforie, Melanconie di Giancarlo Politi

Amarcord 6
Incontri, Ricordi, Euforie, Melanconie
di Giancarlo Politi



Alberto Burri
Quando ho conosciuto Burri?
Quando ho conosciuto Alberto Burri? Non lo so. A me sembra di conoscerlo da sempre. Stessa faccia, stessa razza, recita una massima che ho sentito in Grecia. Io sono nato a circa 60 km in linea d’aria da Città di Castello, dove è nato Burri, quindi abbiamo respirato la stessa aria e i medesimi odori e profumi, vissuto gli stessi paesaggi, pescato le rane e le anguille negli stessi fiumi, frequentato la stessa tipologia di persone. E ditemi se questa non è una conoscenza. Conoscenza millenaria. Dunque io e Burri ci conosciamo da sempre. Da prima di nascere. Però forse a pensarci bene, la prima volta lui venne a trovarmi alla Fiera Letteraria a Roma, dove lavoravo e su cui avevo scritto una recensione positiva sul suo lavoro (cosa rarissima in quei tempi: per le sue opere alla Galleria Nazionale ci fu anche una interpellanza parlamentare di protesta). Mi invitò a cena dal Pollarolo, un modesto ma simpatico ristorante/trattoria in via di Ripetta, a Piazza del Popolo. E poi non so perché, ma a Roma ci incontrammo sempre dal Pollarolo, forse perché la cucina semplice e sapida di allora gli ricordava quella umbra. Andavo appena potevo nel suo studio in via Grottarossa, appena fuori Roma, bello e scomodo come tutti i suoi studi e dove più tardi ebbe lo studio anche Piero Dorazio. Alberto Burri era simpatico ma di poche parole. Ti guardava e sorrideva in silenzio. L’opposto di Lucio Fontana; se Lucio era un animale sociale, Burri era un animale selvatico: grezzo e brusco come i contadini umbri, sospettoso e chiuso in se stesso, timoroso e convinto che tutti volessero copiarlo o defraudarlo (una volta mi mostrò un suo quadro che a prima vista poteva sembrare un taglio sulla tela: “vedi”, mi disse con un sorriso, “Fontana ha visto questa tela a Venezia e l’ha apprezzata molto. Da quella volta sono nati i suoi tagli”). Mi mostrò anche una serie di cellotex e con un gran sorriso sonoro come quello di un contadino  umbro mi disse, “questi cellotex a saperli guardare sono pornografia pura”. 

Burri e Piero della Francesca

Tra gli artisti stimava solo Afro e Ceroli. Ma il suo unico e vero riferimento era Piero. Piero della Francesca, di cui fece anche restaurare a sue spese una chiesetta vicino a Sansepolcro. E gli piaceva misurarsi con lui. A Città di Castello aveva studio e abitazione su una collinetta inaccessibile, che si poteva raggiungere unicamente tramite un fuoristrada guidato da lui, sempre vestito da cacciatore o da contadino, con giacca di fustagno. Burri amava la solitudine e il silenzio, di cui in parte i suoi quadri sono espressione. Essendo laureato in medicina aveva partecipato alla guerra come ufficiale medico. Io rivedo su alcune sue opere (i sacchi) le ricuciture raffazzonate delle ferite di guerra su cui lui era costretto a intervenire, anche se negò sempre ogni riferimento. Venne fatto prigioniero in Africa e trasferito con altri tremila ufficiali che come lui avevano rifiutato di rinnegare l’esercito per cui aveva combattuto, nel campo di concentramento di Hereford, in Texas. E di questo suo rifiuto lui ne andò sempre orgoglioso. “Dopo aver giurato fedeltà al Regio Esercito, figurati se potevo ripudiare la mia idea”, mi diceva. “Io non sono fascista ma non ripudio nulla del mio passato: figurati poi con gli americani”. In Texas venne a contatto con la cultura (anche artistica) americana e vide per la prima volta camion di sacchi di juta di farina o grano, del piano Marshall con grandi scritte in nero che indicavano la destinazione degli aiuti: sacchi che poi usò per le sue opere. Questi camion nel dopoguerra erano molto popolari anche in Italia e io bambino li ricordo passare sulla Flaminia, davanti a casa mia a Trevi. A pensarci ora sembravano i sacchi di Burri che viaggiavano su un camion. Molto suggestivi anche allora, soprattutto per ciò che contenevano e promettevano. Anche l’attento Francesco Bonami è caduto nell’errore di pensare che Burri iniziò a lavorare con i sacchi nel campo di concentramento americano. È un errore. Burri iniziò a dipingere nel campo di concentramento e dipinse molte opere, soprattutto acquerelli con suggerimenti tecnici del Capitano Gambetti di Genova, pittore professionista prima della guerra. Dipinti e acquerelli che lui spedì a Città di Castello ma che in seguito distrusse, lasciandone solo cinque. Ne vidi due da lui e due a casa dell’artista e comune amico Brajo Fuso di Perugia: due piccoli dipinti figurativi, vagamente naïf. Insomma divertenti ma non proprio capolavori. Una volta mostrandomi queste opere mi disse ridendo: “come vedi non avevo scelta, non sapendo dipingere non mi restava che diventare un artista astratto”.


Il serpente a cena


Nel campo la vita era difficile e soprattutto noiosa, anche se Burri trascorse gli ultimi tempi a dipingere i suoi quadretti figurativi che richiamavano Città di Castello e le colline umbre. Diventò amico degli scrittori Giuseppe Berto e Gaetano Tumiati con cui condivise, lui sempre silenzioso, qualche momento di conversazione interessante. Sia Tumiati che lo stesso Burri raccontano quando trovarono un serpente che Burri scuoiò e cucinò su una griglia improvvisata con la brillantina. Nel campo negli ultimi tempi si soffriva la fame e tutto diventava appetibile anche. “Era molto buono”, mi confermò Alberto, “ad avercene”.
Burri era un uomo leale ma non generoso. Il figlio di Nemo Sarteanesi (Nemo, pittore locale suo amico di sempre) per anni fu un assistente e soprattutto factotum molto apprezzato di Burri. “Maestro, quando mi sposo mi farà l’omaggio di una sua piccola opera?” “Ma certo, stai tranquillo”, rispose Burri, “Ti farò un magnifico regalo”. E la mattina del matrimonio questo giovane si trovò sotto casa (o in concessionaria, non ricordo) una fiammante vettura, il modello più bello e costoso dell’Alfa Romeo. Inutile dire che il giovane apprezzò questo regalo molto più di un’opera. Ma questo gesto testimonia l’attaccamento di Burri alle sue opere, meno al suo denaro.
Mi pare che fosse il 1952 e Burri voleva effettuare un viaggio a Parigi, ma non aveva i mezzi. Un amico (forse il parroco?) organizzò una piccola mostra a Città di Castello con dieci sacchi, chiedendo a dieci amici di acquistarli a 200 mila lire cadauno. Burri incassò 2 milioni e partì per Parigi. Alcuni anni più tardi, quando i sacchi iniziarono ad avere un certo valore, alcuni amici provarono a rivendere l’opera acquistata ma si accorsero che non era firmata. Alla richiesta della firma il Maestro rispose: “per 200 mila lire volete anche la firma? Io riconosco che l’opera è mia ma non la firmo”. Duro come una roccia anche se gentile con tutti, in realtà era ostile a tutti. Era stato molto amico di Edgardo Mannucci che in momenti di difficoltà lo aiutò. E questo Burri non lo dimenticò mai. A quei tempi Mannucci possedeva alcune delle sue opere più belle, tra le più costose del mercato nazionale. Un famoso collezionista di Brescia degli anni Settanta, Mario Dora, amico anche di Guttuso, di cui possedeva alcune delle opere più significative, sentendo parlare me con Antonio Spada (allora collezionista di riferimento del contemporaneo) della difficoltà di comperare opere di Burri direttamente da lui, si recò a Città di Castello, convinto di tornare a casa con alcune opere. “Vorrei questo e questo e questo. Ecco un assegno in bianco”. Ma Burri lo invitò a pranzo e respinse l’offerta. Il grande collezionista si intestardì e Burri alla fine cedette. Ricordo che Mario Dora teneva esposti alcuni bellissimi sacchi e plastiche bruciate sulle pareti dei suoi lussuosi uffici di Brescia. Diventò amico di Burri con cui talvolta andava a caccia. E ogni anno, per Natale, riceveva in omaggio (come altri collezionisti importanti) una piccola opera (10x10?), una sorta di miniatura delle grandi opere. Grandi capolavori di piccole dimensioni.
Quando mi recavo da lui a Città di Castello, mi portava a pranzo sempre nella stessa trattoria, mi pare si chiamasse Remo, dove il Maestro aveva il suo tavolo fisso. Un giorno, dopo molte fatiche per metterli insieme, arrivai con un assegno di 20 milioni. Con me c’era anche mia moglie Helena, allora giovanissima e bellissima, che Burri guardava sempre con piacere e interesse (perché ad Alberto piacevano molto le donne ma come ogni contadino umbro che teme la moglie, aveva un rapporto molto discreto e riservato con loro; oltre alla moglie Minsa Craig, ufficialmente Alberto ebbe un rapporto storico con Giovanna dalla Chiesa, anche se io sapevo che talvolta, con discrezione assoluta, ospitava alcune donne nel suo studio a Città di Castello). Mostrandogli l’assegno gli dissi: Alberto, questo è il massimo che posso offrirti e mi sono già indebitato. Dammi l’opera che tu ritieni opportuno per questa cifra. “Giancarlo”, rispose, “ma vuoi scherzare, ti pare che ti venda un’opera? Stai tranquillo, te ne preparo una espressamente per te e la prenderai una prossima volta che verrai a trovarmi”. Ma una prossima volta non ci fu e io non ebbi mai l’opera di Burri. La distanza tra Milano e Città di Castello era faticosa da colmare. Ma in quel caso sbagliai a non insistere, perché certamente ora avrei l’opera di Burri.
Un giorno mi mostrò dei quadretti di un suo giovane amico e collega di Città di Castello, Nuvolo (Giorgio Ascani) realizzati con stoffe cucite insieme e dalle forme che richiamavano indubbiamente quelle di Burri, il quale ridendo commentò: “come vedi anche qui in casa mi copiano”.

Alberto Burri, grande tifoso del Perugia


Nel mese di agosto del 1984 ero a Trevi, in vacanza quando lui mi chiamò: “vuoi venire alla partita amichevole Perugia Napoli? Esordisce un giovane che pare sia un fenomeno, Diego Armando Maradona”. In realtà si trattava della primissima partita di Maradona in Italia, arrivato pochi giorni prima dal Barcellona. Burri era un tifoso acceso del Perugia. Nello spogliatoio mi presentò l’allenatore Agroppi e alcuni giocatori, tra cui Novellino. Con Agroppi discusse amichevolmente anche di tattica. Dalla tribuna con posto assegnato, vidi insieme a Burri per la prima volta Maradona, che in realtà non fece molto e la partita terminò zero a zero. Era la seconda partita del Perugia che vedevo: precedentemente, una decina di anni prima, avevo visto Brescia Perugia, invitato da Guglielmo Achille Cavellini. Ma in entrambi i casi trovai lo stadio, anche se in tribuna, scomodo. Troppo caldo, troppo freddo, non si vedevano abbastanza bene i giocatori. Decisi che il miglior stadio era il mio divano davanti alla TV.
Con Helena lo visitammo anche a Los Angeles, dove aveva casa e studio. Come sempre le abitazioni di Burri erano semplici ma molto belle, spesso con panorami mozzafiato (ricordo quella di Beaulieu, sulla Costa Azzurra, con una vista bellissima sul golfo). A Los Angeles lui andava spesso perché lì viveva sua moglie, Minsa, che sembra fosse una ballerina. Io la vedevo sempre con il tutù, eterea e volteggiante per casa, con un’aria lievemente sciroccata. Ma sempre sorridente e assente. Ma pare che Burri fosse molto legato a lei.
Con l’acuirsi dei suoi problemi fisici dovuti all’asma, ci vedemmo sempre meno. Passai a salutarlo a Beaulieu, con Antonio Sapone, suo amico e gallerista di Nizza, che l’aveva aiutato a trovare quella magnifica location. Lo trovai un po’ depresso perché voleva andare a Los Angeles ma a quei tempi si fumava ancora in aereo e lui con la sua asma non poteva affrontare un viaggio così lungo con il fumo. E ricordo che malediva le leggi che permettevano di fumare in aereo, dimenticando che lui, sino a pochi anni prima, era stato un accanito fumatore, di sigarette e poi di pipa.
Nel febbraio 1995 mi telefona Sapone dicendomi che Burri era morto e che non si era celebrato alcun funerale. Minsa Craig, la moglie ebreo-cinese, che sopravvisse a Burri di otto anni, se ne sarebbe tornata a Los Angeles pochi giorni dopo. E da quel momento inizia il giallo delle opere (almeno trenta cretti) che erano nella casa e che poco dopo non c’erano più. E comincia anche il lungo contenzioso tra la Fondazione Burri e Minsa Craig che rivendicava l’eredità di tutte le opere del Maestro. Ma questa è un’altra storia. Che non mi riguarda.
Contributi critici o commenti
Francesco Vezzoli
DI VI NO!
 
Francesco, ogni tua parola, ancorché sillabata, è miele per i miei orecchi.

Boris Brollo
Caro Giancarlo, posso confermarti quel tuo giudizio sui tagli di Fontana, nati da un’idea più erotica che quantistica. Me lo disse l’amico critico Berto Morucchio già segretario di tre edizioni del Premio Marzotto con Presidente Pierre Restany. Berto Morucchio avendo firmato diversi manifesti Spazialisti con i veneziani De Luigi e Ambrosini e inoltre amico del Fontana che nel 1962 partecipò al Marzotto e ne fu frequentatore quando lavorava per la ditta Tosi a Milano. Egli mi disse, a proposito delle sue Pillole o di certe slabbrature che esse erano nient’altro che delle “fiche” e così le vedeva Lucio Fontana.
Ad maiora. Boris Brollo

Grazie per la tua conferma caro Boris. Perché visto il testo su Burri, non vorrei passare per un maniaco che vede sesso in ogni artista. Anche se in realtà ce ne sono molti. D’altronde la storia dell’arte è anche una storia della sessualità.. 

Liuba
Caro Giancarlo
grazie di queste bellissime pagine di memorie e ricordi, questi ritratti di persone e questa bellezza del ricordare, necessaria e vitale. Grazie.
Mi ha incuriosito la tua frequentazione coi poeti, di cui parli nello scorso amarcord, anche perchè mi domando allora se hai frequentato o conosciuto mio zio, Elio Pagliarani (fratello di mia mamma, il lato romagnolo della mia famiglia a cui sono più legata :) che ha vissuto a milano negli anni Cinquanta e poi dal 1960 si è trasferito a Roma.... sarei felice di avere notizie in proposito e magari qualche piccolo altro amarcord! Sembra che in quel periodo c'era una grande osmosi fra artisti e poeti, cosa che oggi mi sembra si sia persa (anche se siamo nell'epoca dove in teoria tutto è trasversale, ma poi la troppa comunicazione rinchiude le persone nei loro differenti orticelli...). Mio zio ricordo che mi raccontava che nei tempi in cui viveva a Roma (e abitava in via Margutta) aveva molti più amici “pittori” che poeti :)
Ti mando un caro abbraccio
Liuba

La Ragazza Carla, di Elio Pagliarani
Cara Liuba, certo che ho conosciuto tuo zio Elio Pagliarani. Nella Roma degli anni Sessanta egli, insieme ad Alfredo Giuliani, Antonio Porta. Edoardo Sanguineti e Nanni Balestrini era un esponente del gruppo dei NOVISSIMI, il punto di riferimento della poesia sperimentale italiana. La Ragazza Carla di Elio Pagliarani, un bellissimo (per l’epoca, oggi meno intrigante, a significare che il tempo fa poche eccezioni) racconto in versi, dissacrante e “slirizzante” come i tempi richiedevano: la diciassettenne Carla Dondi, che vive in una modesta abitazione alla periferia di Milano, con la madre pantofolaia, frequenta le scuole serali per diventare dattilografa e subito dopo aver appreso a battere a macchina con dieci dita, trova un impiego. Timida, subisce respingendole le avances del capo. Ma poi, per non perdere il lavoro è costretta a chiedere scusa. Così, inghiottita dal mondo, diventa una donna emancipata dalle calze nere e il rossetto, acquisisce sicurezza nel lavoro e si integra con i suoi colleghi.
Bellissima la chiusura con un endecasillabo tragico “pietà di noi e orgoglio con dolore”. Tuo zio frequentava, come molti di noi, il gruppo di artisti di Piazza del Popolo, con Schifano, Angeli, Festa, ma soprattutto il gruppo dei poeti che facevano capo alla Libreria Feltrinelli. Ricordo che seguivo e guardavo con invidia quel gruppo, ammirato e osannato da tutti i radical chic di Roma, compreso Alberto Moravia. Io ero fuori da quel gruppo privilegiato e mi sentivo tanto come la ragazza Carla di tuo zio.
Ma io non potevo indossare le calze nere e mettere il rossetto.

Beppe Finessi
Ciao Giancarlo
ti leggo, sorrido e imparo, e penso al nostro caro GET! Ti abbraccio
beppe

Caro Beppe, sì, il nostro caro Getulio Alviani, per molto tempo mio fratello, che però, ho scoperto ora, era uomo pieno di misteri e di scheletri nell’armadio. Chissà se riuscirò a scrivere un Amarcord su di lui. Troppo recente il distacco ma soprattutto troppo amare sarebbero alcune riflessioni. Lasciami meditare.

Maurizio Vitiello
Eccellente, misuratissimo “Amarcord” su Lucio Fontana, che ho, golosamente, letto. Caro Giancarlo, vorrei leggerli tutti per apprendere una vita che non ho vissuto. Li raccoglierai in un libro? Salutissimi, ora, da Procida. Maurizio


Alessandro Jasci
Carissimo Giancarlo
Ho letto con grande piacere i tuoi Amarcord.
Sono ricordi coinvolgenti e affascinanti che mi fanno rivivere momenti "eroici". 
Durante gli anni dell’Accademia di Belle Arti di Firenze, 1963-67, vivevo molto vicino alla libreria Feltrinelli. Erano anni di grande cambiamento storico e culturale. All’interno della libreria Feltrinelli, in uno spazio espositivo, venivano proposti le opere del gruppo di poeti e artisti che si interessavano alle potenzialità espressive della parola, accompagnata dall’immagine, dando vita alla Poesia Visiva. Ricordo che Eugenio Miccini era molto attivo e che con Lamberto Pignotti fondarono il gruppo '70 al quale poi prenderanno parte anche Ketty La Rocca, Luciano Ori, Giuseppe Chiari e altri. Quasi tutti i pomeriggi andavo lì per ascoltare i discorsi di Eugenio Miccini e gli altri del gruppo. Dopo l’Accademia, nel 1969 mi trasferii a Milano.
Per Flash Art, dietro un tuo invito, avevo scritto per la rubrica Amarcord,  nel n° 284 del mese di giugno 2010: “Milano ’70 un’occasione mancata” e nel n° 305 del mese di ottobre 2012: Milano capitale dell’arte in Europa 1969-1973”.
Ora leggo su Luciano Inga-Pin dei giudizi non molto positivi. Certo che Luciano aveva continuamente bisogno di soldi per poter far vivere la sua Galleria, e difficilmente, in quegli anni vendeva qualche opera. Ricordo che Claudio Abate aveva fotografato la mia performance  della mostra Situation Concepts ad Innsbruck nel 1971 e lasciò la foto alla galleria Diagramma per essere consegnata a me, ma alla mia richiesta Luciano mi disse che l’aveva venduta ad un collezionista francese per pochi soldi. Nel 1975, quando organizzò  la mostra “Campo Dieci – una generazione e il mezzo fotografico” io portai in Galleria 3 opere dal titolo “Narciso” che non furono mai riconsegnate. Conoscevo molto bene le difficoltà che aveva per vivere Luciano e anche il non mercato dell’arte di quel periodo. Tutti gli artisti che esponevano da lui si dovevano pagare il biglietto d'invito e i francobolli.
Ecco che cosa scrissi nel n° 284 di Flash Art. “Luciano Inga-Pin è stato forse il personaggio che ha cercato di più, con il suo intuito e la tenacia, di far diventare Milano, negli anni ’70, la capitale dell’arte europea. Con l’apertura della galleria Diagramma di via Borgonuovo, vicino alle gallerie di Toselli e Lambert, e poi con il trasferimento della galleria al terzo piano di via Pontaccio, Inga-Pin incominciò un percorso artistico-espositivo che era unico in Europa. In un’opera del 1972 di Franco Mazzucchelli dal titolo “Caduta di pressione” (una tabella indica gli indici di frequenza dei visitatori abituali della Galleria Diagramma e la loro costante sottrazione d’ossigeno), dove è possibile leggere che io ero uno dei frequentatori più assidui, insieme a un lungo elenco di personaggi come Six Friedrich, Daniel Templon, Annemarie Verna, Salvatore Ala, Willy Bongard di Art Aktuell e moltissimi altri. Questo fa capire l’importanza della Galleria Diagramma che, con la sensibilità di Luciano verso il corpo e il diverso, iniziò la stagione della Body Art.  Per molti giovani artisti che lavoravano con la fotografia e il corpo, fu allora l’unico spazio espositivo europeo di forte richiamo”.
Giancarlo ora mi fermo per non annoiare e spero che per la fine dell’anno sarà pronto il libro dove racconto la Milano degli anni Settanta e tutto il seguito.
Un abbraccio!
Alessandro Jasci

Sarebbe benvenuto un tuo libro, testimonianza diretta, su quella Milano e quel gruppo (tu, Tonello, Trotta….) ora quasi dimenticato. Eppure so che di cose ne avete realizzate. Auguri.

Laura Cherubini
Carissimo Giancarlo, molto bello anche questo Amarcord! Non ho conosciuto Fontana, quando è scomparso io andavo a scuola, ma mi sono molto commossa al ricordo di Gino Marotta che mi manca molto... di Pastori mi ha parlato tanto Pistoi...
Continua così, è il modo più bello di fare la vera storia dell’arte...
baci  laura

Laura, su Gino Marotta sto preparando qualcosa. A lui debbo veramente molto. Mi fece conoscere Lucio Fontana, Dino Gavina, Corrado Cagli, Edgardo Mannucci, Emilio Villa. Che mi hanno dato e a cui debbo tanto. Soprattutto Gino. Per Remo Pastori occorrerebbe un tomo della lunghezza di Guerra e Pace. Il più straordinario e geniale bugiardo che abbia mai incontrato. Ma a cui, per la sua generosità che rasentava la follia, non si poteva rimproverare mai nulla.

Sandro Giorgi
Caro Giancarlo, grazie per i tuoi Amarcord, sono essenziali per il mondo dell'arte da noi vissuto. Pezzi unici. I miei compliment, in ricordo anche degli incontri con Getulio e le Apuane. Sandro Giorgi


François Inglessis

Bello! Come spesso succede il tempo crea una patina di sacralità e significati retorici intorno al lavoro degli artisti, patina che oscura i lati prosaici e casuali del loro fare.
Questi tuoi Amarcord restituiscono, un po’ addolciti come tutti i ricordi, quel senso di confusione e promiscuità che è proprio della vita e quindi del fare Arte che come tutte le attività è appunto umana, quindi un incerto intreccio tra volontà e destino di cui, a volte, solo a posteriori si riescono a ripercorre i sentieri.
In attesa di Burri...
François
Ps: purtroppo certe argute guasconate malandrine oggi sono irripetibili, tutto è troppo professionalizzato e muscolare, l’agilità individuale è in declino, ahi noi!


Marcello Jori
Giancarlo caro, che fortuna, che tu stia scrivendo gli “Amarcord”... Grazie Marcello.

Virginia Ryan
Caro Giancarlo,
leggendo con enorme piacere e curiosita' questi tuoi acutissimi amacord, mi accorgo di una strana nostalgia per momenti che non ho mai vissuto. E' tutto vivo/vitale, questo mondo re-creato.
Un giorno spero di prendere un cafe di nuovo con te!
Virginia

Cara Virginia, Trevi è lontana, ahimè. Ogni giorno più lontana. Ma ne sento la presenza e la mancanza. Soprattutto delle sue colline dove ho scorrazzato da bambino, o dell’eremo di Cancelli dove abbiamo cercato di ricostruire l’Umbria dell’arte. Che invece (giustamente) è dura come un sasso e inamovibile. E Trevi resterà sempre il luogo privilegiato per la sagra del sedano e della salsiccia. Meglio della brutta arte. Ma adesso cerco di spegnerne ogni ricordo. Perché “qui e ora” sono a Milano. 


Giorgio Guastella
Carissimo Direttore, che soddisfazione per me leggere i Suoi ricordi su Fontana! Nel 2006 partecipai come relatore a un convegno nazionale sulle arti plastiche nel sec. XX e fui quasi lapidato per lesa maestà e sacrilegio per aver affermato che i tagli e i buchi dei concetti spaziali rappresentano fesse e ani... Dorfles (anch'egli relatore a quel convegno) si stizzì e mi rimproverò come il maestro elementare rimprovera lo studente asino... io naturalmente incassai, anche per rispetto ai suoi 96 anni... oggi Lei mi ha "risarcito"! Grazie! Giorgio Guastella

Francesco Rovella
Bellissimo ricordo. Complimenti. Ah se le riviste d’arte raccontassero così gli artisti quanto cambierebbe il rapporto dell’arte moderna e contemporanea con il pubblico.
Distinti saluti
Francesco Rovella, Cartabianca


Alvise Chevallard 
Nello Amarcord 1 citavi, tra gli altri, Franz Paludetto che nelle sue Gallerie e poi al Castello di Rivara ha anticipato e presentato i più importanti artisti italiani (dai primi Pascali, a Mondino, Cattelan, Boetti, etc…) e internazionali (Herman Nitsch, gli espressionisti tedeschi, americani di San Francisco e Los Angeles, poi nucleo fondante della Collezione Sandretto Re Rebaudengo, primo Felix Gonzalo Torres,etc…). Hai qualche ricordo sul genere di quello su Remo Pastori, della cui esperienza a Calice Ligure, Franz è stato protagonista cercando, alcuni anni fa, di recuperarne la memoria?
Ciao e Grazie
Alvise Chevallard Torino

Franz Paludetto è stato un altro dei personaggi folli dell’arte. Lo ricordo a Calice Ligure quando organizzò la performance del matrimonio tra Nanda Vigo e Renato Mambor. Bellissima. E ricordo la prima mostra di Roman Opalka, presentatogli da Marco Gastini. La sua programmazione al Castello di Rivara è stata meno felice, ma forse, visti gli spazi impossibili, ancor più  affascinante. Il Castello di Rivara era una galleria, un rifugio, un dormitorio e anche un refettorio per artisti. Credo molto eccitante per chi l’ha vissuta. Peccato che Franz non sia stato riconosciuto come sarebbe stato giusto a Torino. 

Alfredo Pirri
caro giancarlo
leggerti mi fa sedere e riposare
grazie. Alfredo

Alessandro Attilio Stucchi
Caro Giancarlo
ho 43 anni e i suoi Amarcord per me sono letteralmente manna dal cielo, me li divoro e vorrei un libro dove trovarli tutti raccolti, sa quei libri di 800 pagine. Iniziai all’età di 18 anni a leggere Flash Art grazie ai suggerimenti/insulti che ricevetti da Luciano Ing-Pin nella sua galleria di via Pontaccio.
Oggi a distanza di anni ho capito che tra quelli che avevo percepito come insulti in realtà Inga-Pin mi diede i migliori consigli in senso assoluto che abbia mai più ricevuto da un gallerista e per i quali ancora oggi artisticamente vivo di rendita.
Leggere i suoi racconti Giancarlo, che sono per me della mia generazione l'unico vero modo per entrare in quegli studi, in quelle osterie, in quei dibattiti in quei tafferugli culturali è davvero grande e preziosa cosa e la devo ringraziare sinceramente.
Quando lei accenna a Luciano Inga-Pin mi emoziono perchè se pure giovane, mi sembra di aver toccato con un dito un mondo e anche aver fatto parte di qualche episodio che ha lo stesso sapore di quello che lei racconta e che mi affascina.
Le volevo solo confermare che ho molta stima per il suo lavoro che, come i consigli di Luciano non avevo proprio compreso da subito quando iniziai a leggere Flash Art. Con stima
Alessandro Attilio Stucchi

Bruno Graziani
Buongiorno Direttore,
io in quello stabilimento di Gavina ci torno spesso (ora sede della Knoll), è impressionante la modernità che offre ancora quella struttura. Ora con la variante della strada è visibile ma quando era nato non era visibile dalla vecchia Via Flaminia studiato appositamente da Dino Gavina un genio .Entrando e conoscendo la storia di quel capannone, sapendo che è stata una fucina di idee di tantissimi Maestri si torna di almeno 50/60 anni indietro con la memoria, il tempo lì in quel capannone si è fermato si è in qualche modo impresso nei muri nel pavimento nell’aria. Bellissimo Amarcord
 Complimenti
 Bruno Graziani

Alba Savoi
Caro Giancarlo Politi, ti ringrazio!!! 
Quando ti leggo, tra le altre cose, mi diverto e non è poco di questi tempi.
A proposito di Amarcord 5. Tra le tante interpretazioni sul taglio di Fontana. 
quella citata è sicuramente la più sincera. Uscita dal "Cuore", allora forse si chiamava coì.
Poi la mente, ha anche pensato ed è nato "Lo spazialismo".
Comunque mi piacerebbe avere la raccolta!!! Alba Savoi

venerdì 15 giugno 2018

Amarcord 5 - Incontri, Ricordi, Euforie, Melancolie

Amarcord 5
Incontri, Ricordi, Euforie, Melancolie
a cura di Giancarlo Politi
Lucio Fontana

Dino Gavina
Conobbi personalmente Lucio Fontana a Trevi, in uno dei suoi frequenti soggiorni da Gavina. Dino Gavina fu un personaggio mitico dell’arte e del design. Negli anni Cinquanta, non so per quale motivo, essendo lui nato vicino Bologna, aprì un grande stabilimento per mobili di alta qualità e design a Foligno, a pochi chilometri dalla mia casa di Trevi (a pensarci bene forse per beneficiare di alcuni privilegi dell’allora Cassa per il Mezzogiorno). Nel suo stabilimento si incontravano Carlo Scarpa, Achille e Pier Giacomo Castiglioni, Carlo Mollino, a cui l’aveva introdotto Lucio Fontana, grande amico e supporter di Gavina. Gavina, tra un mobile e una follia, produceva opere e multipli d’arte che sono passati alla storia, come il grande specchio ovale di Man Ray (Les Grands Trans-Parents), un bellissimo divano componibile, il Malitte di Sebastian Matta, di cui in giro per l’ufficio ho ancora qualche pezzo rosso, i divani Cesca, Wassily e Reclining progettati da Marcel Breuer e realizzati solo come prototipi quando lui era alla Bauhaus. E opere e multipli di Marina Apollonio, Enzo Mari, Manfredo Massironi, Alberto Biasi, Getulio Alviani, Davide Boriani. Memorabili furono le serate con Marcel Duchamp e Man Ray, nella sua sede di San Lazzaro di Savena e insuperabile la mostra dedicata a Duchamp nel 1963 a Roma, in un suo negozio in via Condotti e allestita da Carlo Scarpa per cui Duchamp dichiarò che era “la mostra più bella che lui avesse mai avuto”.

Dunque il sodalizio tra Lucio Fontana e Dino Gavina parte da lontano, già nel 1953, allorché Fontana invita l’amico Gavina alla Triennale di Milano dove appunto gli presenta i più famosi architetti e designer italiani. Da lì inizia la leggenda di Dino Gavina, ahimè, troppo presto dimenticato dalla storia del design italiano, di cui fu un assoluto protagonista.
E nel nuovissimo e tecnologico (per quei tempi) stabilimento di Foligno, Lucio Fontana era di casa. Per rilassarsi, per gustare la cucina umbra di cui pare fosse un estimatore, ma soprattutto per realizzare le sue opere. Affidava i suoi disegni a un operaio che li realizzava completamente e perfettamente. Lucio infatti enfatizzava la bravura degli operai di Gavina, con cui condivideva pranzi e cene. Un giorno nello stabilimento vidi su un tavolo, abbandonati a se stessi, un pacco enorme di schizzi di opere su fogli A4: saranno stati almeno quattrocento. Molto spesso Lucio realizzava le sue opere fuori del suo studio: negli anni Sessanta a Milano fu Franco Tosi a realizzargli tutte le opere che lui firmava soltanto. Successivamente fu Gavina.
La prima volta che conobbi Fontana fu una sera a casa, e mi fu introdotto da Gino Marotta. “Dai Lucio, andiamo a cena da Giancarlo Politi, qui vicino”, gli disse. “È un caro amico e ama molto il tuo lavoro”. “Politi?”, ripeté Fontana. “Bene, così gli rompo il muso”.
Quando arrivano a casa mia, Fontana disse: “ma non è lui!” “Come”, rispose Gino Marotta, “è lui il Giancarlo Politi che scrive sulla Fiera Letteraria e appassionato d’arte e di poesia e tuo sostenitore” (allora erano rari i sostenitori di Fontana). “Ma no, non è lui il Politi a cui volevo rompere il muso. Si tratta di un Politi che ha una galleria a Livorno e che mi ha rubato una mostra intera. E che comunque non riesco a denunciare perché è un ragazzo simpatico”. Poi mi spiegò e forse mi mostrò un dépliant di una sua mostra in questa fantomatica galleria Politi di Livorno da cui non rivide mai più i suoi quadri.
In questo modo diventammo amici, anche perché Lucio apprezzava molto la cucina umbra di mia madre. In particolare il coniglio in umido. Ricordo che mio padre teneva una sfilata di salsicce appese al soffitto per farle essiccare, come si usava allora. “Posso assaggiarne una”, chiese gentilmente Lucio a mio padre, “mi sembrano molto invitanti”. E mio padre, felice, offrì a Fontana le salsicce del nostro maiale, macellato qualche settimana prima. Fontana gradì particolarmente anche un vino bianco di un contadino del posto che a proporlo oggi sarebbe offensivo. In fondo Lucio Fontana, nella sua eleganza sudamericana, simile anche a quella della mafia in voga nel dopoguerra, con le scarpe bianche o gialle, era rimasto un contadino, un uomo legato alla terra e alla gente semplice. Apprezzava sì i ristoranti e le donne eleganti di Milano, ma non disdegnava le trattorie o le cucine povere e le belle ragazze formose e semplici. Noi eravamo buoni amici sì, anche se poi non ci frequentammo molto, perché io abitavo a Roma (a casa di Gino Marotta appunto) e lui a Milano. Ci si incontrava solo quando lui andava a Foligno e io a Trevi. 
Ho raccontato già la storia di un suo teatrino, che aveva appena realizzato a Foligno e che mi regalò per aiutarmi a pagare l’affitto quando a Roma riuscii ad avere un appartamento in cambio di opere. 
Sono andato nel suo studio di Milano, in Corso Monforte 23, solo tre o quattro volte. E almeno due volte vidi uscire delle ragazze un po’ scarmigliate e con il rossetto un disfatto con un quadretto sotto braccio. “Ma non temi tua moglie?”, gli chiesi. Infatti Teresita, sua moglie, stava nella stanza accanto, in silenzio e la ricordo sempre che stirava. Lui mi rispose ridendo che sua moglie non si interessava al suo lavoro e non aveva accesso allo studio, dove lui era libero di ricevere chiunque. Era un accordo tacito tra loro. E mi riferì una frase sulla moglie che preferisco non ripetere per timore di qualche accusa di misoginia. Quella Teresita Fontana, che non entrava mai nello studio e che Lucio tenne rigorosamente lontana dalla sua vita, alla morte di Lucio divenne la vestale implacabile e dispotica dei sui lavori. Aveva perduto la sua umiltà di tranquilla casalinga per assumere il ruolo della moglie dell’artista a cui spettavano i poteri taumaturgici di far diventare una tela con i buchi, un’opera di Lucio Fontana. E credo si vendicò con spietatezza nei confronti di donne che chiedevano l’autentica di un’opera di Lucio, anche se Crispolti vigilava con molta professionalità sull’opera del maestro.

L’idea dei tagli in Lucio Fontana


Rimasi di stucco un giorno (non ricordo se a Trevi o a Milano) quando, da critico d’arte, gli chiesi da dove era nata l’idea del taglio nelle sue opere. Un gesto su cui erano stati scritti libri sacri che richiamavano la fisica quantistica, il buco nero o la terza dimensione.
La sua risposta? Ve lo giuro, perché rimasi di stucco. “L’idea mi è venuta dalla ‘figa’ di V”. Che io conoscevo bene perché era un’artista molto attiva (e bravissima) ed era stata (o era?) la fidanzata di Piero Manzoni. Ragazza, affascinante, molto creativa e per quei tempi particolarmente disinibita.
Un altro episodio curioso e rivelatore sempre nello studio fu allorché gli portai un suo quadro da firmare, ricevuto come pagamento della pubblicità su Flash Art, da Remo Pastori, mitico gallerista di Torino. All’epoca più famoso (in Italia) di Leo Castelli perché non c’era artista italiano appena propositivo (Schifano, Festa, Angeli, appunto Fontana ma tantissimi altri, anzi tutti) che non avessero esposto da lui. E lui talvolta pagava le opere che riusciva sempre a vendere, ma altre volte prometteva di pagarle e poi si sottraeva al pagamento con sotterfugi inenarrabili. Se riuscissi a mettere a fuoco meglio la figura di Remo Pastori, anche lui come Luciano Inga-Pin, morto povero e solo, lui sì che meriterebbe un Amarcord. Ma anche nel suo caso, vivendo io a Roma e lui a Torino, lo frequentavo saltuariamente. Pur sentendo raccontare su di lui le storie più divertenti e assurde, di cui talvolta fui anche testimone.
Conoscendo Pastori, che mi aveva dato il quadro di Fontana, chiesi a Lucio se era veramente suo, perché non era firmato. Lucio guardò attentamente il quadro, lo girò e rigirò su se stesso, poi mi disse: “Ti piace questo quadro?” “Sì, è bello, molto bello come tutte le tue opere”. “Bene, se ti piace e piace anche a me, allora è mio”. E ridendo me lo firmò con dedica. Allora capii quanto fosse generoso Lucio Fontana e quanto malandrino Remo Pastori. Eppure i due furono sempre molto amici e Lucio sostenne sempre Remo aiutandolo nei momenti più difficili. Anche perché in quell’epoca le gallerie che volevano esporre Lucio Fontana erano rare e il solo critico noto che si interessava a Fontana era Enrico Crispolti e sua moglie Drudi Gambillo). E Lucio invece apprezzava molto le inaugurazioni, per conoscere nuove persone, collezionisti e soprattutto belle donne. Ho conosciuto pochi artisti generosi e ironici come Lucio Fontana. L’opposto di Alberto Burri, avaro e sospettoso e livoroso come certi contadini umbri. Ma su Burri uscirà prossimamente un Amarcord.   
Contributi dai lettori
Ruth Debel, Gerusalemme
Carissimo Giancarlo, anche da Israele, congratulazioni. Ho fatto la tua conoscenza nel 1973, a una fiera d’arte. Com’e cambiato il mondo! Siamo vecchi di corpo ma non di testa! Mi fa gran piacere leggere Amarcord. 
Amicizia
Ruth Debel, Gerusalemme

Cara Ruth, certo ricordo il nostro incontro in una primissima Art Basel. Salutami la bellissima Gerusalemme del mio cuore che visitai nel 1975 con Jean Christophe Amman, Myriam Solomon e Robert Pincus-Witten in un viaggio indimenticabile di dieci giorni, guidati dal mitico Yona Fischer, forse il critico d’arte più illuminato nella Israele del dopoguerra, che ci introdusse senza demagogia nella realtà e nell’arte di Israele. Ma amo Israele, Gerusalemme, Tel Aviv, il Mar Morto e Masada, di cui conosco ogni pietra e a cui ho reso omaggio in ogni mio viaggio con Helena. E invidio ora Nicola Trezzi che, Incurante delle calure talvolta mortali che si calano su Tel Aviv, felicemente vi abita e dove insegna e dirige il CCA, e anzi mi dice che ti aspetta. Un abbraccio da Milano.

Giuliano Gori
Carissimo Giancarlo,
Amarcord del 29 maggio nel ricordare un episodio che ci ha coinvolti nell’età giovanile, hai usato il seguente termine: “ogni volta che incontro Giuliano Gori, mi sorride beffardamente, alla toscana, per ricordarmi il suo grande affare..”
Sono certo che quel “beffardamente” lo hai usato unicamente per “colorare” il tuo racconto e non certo per addebitarmi delle millanterie che certamente non meriterei.
Infine sappi che non ho mai riferito a nessuno di quel nostro antico accordo, neppure a livello strettamente familiare, come non riferisco mai dei rapporti intrattenuti con gli artisti che frequentano la collezione di Celle.
Il 21 marzo scorso, giorno universalmente riservato alla poesia, abbiamo inaugurato l’ottantesima opera ambientale, tempo di esecuzione sedici mesi. Sono intervenuti oltre duemila persone, tra questi come al solito alcuni gruppi organizzati da musei, sia europei che di oltre oceano. Dopo questa nostra lunga pausa mi farebbe un gran piacere rincontrarti, cosa ne dici?
Con immutata stima e amicizia

Caro Giuliano, ma il sorriso toscano è sempre beffardo. Poi questi sono ricordi che hanno sessanta anni. A volte sbiadiscono altre volte si colorano. E come vedi ancora oggi io penso che in quel momento l’affare l’abbia fatto io. E lo stesso Fontana ne convenne.
Un caro saluto e complimenti per il tuo entusiasmo nel lavoro. Mi piacerebbe passare a trovarti. Chissà che non ce la faccia quando sarò in Versilia.

Luisa Laureati Briganti
Grazie, non ti avevo mai trovato così simpatico e diverso come in questa breve amarcord, una ottantenne che si pente del suo giudizio. Poi naturalmente le citazioni di Mario Diacono e Luigi Ontani mi hanno molto commosso. 
Luisa Laureati Briganti.

Luisa, tra umbri (io) e marchigiani (tu) talvolta è difficile sintonizzarsi. Si è sempre un po’ sospettosi perché troppo simili. E perché entrambi reduci, un po’ in cagnesco, del Sacro Romano Impero.

Luca M.Venturi
Giancarlo, non so tu, ma vedo attorno appiattimento, ignoranza totale della Storia dell'arte, e della Storia, déjà-vu, e se Internet ci ripropone anche gratis, a cercarli, tanti testi e immagini, proprio gli ultimi cinquant’anni almeno sono ignorati e assenti... per motivi di copyright. Grazie per i tuoi ricordi, brillanti iceberg in un oceano di noia e banalità.
Luca M. Venturi

Luca, e se fossero i nostri occhi a non sapere vedere e farci capire? Occhi stanchi i nostri, dopo cinquant’anni di attenzione alla cronaca e alla storia. Io mi sono appena operato di cataratta. Ti saprò dire tra un po’ se vedrò meglio il nostro presente.

Alessandro Bianchi
Lascia o Raddoppia, una pietra miliare nella mia formazione giovanile.
Grazie per l'Amarcord. 
Alessandro Bianchi

Paola Marino
Mi unisco alla gioia di aver ricevuto questo racconto!
Paola Marino

Maurizio Spatola
Caro Politi,
grazie per il fantastico "Amarcord"  che mi hai inviato, risvegliando anche in me antichi e bellissimi ricordi: nel 1956 avevo quasi dieci anni e al giovedì sera trasmigravo anch'io con i miei genitori in casa di un vicino per vedere "Lascia o raddoppia". In onore di John Cage ti mando un flash del mio incontro con lui a Torino nel 1984, un resoconto in mille battute scritto per la rivista online "Diaforia" di Daniele Poletti. Per decenni il tuo nome è stato per me legato a Flash Art, ma vedo che l'orizzonte, già vasto, è molto più ampio.
Un caro saluto, Maurizio Spatola 

“Il numero di mille caratteri, in cui mi si chiede di racchiudere le mie riflessioni su John Cage, coincide con l’evento che mi fece incontrare l’eclettico musicista americano nel maggio 1984 a Torino, per un’intervista: un inusitato concerto per mille voci infantili organizzato nella periferia. Il colloquio avvenne in albergo, sorseggiando tè macrobiotico da lui preparato: mi resta il ricordo di un uomo semplice, simpatico e di straordinaria umanità, capace di spiegare la sua idea di musica senza tecnicismi e arzigogoli concettuali. Il “collezionista di rumori” si muoveva e parlava con la trasparenza della normalità e la serenità della consapevolezza: un geniale Maestro che rifiutava tale definizione di sé. La notizia della sua morte mi lasciò una sensazione di sgomento e di vuoto, lenita dal flash della sua risposta alla mia domanda sulle sue fonti d’ispirazione: ‘A New York, abito all' incrocio fra la ventottesima e la quinta avenue: non mi serve altro, mi basta ascoltare la strada’”.

Caterina Gualco
Molto gustoso!
Ricordo ancora la famosa battuta di Mike Bongiorno, nel congedarsi da Cage
 Mike “E ora signor Cage, cosa farà?” Cage “Me ne torno a New York, ma vi lascio la mia musica” Mike: “Non potrebbe invece rimanere con noi e mandare la sua musica a New York?”
Grazie e buon proseguimento! Me li godo proprio, i tuoi Amarcord!
Caterina Gualco

Angelo Liberati
Amico Giancarlo,
Ho apprezzato e apprezzo questi tuoi ricordi che “mi parlano” di stagioni dell'arte che mi hanno fatto crescere. 
Questa tua ultima dedicata a John Cage è ricca di informazioni su un tempo e un mondo Culturale che serve ricordare per conservarne qualcosa, percorsi anche parziali utili a tramandare segni di Civiltà ai pochi, e vorrei poter dire molti, umani disponibili a conservare il fuoco*. 
Un abbraccio virtuale con un ricordo che corre a Castiadas in una sera d'estate con il nostro amico Mauro Cossu.
Angelo Liberati


Con Mauro Cossu e forse Getulio Alviani? Qui i ricordi commuovono e si fanno storia.

Cristiano Berti
Caro Giancarlo,
e di Roberto Sanesi, hai qualche ricordo? Mi piacerebbe leggere qualcosa su di lui.
saluti cordiali,
Cristiano Berti

Non ho frequentato Roberto Sanesi nel circuito dell’arte. Sponde opposte. Ho di lui un ottimo ricordo come traduttore di Dylan Thomas, un tempo il mio poeta preferito, forse proprio grazie a Sanesi. Ma le sue scelte artistiche erano troppo scontate (a quei tempi) per me. Molto bella invece la sua Poesia Inglese del dopoguerra, pubblicata da Schwarz. Una antologia su cui ho trascorso intere giornate di commozione: con Thomas S. Eliot, Thomas,Yeats, Marlowe, Hart Crane….

Davide Bertocchi
Caro Giancarlo,
Grazie!  Bello leggeri i tuoi ricordi in questo momento di amnesia globale. Ma hai già pensato di raccoglierli in un bel libro? : ) Un abbraccio da Parigi
Davide Bertocchi

Ciriaca + R
Caro Giancarlo,
ho cominciato a leggere quasi per caso e ne sono stata rapita. Quanta vita, quanta storie di vita vera e poesia di immagini ed emozioni. Sono commossa nello scoprire un Politi che non immaginavo. Un caro saluto e grazie.
Ciriaca

Ciriaca, non siamo mai ciò che sembriamo. La nostra immagine è sempre migliore o peggiore di ciò che rimanda lo specchio.

Carlo Bertocci
Caro Giancarlo, i tuoi amarcord sono per me, che ho solo qualche anno meno di te, molto evocativi e aprono squarci di memoria che scaldano il cuore. Specialmente l'ultimo che racconta la tua partecipazione a Lascia o raddoppia, che non conoscevo; tutto quello che ne è conseguito è particolarmente toccante e fotografa squarci di quegli anni con una particolare atmosfera e vividezza, incluso il tuo rapporto con la poesia e con i poeti, che appena  ricordavo, ma che è ricco e entusiasmante e sarebbe da approfondire. A proposito della partecipazione di John Cage alla trasmissione colgo l'occasione per mostrarti, in allegato, un mio contributo al ricordo di quell'evento che forse non conosci, fu pubblicato nella rivista Gong nel 1975, ed è la trascrizione fatta da me dell'ultima puntata di Cage. Purtroppo il nastro audio che avevo è andato perduto e come tu sai non esistono alla Rai filmati di quel periodo, cosi la mia trascrizione è uno dei pochi documenti insieme a qualche foto e articolo di giornale che documenta l'avvenimento. Viene riportata in molte biografie su Cage ed estratti anche in Wikipedia. Che la fonte sia la mia è testimoniata curiosamente dagli errori che ho fatto trascrivendo i nomi del funghi. Ma mi sono chiesto perchè allora non ti  avevo proposto  la pubblicazione  su Flash Art, visto che gli anni successivi ho avuto il piacere e l'onore della tua attenzione prima con alcune collaborazioni come critico e poi come pittore.a partire dagli anni Ottanta.
Dal 1968 e per qualche decennio la tua rivista è stata una Bibbia per me, come per molti della mia generazione, conoscevo a memoria argomenti trattati nei vari numeri nei vari anni, e la mia tesi di laurea ad Architettura a Firenze con Eugenio Battisti del 1973 era in parte ricavata dalla massa di informazioni che solo la tua rivista proponeva. Così ripensando a quegli anni mi ricordo che ancora nel 1975 la tua rivista mi sembrava quasi irraggiungibile e solo pubblicarvi sarebbe stato un alto punto di arrivo al quale non mi sentivo preparato. 

Ti ringrazio dell'attenzione, continuerò a seguire con grande curiosità e interesse i tuoi amarcord e ti mando caro saluto.
Carlo Bertocci

Per suggerire spunti di riflessione e alimentare il dibattito intorno ai contenuti della rubrica scrivete a:giancarlo@flashartonline.com














martedì 5 giugno 2018

Amarcord Incontri, ricordi, euforie e melanconie

5 giugno 2018
"Amarcord 4"
Incontri, ricordi, euforie e melanconie
a cura di Giancarlo Politi


John Cage 

John Cage e Lascia o Raddoppia
Pochi ricorderanno cosa è stato Lascia o Raddoppia, la fortunata trasmissione di Mike Bongiorno che inaugurava la nascita della televisione in Italia e anticipava lo star system – molto più dell’Isola dei Famosi o del Grande Fratello. 
Ma il successo di Lascia o Raddoppia è decisamente incomparabile. Si calcolava che oltre trenta milioni di italiani lo seguissero. Ogni giovedì sera, dalle 21 alle 22:30 l’Italia si fermava. Il Parlamento chiudeva, nei cinema si sospendeva la programmazione e si accendeva la televisione. In tutti i bar del Bel paese e in tutte le parrocchie si radunava la gente per guardare il programma insieme al parroco. I pochi privilegiati che possedevano un televisore in casa erano assaliti da torme di vicini che si portavano una sedia per far parte della platea della famiglia. 
Ebbene, io ho partecipato a Lascia o Raddoppia come esperto di poesia italiana contemporanea. A ogni risposta esatta il premio si raddoppiava sino a raggiungere i 5 milioni, una cifra da sogno per quei tempi. Era il 1956. 
Qualcuno penserà che sto esagerando. Chiedete a un ultra settantenne e vi dirà. E sarete sorpresi. Una volta, nei miei viaggi settimanali per partecipare alla trasmissione da Trevi a Milano (viaggio sempre in piedi nel corridoio del treno per guardare il paesaggio: da Trevi a Milano non mi perdevo né un albero, né un fiume, né una stazione ferroviaria tanto ero affamato di curiosità) sono entrato in una UPIM, il supermercato dell’epoca. Ebbene, appena varcato l’ingresso, il supermercato si fermò. Tutte le commesse mi saltarono addosso per un autografo e chiedermi come era Mike Bongiorno. Io allora più goffo e naïf di oggi, mi spaventai e scappai in strada. Pensavo di soffocare. Il successo era per me imprevisto e non riuscivo a fronteggiarlo. L’Osservatore Romano mi dedicò un grande articolo in prima pagina perché avevo letto una mia poesia religiosa, Per chi sei morto Signore. Il Corriere di Informazione, edizione pomeridiana del Corriere della Sera, mandava i suoi inviati a scovare dove abitavo (allora in periferia da una mia lontanissima parente, da loro individuata chissà come).
Insomma i quindici minuti di notorietà per me durarono qualche mese. E che notorietà! Ricevevo migliaia di lettere da ammiratori, ammiratrici, povera gente che elemosinava soldi e dai malati negli ospedali (con la TV accesa per tutti) che mi chiedevano una copia della poesia. Un mio zio trascorreva le sue giornate a duplicare le copie della poesia con la carta copiativa, da inviare ai richiedenti. Lo Specchio, la più prestigiosa collana di poesia (che pubblicava Ungaretti, Montale, Quasimodo), mi chiese subito di pubblicare un libro di poesie. 
Allora, oltre a scrivere poesie, ero un grande fan di tutti i poeti italiani, che un po’ scopiazzavo. Scrissi quasi per gioco una cartolina a Mike Bongiorno che così, poco dopo, mi chiamò per partecipare a Lascia o Raddoppia. 
Per essere ammessi bisognava superare un esame per niente facile, perché i commissari erano degli incompetenti e a volte ponevano domande assurde, anche sui propri parenti poeti – anche se si vociferava che tra essi vi fosse Umberto Eco, non proprio un esperto di poesia. Agli esami con me c’era John Cage che si presentava come esperto di funghi, di cui secondo Mike era un grande conoscitore. Il “musicista” era in Italia e non aveva i soldi per tornare negli Stati Uniti. Due suoi allievi, Hidalgo e Marchetti, scrissero a Mike Bongiorno spiegando la situazione di Cage. Mike era molto benevolo con gli stranieri, soprattutto americani, anche per fare sfoggio del suo perfetto inglese, cosa rara allora. John Cage rispose tranquillamente a tutte le domande e vinse i fatidici cinque milioni. Dopo la vittoria mostrò a tutti gli italiani la sua bravura con un concerto fatto con pentole, scodelle e tutti gli oggetti della cucina. A me è sempre restato il dubbio che Mike Bongiorno avesse voluto aiutare John Cage a tornare negli Stati Uniti, concordando con lui le domande e le risposte. Parlai a lungo con John e mi sembrò di capire, dai suoi sorrisi ironici, che di funghi ne sapesse quanto me. Ma tutti fummo felici per lui e per il concerto che ci regalò. 



Anche Filiberto Menna e Sergio Dangelo con me a Lascia o Raddoppia



Agli esami parteciparono anche Filiberto Menna, esperto di Impressionismo e il pittore Sergio Dangelo, per il Jazz, che però sbaglio alla prima domanda. 
In quanto a me, nelle prime settimane me la cavai benissimo, malgrado quesiti insidiosi come quella su Dino Campana (“Ci dica chi è quel poeta che per sopravvivere suonava il triangolo nella Marina mercantile Argentina”). In realtà ero molto preparato, avevo trascorso gli ultimi due tre anni a studiare con passione e piacere tutta la poesia italiana dal 1905 al 1950, dopo che il medico di Trevi aveva brutalmente frustrato tutte le mie ambizioni di corridore ciclista, scoprendomi, alla vigilia di una gara, un soffio al cuore. Tutti gli studiosi di poesia italiana che incontravo, si complimentavano con me, anzi, mi consultavano su alcuni poeti (qualche anno più tardi, Giacinto Spagnoletti, noto studioso di poesia e autore di un’antologia della poesia italiana che gli “esperti” di Lascia o Raddoppia avevano preso come riferimento, in quel momento mio professore all’Università di Assisi, quando mi vide mi disse: “ma tu cosa vieni a fare qui. Sono io che dovrei venire da te”).
Intanto nel mio paese, a Bovara, il prete sull’altare, don Gino, invitava i fedeli a “pregare per il nostro parrocchiano Giancarlo”. Purtroppo le preghiere dei miei parrocchiani non arrivarono a destinazione perché l’ultima domanda non era insidiosa ma idiota. Mi lessero dei versi religiosi di Danilo Dolci, sociologo e agitatore politico, ma non annoverabile nella categoria dei “poeti laureati”, come direbbe Montale. Mi spiegarono poi che la mia caduta era necessaria perché in ogni serata poteva vincere un solo concorrente. E vinse tal Maria Luisa Garoppo, una formosa tabaccaia di Casale Monferrato, mito di tutti i militari e i maschietti italiani dai dodici anni in su. Io comunque vinsi una vettura Fiat che venduta a un mio zio pasticcere, permise alla mia famiglia, con mio padre disoccupato, di vivere dignitosamente alcuni anni. Nessuna vincita fu mai più gradita perché veramente cambiò la vita della mia famiglia. E ringraziai gli astri e me stesso per quella bella opportunità. Anche perché nel frattempo ero diventato conosciuto tra i poeti che grazie alla mia notorietà tornarono a essere popolari anche loro presso il grande pubblico. Da allora e per alcuni anni iniziai a frequentare Ungaretti, Montale, Quasimodo, Sinisgalli, Luzi, Caproni. Con emozione e spesso commozione.  
La mia notorietà mi portò a lavorare a Roma, al settimanale La Fiera Letteraria, la più autorevole testata letteraria italiana diretta da Vincenzo Cardarelli, che mi incaricò di selezionare le poesie dei lettori e di rispondere loro. Ma un giorno, tal Giuseppe Sciortino, critico d’arte del settimanale, venne a mancare e il capo redattore Pietro Cimatti, conoscendo la mia frequentazione con Burri (che veniva a trovarmi in redazione per poi portarmi a cena dal Pollarolo, in via di Ripetta), Dorazio, Perilli, un giovanissimo Schifano, mi chiese di ricoprire quel ruolo. E da allora eccomi qua. La mondadoriana collana de Lo Specchio (esiste ancora?) aspetta la mia raccolta di poesie da dare alle stampe.
Dai Lettori
Gentile Giancarlo,
le sono davvero molto grato per questo bellissimo suo Amarcord. Una rubrica che lei, con tutta la conoscenza vissuta in prima persona, lo stile asciutto e nitidissimo ma percorso da mille vene passionali, è davvero l'unica persona che può fare in questo modo. 
Matteo Zauli, Museo Carlo Zauli


Questo AMARCORD è bello perché è tuo. Trovo banale che la gente si intrometta su questi ricordi che ovviamente hanno una tua particolare lettura altrimenti perché dovrebbero essere melanconici o au contraire euforici? Sono degli aforismi d'arte in cui meno storia ci metti più sono belli. Resta nella poesia! Non rispondere a nessuno. ciao. 

Abbraccio. Boris



Tra le mostre fatte da Diacono alla galleria di Bologna c’era anche quella di Ontani che allora visitai, come le altre, si intitolava “Pentagonia”, una bellissima mostra di foto acquerellate.

Saluti, Giacinto 



Congratulazioni

Questi Amarcord sono veramente gustosi. Per me è un grande piacere leggerli. Sono anche parte di una “storia” che conosco bene e che è anche la mia.
Caterina Gualco, Genova



Ancora, ancora, questi ‘amarcord’!

Non smetta, anche se possono essere sbiaditi.  Altrimenti andranno definitivamente perduti e invece servono tanto a chi, come me un po’ più giovane,
conosce i personaggi di cui parla per fama, ma non li ha mai incontrati personalmente.  
Aprono delle finestre….
Paola Malato



Belli i tuoi Amarcord! Piacevolissima lettura e suggestiva di spunti di riflessione. 

In attesa della prossima mail, ti saluto con affetto
Margherita Angelus



Caro Giancarlo,

condivido la realistica analisi della tua recente newsletter riguardo a determinati fattori che possono influire sul riconoscimento dei meriti di un artista.
Quando nel fare alcuni esempi probatori hai parlato di un pittore della tua terra di origine che privilegia il colore arancione, anche se non ne hai citato il nome, ho intuito subito che si trattava di R con il quale anch’io ho avuto un intenso sodalizio dalla metà degli anni Sessanta. 
Ci frequentavamo spesso e per gratificarlo gli portavo degli amatori che divenivano suoi collezionisti. Ero riuscito perfino a violarne la monastica riservatezza, facendolo ‘confessare’ con una lunga serie di domande per un libro-intervista (rimasto inedito) dal titolo Ritratto come Autoritratto
Il caso R è emblematico di quanti si appartano per elaborare la loro poetica, incuranti di quello che accade all’esterno; il che non amplia i consensi e non giova alla crescita culturale. Oggi – come hai ben osservato – non bastano le qualità. Per affermarsi nel dinamico sistema globalizzato dell’arte occorre essere competitivi in più sensi.
Per onestà intellettuale va detto che siamo attratti, o distratti, dalle esperienze artistiche innovative, dalle contaminazioni linguistiche, dalle opere connesse alla realtà sociale e così via, rischiando di promuovere ricerche e sperimentazioni poco attendibili. 
R ha scelto una via obbligata dal proprio temperamento francescano: ascolta solo i suoi impulsi creativi e la sua sensibilità, esaltati dalla sapienza manuale. Vive nel suo mondo fantasioso e poetico da prolifico visionario, ossessionato dal colore-luce gialloarancio nelle diverse declinazioni, delegando alla storia il giudizio finale. Egli, dunque, è vittima innocente di un isolamento volontario e si accontenta di ciò che gli offre soprattutto il suo territorio. Dispiace che non abbia ancora il successo raggiunto da altri pittori, meno importanti ma più scaltri. 
Grazie per l’ospitalità. Luciano Marucci



Per suggerire spunti di riflessione e alimentare il dibattito intorno ai contenuti della rubrica scrivete a:giancarlo@flashartonline.com

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