venerdì 15 giugno 2018

Amarcord 5 - Incontri, Ricordi, Euforie, Melancolie

Amarcord 5
Incontri, Ricordi, Euforie, Melancolie
a cura di Giancarlo Politi
Lucio Fontana

Dino Gavina
Conobbi personalmente Lucio Fontana a Trevi, in uno dei suoi frequenti soggiorni da Gavina. Dino Gavina fu un personaggio mitico dell’arte e del design. Negli anni Cinquanta, non so per quale motivo, essendo lui nato vicino Bologna, aprì un grande stabilimento per mobili di alta qualità e design a Foligno, a pochi chilometri dalla mia casa di Trevi (a pensarci bene forse per beneficiare di alcuni privilegi dell’allora Cassa per il Mezzogiorno). Nel suo stabilimento si incontravano Carlo Scarpa, Achille e Pier Giacomo Castiglioni, Carlo Mollino, a cui l’aveva introdotto Lucio Fontana, grande amico e supporter di Gavina. Gavina, tra un mobile e una follia, produceva opere e multipli d’arte che sono passati alla storia, come il grande specchio ovale di Man Ray (Les Grands Trans-Parents), un bellissimo divano componibile, il Malitte di Sebastian Matta, di cui in giro per l’ufficio ho ancora qualche pezzo rosso, i divani Cesca, Wassily e Reclining progettati da Marcel Breuer e realizzati solo come prototipi quando lui era alla Bauhaus. E opere e multipli di Marina Apollonio, Enzo Mari, Manfredo Massironi, Alberto Biasi, Getulio Alviani, Davide Boriani. Memorabili furono le serate con Marcel Duchamp e Man Ray, nella sua sede di San Lazzaro di Savena e insuperabile la mostra dedicata a Duchamp nel 1963 a Roma, in un suo negozio in via Condotti e allestita da Carlo Scarpa per cui Duchamp dichiarò che era “la mostra più bella che lui avesse mai avuto”.

Dunque il sodalizio tra Lucio Fontana e Dino Gavina parte da lontano, già nel 1953, allorché Fontana invita l’amico Gavina alla Triennale di Milano dove appunto gli presenta i più famosi architetti e designer italiani. Da lì inizia la leggenda di Dino Gavina, ahimè, troppo presto dimenticato dalla storia del design italiano, di cui fu un assoluto protagonista.
E nel nuovissimo e tecnologico (per quei tempi) stabilimento di Foligno, Lucio Fontana era di casa. Per rilassarsi, per gustare la cucina umbra di cui pare fosse un estimatore, ma soprattutto per realizzare le sue opere. Affidava i suoi disegni a un operaio che li realizzava completamente e perfettamente. Lucio infatti enfatizzava la bravura degli operai di Gavina, con cui condivideva pranzi e cene. Un giorno nello stabilimento vidi su un tavolo, abbandonati a se stessi, un pacco enorme di schizzi di opere su fogli A4: saranno stati almeno quattrocento. Molto spesso Lucio realizzava le sue opere fuori del suo studio: negli anni Sessanta a Milano fu Franco Tosi a realizzargli tutte le opere che lui firmava soltanto. Successivamente fu Gavina.
La prima volta che conobbi Fontana fu una sera a casa, e mi fu introdotto da Gino Marotta. “Dai Lucio, andiamo a cena da Giancarlo Politi, qui vicino”, gli disse. “È un caro amico e ama molto il tuo lavoro”. “Politi?”, ripeté Fontana. “Bene, così gli rompo il muso”.
Quando arrivano a casa mia, Fontana disse: “ma non è lui!” “Come”, rispose Gino Marotta, “è lui il Giancarlo Politi che scrive sulla Fiera Letteraria e appassionato d’arte e di poesia e tuo sostenitore” (allora erano rari i sostenitori di Fontana). “Ma no, non è lui il Politi a cui volevo rompere il muso. Si tratta di un Politi che ha una galleria a Livorno e che mi ha rubato una mostra intera. E che comunque non riesco a denunciare perché è un ragazzo simpatico”. Poi mi spiegò e forse mi mostrò un dépliant di una sua mostra in questa fantomatica galleria Politi di Livorno da cui non rivide mai più i suoi quadri.
In questo modo diventammo amici, anche perché Lucio apprezzava molto la cucina umbra di mia madre. In particolare il coniglio in umido. Ricordo che mio padre teneva una sfilata di salsicce appese al soffitto per farle essiccare, come si usava allora. “Posso assaggiarne una”, chiese gentilmente Lucio a mio padre, “mi sembrano molto invitanti”. E mio padre, felice, offrì a Fontana le salsicce del nostro maiale, macellato qualche settimana prima. Fontana gradì particolarmente anche un vino bianco di un contadino del posto che a proporlo oggi sarebbe offensivo. In fondo Lucio Fontana, nella sua eleganza sudamericana, simile anche a quella della mafia in voga nel dopoguerra, con le scarpe bianche o gialle, era rimasto un contadino, un uomo legato alla terra e alla gente semplice. Apprezzava sì i ristoranti e le donne eleganti di Milano, ma non disdegnava le trattorie o le cucine povere e le belle ragazze formose e semplici. Noi eravamo buoni amici sì, anche se poi non ci frequentammo molto, perché io abitavo a Roma (a casa di Gino Marotta appunto) e lui a Milano. Ci si incontrava solo quando lui andava a Foligno e io a Trevi. 
Ho raccontato già la storia di un suo teatrino, che aveva appena realizzato a Foligno e che mi regalò per aiutarmi a pagare l’affitto quando a Roma riuscii ad avere un appartamento in cambio di opere. 
Sono andato nel suo studio di Milano, in Corso Monforte 23, solo tre o quattro volte. E almeno due volte vidi uscire delle ragazze un po’ scarmigliate e con il rossetto un disfatto con un quadretto sotto braccio. “Ma non temi tua moglie?”, gli chiesi. Infatti Teresita, sua moglie, stava nella stanza accanto, in silenzio e la ricordo sempre che stirava. Lui mi rispose ridendo che sua moglie non si interessava al suo lavoro e non aveva accesso allo studio, dove lui era libero di ricevere chiunque. Era un accordo tacito tra loro. E mi riferì una frase sulla moglie che preferisco non ripetere per timore di qualche accusa di misoginia. Quella Teresita Fontana, che non entrava mai nello studio e che Lucio tenne rigorosamente lontana dalla sua vita, alla morte di Lucio divenne la vestale implacabile e dispotica dei sui lavori. Aveva perduto la sua umiltà di tranquilla casalinga per assumere il ruolo della moglie dell’artista a cui spettavano i poteri taumaturgici di far diventare una tela con i buchi, un’opera di Lucio Fontana. E credo si vendicò con spietatezza nei confronti di donne che chiedevano l’autentica di un’opera di Lucio, anche se Crispolti vigilava con molta professionalità sull’opera del maestro.

L’idea dei tagli in Lucio Fontana


Rimasi di stucco un giorno (non ricordo se a Trevi o a Milano) quando, da critico d’arte, gli chiesi da dove era nata l’idea del taglio nelle sue opere. Un gesto su cui erano stati scritti libri sacri che richiamavano la fisica quantistica, il buco nero o la terza dimensione.
La sua risposta? Ve lo giuro, perché rimasi di stucco. “L’idea mi è venuta dalla ‘figa’ di V”. Che io conoscevo bene perché era un’artista molto attiva (e bravissima) ed era stata (o era?) la fidanzata di Piero Manzoni. Ragazza, affascinante, molto creativa e per quei tempi particolarmente disinibita.
Un altro episodio curioso e rivelatore sempre nello studio fu allorché gli portai un suo quadro da firmare, ricevuto come pagamento della pubblicità su Flash Art, da Remo Pastori, mitico gallerista di Torino. All’epoca più famoso (in Italia) di Leo Castelli perché non c’era artista italiano appena propositivo (Schifano, Festa, Angeli, appunto Fontana ma tantissimi altri, anzi tutti) che non avessero esposto da lui. E lui talvolta pagava le opere che riusciva sempre a vendere, ma altre volte prometteva di pagarle e poi si sottraeva al pagamento con sotterfugi inenarrabili. Se riuscissi a mettere a fuoco meglio la figura di Remo Pastori, anche lui come Luciano Inga-Pin, morto povero e solo, lui sì che meriterebbe un Amarcord. Ma anche nel suo caso, vivendo io a Roma e lui a Torino, lo frequentavo saltuariamente. Pur sentendo raccontare su di lui le storie più divertenti e assurde, di cui talvolta fui anche testimone.
Conoscendo Pastori, che mi aveva dato il quadro di Fontana, chiesi a Lucio se era veramente suo, perché non era firmato. Lucio guardò attentamente il quadro, lo girò e rigirò su se stesso, poi mi disse: “Ti piace questo quadro?” “Sì, è bello, molto bello come tutte le tue opere”. “Bene, se ti piace e piace anche a me, allora è mio”. E ridendo me lo firmò con dedica. Allora capii quanto fosse generoso Lucio Fontana e quanto malandrino Remo Pastori. Eppure i due furono sempre molto amici e Lucio sostenne sempre Remo aiutandolo nei momenti più difficili. Anche perché in quell’epoca le gallerie che volevano esporre Lucio Fontana erano rare e il solo critico noto che si interessava a Fontana era Enrico Crispolti e sua moglie Drudi Gambillo). E Lucio invece apprezzava molto le inaugurazioni, per conoscere nuove persone, collezionisti e soprattutto belle donne. Ho conosciuto pochi artisti generosi e ironici come Lucio Fontana. L’opposto di Alberto Burri, avaro e sospettoso e livoroso come certi contadini umbri. Ma su Burri uscirà prossimamente un Amarcord.   
Contributi dai lettori
Ruth Debel, Gerusalemme
Carissimo Giancarlo, anche da Israele, congratulazioni. Ho fatto la tua conoscenza nel 1973, a una fiera d’arte. Com’e cambiato il mondo! Siamo vecchi di corpo ma non di testa! Mi fa gran piacere leggere Amarcord. 
Amicizia
Ruth Debel, Gerusalemme

Cara Ruth, certo ricordo il nostro incontro in una primissima Art Basel. Salutami la bellissima Gerusalemme del mio cuore che visitai nel 1975 con Jean Christophe Amman, Myriam Solomon e Robert Pincus-Witten in un viaggio indimenticabile di dieci giorni, guidati dal mitico Yona Fischer, forse il critico d’arte più illuminato nella Israele del dopoguerra, che ci introdusse senza demagogia nella realtà e nell’arte di Israele. Ma amo Israele, Gerusalemme, Tel Aviv, il Mar Morto e Masada, di cui conosco ogni pietra e a cui ho reso omaggio in ogni mio viaggio con Helena. E invidio ora Nicola Trezzi che, Incurante delle calure talvolta mortali che si calano su Tel Aviv, felicemente vi abita e dove insegna e dirige il CCA, e anzi mi dice che ti aspetta. Un abbraccio da Milano.

Giuliano Gori
Carissimo Giancarlo,
Amarcord del 29 maggio nel ricordare un episodio che ci ha coinvolti nell’età giovanile, hai usato il seguente termine: “ogni volta che incontro Giuliano Gori, mi sorride beffardamente, alla toscana, per ricordarmi il suo grande affare..”
Sono certo che quel “beffardamente” lo hai usato unicamente per “colorare” il tuo racconto e non certo per addebitarmi delle millanterie che certamente non meriterei.
Infine sappi che non ho mai riferito a nessuno di quel nostro antico accordo, neppure a livello strettamente familiare, come non riferisco mai dei rapporti intrattenuti con gli artisti che frequentano la collezione di Celle.
Il 21 marzo scorso, giorno universalmente riservato alla poesia, abbiamo inaugurato l’ottantesima opera ambientale, tempo di esecuzione sedici mesi. Sono intervenuti oltre duemila persone, tra questi come al solito alcuni gruppi organizzati da musei, sia europei che di oltre oceano. Dopo questa nostra lunga pausa mi farebbe un gran piacere rincontrarti, cosa ne dici?
Con immutata stima e amicizia

Caro Giuliano, ma il sorriso toscano è sempre beffardo. Poi questi sono ricordi che hanno sessanta anni. A volte sbiadiscono altre volte si colorano. E come vedi ancora oggi io penso che in quel momento l’affare l’abbia fatto io. E lo stesso Fontana ne convenne.
Un caro saluto e complimenti per il tuo entusiasmo nel lavoro. Mi piacerebbe passare a trovarti. Chissà che non ce la faccia quando sarò in Versilia.

Luisa Laureati Briganti
Grazie, non ti avevo mai trovato così simpatico e diverso come in questa breve amarcord, una ottantenne che si pente del suo giudizio. Poi naturalmente le citazioni di Mario Diacono e Luigi Ontani mi hanno molto commosso. 
Luisa Laureati Briganti.

Luisa, tra umbri (io) e marchigiani (tu) talvolta è difficile sintonizzarsi. Si è sempre un po’ sospettosi perché troppo simili. E perché entrambi reduci, un po’ in cagnesco, del Sacro Romano Impero.

Luca M.Venturi
Giancarlo, non so tu, ma vedo attorno appiattimento, ignoranza totale della Storia dell'arte, e della Storia, déjà-vu, e se Internet ci ripropone anche gratis, a cercarli, tanti testi e immagini, proprio gli ultimi cinquant’anni almeno sono ignorati e assenti... per motivi di copyright. Grazie per i tuoi ricordi, brillanti iceberg in un oceano di noia e banalità.
Luca M. Venturi

Luca, e se fossero i nostri occhi a non sapere vedere e farci capire? Occhi stanchi i nostri, dopo cinquant’anni di attenzione alla cronaca e alla storia. Io mi sono appena operato di cataratta. Ti saprò dire tra un po’ se vedrò meglio il nostro presente.

Alessandro Bianchi
Lascia o Raddoppia, una pietra miliare nella mia formazione giovanile.
Grazie per l'Amarcord. 
Alessandro Bianchi

Paola Marino
Mi unisco alla gioia di aver ricevuto questo racconto!
Paola Marino

Maurizio Spatola
Caro Politi,
grazie per il fantastico "Amarcord"  che mi hai inviato, risvegliando anche in me antichi e bellissimi ricordi: nel 1956 avevo quasi dieci anni e al giovedì sera trasmigravo anch'io con i miei genitori in casa di un vicino per vedere "Lascia o raddoppia". In onore di John Cage ti mando un flash del mio incontro con lui a Torino nel 1984, un resoconto in mille battute scritto per la rivista online "Diaforia" di Daniele Poletti. Per decenni il tuo nome è stato per me legato a Flash Art, ma vedo che l'orizzonte, già vasto, è molto più ampio.
Un caro saluto, Maurizio Spatola 

“Il numero di mille caratteri, in cui mi si chiede di racchiudere le mie riflessioni su John Cage, coincide con l’evento che mi fece incontrare l’eclettico musicista americano nel maggio 1984 a Torino, per un’intervista: un inusitato concerto per mille voci infantili organizzato nella periferia. Il colloquio avvenne in albergo, sorseggiando tè macrobiotico da lui preparato: mi resta il ricordo di un uomo semplice, simpatico e di straordinaria umanità, capace di spiegare la sua idea di musica senza tecnicismi e arzigogoli concettuali. Il “collezionista di rumori” si muoveva e parlava con la trasparenza della normalità e la serenità della consapevolezza: un geniale Maestro che rifiutava tale definizione di sé. La notizia della sua morte mi lasciò una sensazione di sgomento e di vuoto, lenita dal flash della sua risposta alla mia domanda sulle sue fonti d’ispirazione: ‘A New York, abito all' incrocio fra la ventottesima e la quinta avenue: non mi serve altro, mi basta ascoltare la strada’”.

Caterina Gualco
Molto gustoso!
Ricordo ancora la famosa battuta di Mike Bongiorno, nel congedarsi da Cage
 Mike “E ora signor Cage, cosa farà?” Cage “Me ne torno a New York, ma vi lascio la mia musica” Mike: “Non potrebbe invece rimanere con noi e mandare la sua musica a New York?”
Grazie e buon proseguimento! Me li godo proprio, i tuoi Amarcord!
Caterina Gualco

Angelo Liberati
Amico Giancarlo,
Ho apprezzato e apprezzo questi tuoi ricordi che “mi parlano” di stagioni dell'arte che mi hanno fatto crescere. 
Questa tua ultima dedicata a John Cage è ricca di informazioni su un tempo e un mondo Culturale che serve ricordare per conservarne qualcosa, percorsi anche parziali utili a tramandare segni di Civiltà ai pochi, e vorrei poter dire molti, umani disponibili a conservare il fuoco*. 
Un abbraccio virtuale con un ricordo che corre a Castiadas in una sera d'estate con il nostro amico Mauro Cossu.
Angelo Liberati


Con Mauro Cossu e forse Getulio Alviani? Qui i ricordi commuovono e si fanno storia.

Cristiano Berti
Caro Giancarlo,
e di Roberto Sanesi, hai qualche ricordo? Mi piacerebbe leggere qualcosa su di lui.
saluti cordiali,
Cristiano Berti

Non ho frequentato Roberto Sanesi nel circuito dell’arte. Sponde opposte. Ho di lui un ottimo ricordo come traduttore di Dylan Thomas, un tempo il mio poeta preferito, forse proprio grazie a Sanesi. Ma le sue scelte artistiche erano troppo scontate (a quei tempi) per me. Molto bella invece la sua Poesia Inglese del dopoguerra, pubblicata da Schwarz. Una antologia su cui ho trascorso intere giornate di commozione: con Thomas S. Eliot, Thomas,Yeats, Marlowe, Hart Crane….

Davide Bertocchi
Caro Giancarlo,
Grazie!  Bello leggeri i tuoi ricordi in questo momento di amnesia globale. Ma hai già pensato di raccoglierli in un bel libro? : ) Un abbraccio da Parigi
Davide Bertocchi

Ciriaca + R
Caro Giancarlo,
ho cominciato a leggere quasi per caso e ne sono stata rapita. Quanta vita, quanta storie di vita vera e poesia di immagini ed emozioni. Sono commossa nello scoprire un Politi che non immaginavo. Un caro saluto e grazie.
Ciriaca

Ciriaca, non siamo mai ciò che sembriamo. La nostra immagine è sempre migliore o peggiore di ciò che rimanda lo specchio.

Carlo Bertocci
Caro Giancarlo, i tuoi amarcord sono per me, che ho solo qualche anno meno di te, molto evocativi e aprono squarci di memoria che scaldano il cuore. Specialmente l'ultimo che racconta la tua partecipazione a Lascia o raddoppia, che non conoscevo; tutto quello che ne è conseguito è particolarmente toccante e fotografa squarci di quegli anni con una particolare atmosfera e vividezza, incluso il tuo rapporto con la poesia e con i poeti, che appena  ricordavo, ma che è ricco e entusiasmante e sarebbe da approfondire. A proposito della partecipazione di John Cage alla trasmissione colgo l'occasione per mostrarti, in allegato, un mio contributo al ricordo di quell'evento che forse non conosci, fu pubblicato nella rivista Gong nel 1975, ed è la trascrizione fatta da me dell'ultima puntata di Cage. Purtroppo il nastro audio che avevo è andato perduto e come tu sai non esistono alla Rai filmati di quel periodo, cosi la mia trascrizione è uno dei pochi documenti insieme a qualche foto e articolo di giornale che documenta l'avvenimento. Viene riportata in molte biografie su Cage ed estratti anche in Wikipedia. Che la fonte sia la mia è testimoniata curiosamente dagli errori che ho fatto trascrivendo i nomi del funghi. Ma mi sono chiesto perchè allora non ti  avevo proposto  la pubblicazione  su Flash Art, visto che gli anni successivi ho avuto il piacere e l'onore della tua attenzione prima con alcune collaborazioni come critico e poi come pittore.a partire dagli anni Ottanta.
Dal 1968 e per qualche decennio la tua rivista è stata una Bibbia per me, come per molti della mia generazione, conoscevo a memoria argomenti trattati nei vari numeri nei vari anni, e la mia tesi di laurea ad Architettura a Firenze con Eugenio Battisti del 1973 era in parte ricavata dalla massa di informazioni che solo la tua rivista proponeva. Così ripensando a quegli anni mi ricordo che ancora nel 1975 la tua rivista mi sembrava quasi irraggiungibile e solo pubblicarvi sarebbe stato un alto punto di arrivo al quale non mi sentivo preparato. 

Ti ringrazio dell'attenzione, continuerò a seguire con grande curiosità e interesse i tuoi amarcord e ti mando caro saluto.
Carlo Bertocci

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martedì 5 giugno 2018

Amarcord Incontri, ricordi, euforie e melanconie

5 giugno 2018
"Amarcord 4"
Incontri, ricordi, euforie e melanconie
a cura di Giancarlo Politi


John Cage 

John Cage e Lascia o Raddoppia
Pochi ricorderanno cosa è stato Lascia o Raddoppia, la fortunata trasmissione di Mike Bongiorno che inaugurava la nascita della televisione in Italia e anticipava lo star system – molto più dell’Isola dei Famosi o del Grande Fratello. 
Ma il successo di Lascia o Raddoppia è decisamente incomparabile. Si calcolava che oltre trenta milioni di italiani lo seguissero. Ogni giovedì sera, dalle 21 alle 22:30 l’Italia si fermava. Il Parlamento chiudeva, nei cinema si sospendeva la programmazione e si accendeva la televisione. In tutti i bar del Bel paese e in tutte le parrocchie si radunava la gente per guardare il programma insieme al parroco. I pochi privilegiati che possedevano un televisore in casa erano assaliti da torme di vicini che si portavano una sedia per far parte della platea della famiglia. 
Ebbene, io ho partecipato a Lascia o Raddoppia come esperto di poesia italiana contemporanea. A ogni risposta esatta il premio si raddoppiava sino a raggiungere i 5 milioni, una cifra da sogno per quei tempi. Era il 1956. 
Qualcuno penserà che sto esagerando. Chiedete a un ultra settantenne e vi dirà. E sarete sorpresi. Una volta, nei miei viaggi settimanali per partecipare alla trasmissione da Trevi a Milano (viaggio sempre in piedi nel corridoio del treno per guardare il paesaggio: da Trevi a Milano non mi perdevo né un albero, né un fiume, né una stazione ferroviaria tanto ero affamato di curiosità) sono entrato in una UPIM, il supermercato dell’epoca. Ebbene, appena varcato l’ingresso, il supermercato si fermò. Tutte le commesse mi saltarono addosso per un autografo e chiedermi come era Mike Bongiorno. Io allora più goffo e naïf di oggi, mi spaventai e scappai in strada. Pensavo di soffocare. Il successo era per me imprevisto e non riuscivo a fronteggiarlo. L’Osservatore Romano mi dedicò un grande articolo in prima pagina perché avevo letto una mia poesia religiosa, Per chi sei morto Signore. Il Corriere di Informazione, edizione pomeridiana del Corriere della Sera, mandava i suoi inviati a scovare dove abitavo (allora in periferia da una mia lontanissima parente, da loro individuata chissà come).
Insomma i quindici minuti di notorietà per me durarono qualche mese. E che notorietà! Ricevevo migliaia di lettere da ammiratori, ammiratrici, povera gente che elemosinava soldi e dai malati negli ospedali (con la TV accesa per tutti) che mi chiedevano una copia della poesia. Un mio zio trascorreva le sue giornate a duplicare le copie della poesia con la carta copiativa, da inviare ai richiedenti. Lo Specchio, la più prestigiosa collana di poesia (che pubblicava Ungaretti, Montale, Quasimodo), mi chiese subito di pubblicare un libro di poesie. 
Allora, oltre a scrivere poesie, ero un grande fan di tutti i poeti italiani, che un po’ scopiazzavo. Scrissi quasi per gioco una cartolina a Mike Bongiorno che così, poco dopo, mi chiamò per partecipare a Lascia o Raddoppia. 
Per essere ammessi bisognava superare un esame per niente facile, perché i commissari erano degli incompetenti e a volte ponevano domande assurde, anche sui propri parenti poeti – anche se si vociferava che tra essi vi fosse Umberto Eco, non proprio un esperto di poesia. Agli esami con me c’era John Cage che si presentava come esperto di funghi, di cui secondo Mike era un grande conoscitore. Il “musicista” era in Italia e non aveva i soldi per tornare negli Stati Uniti. Due suoi allievi, Hidalgo e Marchetti, scrissero a Mike Bongiorno spiegando la situazione di Cage. Mike era molto benevolo con gli stranieri, soprattutto americani, anche per fare sfoggio del suo perfetto inglese, cosa rara allora. John Cage rispose tranquillamente a tutte le domande e vinse i fatidici cinque milioni. Dopo la vittoria mostrò a tutti gli italiani la sua bravura con un concerto fatto con pentole, scodelle e tutti gli oggetti della cucina. A me è sempre restato il dubbio che Mike Bongiorno avesse voluto aiutare John Cage a tornare negli Stati Uniti, concordando con lui le domande e le risposte. Parlai a lungo con John e mi sembrò di capire, dai suoi sorrisi ironici, che di funghi ne sapesse quanto me. Ma tutti fummo felici per lui e per il concerto che ci regalò. 



Anche Filiberto Menna e Sergio Dangelo con me a Lascia o Raddoppia



Agli esami parteciparono anche Filiberto Menna, esperto di Impressionismo e il pittore Sergio Dangelo, per il Jazz, che però sbaglio alla prima domanda. 
In quanto a me, nelle prime settimane me la cavai benissimo, malgrado quesiti insidiosi come quella su Dino Campana (“Ci dica chi è quel poeta che per sopravvivere suonava il triangolo nella Marina mercantile Argentina”). In realtà ero molto preparato, avevo trascorso gli ultimi due tre anni a studiare con passione e piacere tutta la poesia italiana dal 1905 al 1950, dopo che il medico di Trevi aveva brutalmente frustrato tutte le mie ambizioni di corridore ciclista, scoprendomi, alla vigilia di una gara, un soffio al cuore. Tutti gli studiosi di poesia italiana che incontravo, si complimentavano con me, anzi, mi consultavano su alcuni poeti (qualche anno più tardi, Giacinto Spagnoletti, noto studioso di poesia e autore di un’antologia della poesia italiana che gli “esperti” di Lascia o Raddoppia avevano preso come riferimento, in quel momento mio professore all’Università di Assisi, quando mi vide mi disse: “ma tu cosa vieni a fare qui. Sono io che dovrei venire da te”).
Intanto nel mio paese, a Bovara, il prete sull’altare, don Gino, invitava i fedeli a “pregare per il nostro parrocchiano Giancarlo”. Purtroppo le preghiere dei miei parrocchiani non arrivarono a destinazione perché l’ultima domanda non era insidiosa ma idiota. Mi lessero dei versi religiosi di Danilo Dolci, sociologo e agitatore politico, ma non annoverabile nella categoria dei “poeti laureati”, come direbbe Montale. Mi spiegarono poi che la mia caduta era necessaria perché in ogni serata poteva vincere un solo concorrente. E vinse tal Maria Luisa Garoppo, una formosa tabaccaia di Casale Monferrato, mito di tutti i militari e i maschietti italiani dai dodici anni in su. Io comunque vinsi una vettura Fiat che venduta a un mio zio pasticcere, permise alla mia famiglia, con mio padre disoccupato, di vivere dignitosamente alcuni anni. Nessuna vincita fu mai più gradita perché veramente cambiò la vita della mia famiglia. E ringraziai gli astri e me stesso per quella bella opportunità. Anche perché nel frattempo ero diventato conosciuto tra i poeti che grazie alla mia notorietà tornarono a essere popolari anche loro presso il grande pubblico. Da allora e per alcuni anni iniziai a frequentare Ungaretti, Montale, Quasimodo, Sinisgalli, Luzi, Caproni. Con emozione e spesso commozione.  
La mia notorietà mi portò a lavorare a Roma, al settimanale La Fiera Letteraria, la più autorevole testata letteraria italiana diretta da Vincenzo Cardarelli, che mi incaricò di selezionare le poesie dei lettori e di rispondere loro. Ma un giorno, tal Giuseppe Sciortino, critico d’arte del settimanale, venne a mancare e il capo redattore Pietro Cimatti, conoscendo la mia frequentazione con Burri (che veniva a trovarmi in redazione per poi portarmi a cena dal Pollarolo, in via di Ripetta), Dorazio, Perilli, un giovanissimo Schifano, mi chiese di ricoprire quel ruolo. E da allora eccomi qua. La mondadoriana collana de Lo Specchio (esiste ancora?) aspetta la mia raccolta di poesie da dare alle stampe.
Dai Lettori
Gentile Giancarlo,
le sono davvero molto grato per questo bellissimo suo Amarcord. Una rubrica che lei, con tutta la conoscenza vissuta in prima persona, lo stile asciutto e nitidissimo ma percorso da mille vene passionali, è davvero l'unica persona che può fare in questo modo. 
Matteo Zauli, Museo Carlo Zauli


Questo AMARCORD è bello perché è tuo. Trovo banale che la gente si intrometta su questi ricordi che ovviamente hanno una tua particolare lettura altrimenti perché dovrebbero essere melanconici o au contraire euforici? Sono degli aforismi d'arte in cui meno storia ci metti più sono belli. Resta nella poesia! Non rispondere a nessuno. ciao. 

Abbraccio. Boris



Tra le mostre fatte da Diacono alla galleria di Bologna c’era anche quella di Ontani che allora visitai, come le altre, si intitolava “Pentagonia”, una bellissima mostra di foto acquerellate.

Saluti, Giacinto 



Congratulazioni

Questi Amarcord sono veramente gustosi. Per me è un grande piacere leggerli. Sono anche parte di una “storia” che conosco bene e che è anche la mia.
Caterina Gualco, Genova



Ancora, ancora, questi ‘amarcord’!

Non smetta, anche se possono essere sbiaditi.  Altrimenti andranno definitivamente perduti e invece servono tanto a chi, come me un po’ più giovane,
conosce i personaggi di cui parla per fama, ma non li ha mai incontrati personalmente.  
Aprono delle finestre….
Paola Malato



Belli i tuoi Amarcord! Piacevolissima lettura e suggestiva di spunti di riflessione. 

In attesa della prossima mail, ti saluto con affetto
Margherita Angelus



Caro Giancarlo,

condivido la realistica analisi della tua recente newsletter riguardo a determinati fattori che possono influire sul riconoscimento dei meriti di un artista.
Quando nel fare alcuni esempi probatori hai parlato di un pittore della tua terra di origine che privilegia il colore arancione, anche se non ne hai citato il nome, ho intuito subito che si trattava di R con il quale anch’io ho avuto un intenso sodalizio dalla metà degli anni Sessanta. 
Ci frequentavamo spesso e per gratificarlo gli portavo degli amatori che divenivano suoi collezionisti. Ero riuscito perfino a violarne la monastica riservatezza, facendolo ‘confessare’ con una lunga serie di domande per un libro-intervista (rimasto inedito) dal titolo Ritratto come Autoritratto
Il caso R è emblematico di quanti si appartano per elaborare la loro poetica, incuranti di quello che accade all’esterno; il che non amplia i consensi e non giova alla crescita culturale. Oggi – come hai ben osservato – non bastano le qualità. Per affermarsi nel dinamico sistema globalizzato dell’arte occorre essere competitivi in più sensi.
Per onestà intellettuale va detto che siamo attratti, o distratti, dalle esperienze artistiche innovative, dalle contaminazioni linguistiche, dalle opere connesse alla realtà sociale e così via, rischiando di promuovere ricerche e sperimentazioni poco attendibili. 
R ha scelto una via obbligata dal proprio temperamento francescano: ascolta solo i suoi impulsi creativi e la sua sensibilità, esaltati dalla sapienza manuale. Vive nel suo mondo fantasioso e poetico da prolifico visionario, ossessionato dal colore-luce gialloarancio nelle diverse declinazioni, delegando alla storia il giudizio finale. Egli, dunque, è vittima innocente di un isolamento volontario e si accontenta di ciò che gli offre soprattutto il suo territorio. Dispiace che non abbia ancora il successo raggiunto da altri pittori, meno importanti ma più scaltri. 
Grazie per l’ospitalità. Luciano Marucci



Per suggerire spunti di riflessione e alimentare il dibattito intorno ai contenuti della rubrica scrivete a:giancarlo@flashartonline.com

mercoledì 30 maggio 2018

Amarcord Incontri, ricordi, euforie e melanconie

"Amarcord 3"

Incontri, ricordi, euforie e melanconie

a cura di Giancarlo Politi


Achille Maramotti e Mario Diacono a Documenta 1987 Courtesy Mario Diacono.
Un Principe e il suo consigliere. Achille Maramotti e Mario Diacono 
Ho conosciuto e frequentato Achille Maramotti negli anni Settanta e Ottanta; un grande imprenditore, collezionista di banche e d’arte, nonché mecenate. Lo si poteva incrociare nelle fiere d’arte e nelle grandi mostre, sempre accompagnato da Mario Diacono*, suo amico e consigliere. Da Art Basel alla Biennale di Venezia, da Documenta a Skulptur Projekte.
Mario Diacono me lo presentò appunto a Documenta nel 1977. In quella edizione e nella successiva (1982), io e Helena, abbiamo visitato alcune sale insieme a loro due. Mi sorprese la curiosità di Achille per opere non facilmente accessibili e che Mario Diacono, con straordinaria lucidità e competenza (con il suo linguaggio immaginifico) illustrava, talvolta pur non conoscendo l’artista. Mario entrava nei dettagli dell’opera con una leggerezza tutta letteraria (lui era stato il segretario di Giuseppe Ungaretti, il poeta a cui debbo in parte il mio amore per la poesia) trascinando nel vortice dell’infiammata spiegazione i suoi interlocutori. 
All’epoca Achille Maramotti, sanguigno emiliano ma uomo colto e sensibile, era il quarto uomo più ricco d’Italia. Immagino dunque quali pressioni abbia subito da artisti e galleristi. Ma lui fu sempre fedele all’amicizia e credo ai consigli dell’inseparabile Mario Diacono, che lo ricambiò con suggerimenti di alto livello di cui andrà orgoglioso. Non so di chi fu l’idea di aprire una galleria a Bologna, se di Mario, come supporrei o dell’amico mecenate Achille.
La Galleria Mario Diacono si aprì a Bologna, in via Santo Stefano, nel 1978, con una mostra di Jannis Kounellis a cui seguì subito la mostra di Mario Merz. La programmazione continuò con una straordinaria installazione di Vito Acconci, inedita per l’Italia. Seguirono Pistoletto, Paolini, Boetti, Claudio Parmiggiani, Pier Paolo Calzolari e – mi pare – Luigi Ontani. Molte delle opere esposte da Diacono, a testimoniare il legame con il suo amico Achille, ora fanno parte della Collezione Maramotti. Anche quando Diacono trasferì la galleria a Roma, non mancò il sostegno solidale di Achille. Ma sia a Bologna che a Roma, la galleria Mario Diacono divenne un punto di riferimento: e le sue scelte illuminate ancora reggono al tempo.
Un artista molto vicino ad Achille Maramotti, da cui probabilmente fu anche sostenuto, è stato Claudio Parmiggiani, allora pittore sperimentatore, poeta visivo, visionario illuminato che con Mario Diacono fondò la rivista Tau/ma, un contenitore di idee, una sorta di deflagratore culturale tra arte, poesia, letteratura, filosofia. E linguaggi antichi. Inutile dire che l’editore era Achille Maramotti, il quale, tra un consiglio di amministrazione e l’altro, amava intrattenersi con artisti, letterati, poeti, tra cui anche Eugenio Montale. 
Nell’imprenditoria contemporanea manca un uomo come Achille Maramotti, che sapeva coniugare il grande senso degli affari, i suoi scontri con i sindacati e forse Confindustria e il grande amore per la cultura e gli artisti. Amore soprattutto per Mario Diacono, amico, fratello, consigliere del Principe, con cui non ebbe un rapporto subalterno ma di grande dialettica. Al punto da chiedermi chi ha dato di più all’altro. 
Testimonianza odierna di Mario Diacono: 27/05/2018
Ho conosciuto Achille Maramotti nell’estate del 1975, mi portò nella sua casa di Albinea Claudio Parmiggiani.
La primavera dell’anno successivo, nel 1976, Achille venne a New York per lavoro, e facemmo insieme il giro dei musei della città (MoMA, Guggenheim, Whitney, Metropolitan, Frick Collection) e delle gallerie di Soho: Castelli, Sonnabend, John Weber, ecc. A quell’epoca insegnavo al Sarah Lawrence College, ma pochi mesi dopo tornai in Italia. nel ’77, sempre tramite Parmiggiani, aprii una galleria a Bologna con Ferruccio Fata, la cui partnership durò una sola mostra.
Il rapporto con Maramotti nel frattempo diventava sempre più progettuale, Achille cominciò a immaginare di far diventare col tempo la sua collezione un paradigma di museo d’arte contemporanea, come allora erano inesistenti in Italia. L’apertura della mia galleria a Bologna, nel gennaio del 1978, con una mostra di Kounellis, doveva essere uno dei veicoli per portare avanti l’idea.
Mario Diacono
Artisti. La morte dopo la morte.
Ogni tanto rifletto. Quanti e quali artisti sono realmente arrivati a noi dagli anni Cinquanta? Due: Alberto Burri e Lucio Fontana. E dagli anni Sessanta? Due: Piero Manzoni ed Enrico Castellani. Gli anni Settanta sono in corso di sfoltimento, così come gli anni Ottanta e Novanta. E pare si tratti di una sfoltita molto, molto radicale.

Io ho vissuto abbastanza gli anni Cinquanta e molto gli anni Sessanta. In cui a Milano spopolavano Emilio Scanavino, Gianni Dova ed Emilio Tadini. In città non si muoveva foglia che Tadini non volesse. E ora dove sono? Dove sono anche i Capogrossi, i Campigli, ma anche a Morlotti, i Cassinari. Una strana “melancolia” si è impossessata di me nei giorni scorsi, sfogliando alcuni cataloghi di aste: Cassinari offerto a 260 euro, Morlotti poco più o poco meno. Mario Rossello, un delicato pittore con ottimi collezionisti e gallerie, negli anni Sessanta e Settanta, ora lo vedo in asta offerto a 50 euro. Avete capito bene? 50 Euro. Meno di un pranzo al Rigolo dove Rossello era di casa e talvolta mi invitava. E giù una falcidia di nomi un tempo inavvicinabili. Il nostro Novecento, la migliore stagione dell’arte italiana, è stato rottamato. Grandi artisti come Sironi, Carrà, De Pisis, de Chirico, Campigli, Rosai, messi in soffitta.

Un aneddoto personale ma indicativo: nel 1964, sapendo che ero riuscito ad affittare una casa a Roma, sulla via Prenestina, in Via Fontana Liri 27, (poi sede di Flash Art), in cambio di opere d’arte, Lucio Fontana mi regalò un bellissimo teatrino. Lo stesso fecero Dorazio e Schifano (un grazie a tutti post mortem). Quando portai piangendo il mio bellissimo Fontana alla signora Armellini, consorte di un discusso palazzinaro romano, mi rifiutò il Fontana chiedendomi in cambio un Cassinari, anche piccolo. Io fui preso dal panico perché senza un Cassinari sarei sato sbattuto fuori di casa. Non so chi, mi disse che un collezionista di Prato, Giuliano Gori, possedeva dei Cassinari; mi precipitai da lui implorando di cambiarmi il bellissmo Fontana con un pessimo Cassinari che portai alla signora Armellini che mi dedusse dall’affitto un milione di lire, permettendomi di abitare ancora nell’appartamento per un anno e forse più. Ogni volta che incontro Giuliano Gori, mi sorride beffardamente, alla toscana, per ricordarmi il suo grande affare. Eppure nessuno si rende conto che in quel momento l’affare lo feci io, perché Cassinari per me valeva un milione di lire (per i più giovani 500 euro di oggi), cioè più di un anno di affitto, e Fontana no. Quando lo riferii a Lucio, allora spesso a Trevi da Gavina, accanto alla mia casa natale, per realizzare le sue opere, talvolta veniva a cena da me con Gino Marotta (ma le cene a casa mia, in Umbria, dove Lucio veniva volentieri, perché amava la cucina umbra di mia madre e, diceva lui, le salsicce di mio padre, saranno oggetto di un altro Amarcord) sorrise amichevolmente e mi disse: cosa vuoi, questa è la vita. Sii felice che una mia opera indirettamente ti ha permesso di vivere in un appartamento per un anno e mezzo. Grande cosa. Per me è un miracolo pensare che in mezz’ora di lavoro mio, tu hai goduto di una casa per oltre un anno. 

E oggi sfogliando i cataloghi delle aste leggo: Fontana dai 600 mila euro a un milione e Cassinari 260 euro, poi invenduto.

Allora mi chiedo: ma dove finiranno le centinaia di migliaia di opere, forse milioni, che gli artisti amorevolmente e con grande partecipazione hanno realizzato o stanno realizzando? E che spesso le gallerie e i collezionisti si contendono? Riguardando i vecchi numeri di Flash Art, le cui scelte erano già molto mirate e selettive, scorgo un cimitero, non un museo.
Povere mogli, amanti, figli e nipoti di artisti!
E penso con tenerezza alle mogli o amanti degli artisti, ai loro figli e nipoti che amorevolmente schedano le opere e ne rivendicano il diritto di autenticarle pensando al tesoro che le loro mani gestiscono. Mille, duemila opere, talvolta tremila e più che ogni artista ha depositato in questa discarica che è il mondo. 
Un pittore della mia terra di origine, l’Umbria, che nella mia primissima giovinezza ritenevo un genio, ma non ero il solo, ha vissuto (e vive) da asceta una vita per la sua pittura. Mi diceva che non sfogliava riviste d’arte, non frequentava colleghi né mostre per non restare influenzato. San Francesco o Jacopone da Todi della pittura? Ora la sua enorme casa, arancione come le sue opere, trabocca di quadri. Cantina, soggiorno, cucina, stanze da letto, stanze da bagno, ripostigli, ricoperti di tele arancioni. E lui sereno e sicuro che la storia lo salverà. Sicuro come la morte che la sua opera resterà eterna. Vi giuro che è un bravissimo pittore, anche lui una grande speranza degli anni Sessanta, con mostre al Naviglio e alla San Fedele (con la benedizione di Guido Ballo e di Marco Valsecchi). Eppure, anche se serenamente, è restato al palo. Ma chissà quanti come lui, quasi tutti di fronte alla storia.
Ma lo penso con gioia, carpe diem. La mia casa è piena di opere e quando posso continuo a comperarne, anche se ogni tanto la sindrome di Stendhal mi assale. Ma mi riprendo subito e continuo ad ammirare e desiderare opere che non potrò mai avere e opere che invece potrò permettermi. E intanto mi godo quelle che mi circondano qui in casa e il naufragar m'è dolce in questo mare.
Perché Burri e Fontana?
Ma perché Burri e Fontana, a parte la qualità, sono restati e gli altri no? Anche se oggi si cerca di riscoprire Nuvolo, un modesto allievo di Burri (entrambi di Città di Castello)  e di raschiare il fondo del barile degli anni Sessanta, la musica non cambia. Come sempre, come per tutte le epoche, la rottamazione sarà feroce e le discariche piene di opere. Ma senza allarmarci, anzi con gioia, bisogna dire che l’arte segue le vicende della vita e della storia. La quale è drammaticamente selettiva spesso senza una vera logica, ma per il capriccio del tempo e dei gusti e del caso. Cosa può tenere in vita l’opera di un artista, al di là del suo valore, oltre la sua vita? Questo è il vero mistero. Non mi si dica che è la qualità dell’opera, La qualità, da sola non basta. Io posseggo una bellissima scultura di uno dei fondatori del surrealismo: André Masson che ho frequentato negli anni Settanta. Cioè di un protagonista della storia dell’arte. Il valore di mercato di questa scultura non supera quello di Cassinari.
Ma allora cosa tiene in vita l’opera? Sinceramente non lo so. Penso che in parte sia l’energia stessa dell'artista, il suo desiderio di immortalità, il suo ego sfrenato e sfrontato. Poi, una volta che l’artista non c’è più, l’energia viene a mancare. E con essa anche l’opera lentamente si sgonfia. Per un po’ resta il ricordo, poi anche questo svanisce.
Dai Lettori
Maestro Sarenco


Caro Giancarlo Politi, volevo segnalare che il maestro Sarenco, scomparso lo scorso anno, aveva progettato un ultimo evento sulla Poesia Visiva, dal titolo “Una generazione per il XXI° secolo”, invitando 5 artisti italiani: Michele Ciardiello. Marco Gerbi, Alessio Guano, Elena Marini e Roberto Scala. Catalogo pubblicato a Verona nel gennaio 2017 ad opera della Fondazione Sarenco.
Il testo scritto da Sarenco intitolato “La poesia dei vivi”, dove dichiara che dopo più di sessant'anni, tutti pensavano che la Poesia Visiva fosse storicamente finita, avesse chiuso il suo ciclo, ed ecco la soppressa italiana, nuovi poeti con una qualità vera, autonoma, fresca e felicemente aggressiva. 
Purtroppo la mostra non si è più svolta, ma rimane un documento stampato con le opere degli artisti invitati. 
Un caro saluto, robertoscala@inwind.it Milano.


Meglio, molto meglio che Sarenco non abbia avuto il tempo di fare altri danni. Ne ha già fatto troppi alcuni irreparabili, in vita.



Luciano Inga-Pin artista

Ho sempre avuto la sensazione che nella Galleria di Inga Pin, il migliore artista tra tutti quelli presentati fosse proprio Lui, Inga Pin: una persona straordinaria che si era messa al servizio di altri aiutandoli a realizzare i propri sogni. Angelov

Tanti galleristi sono stati più artisti dei propri artisti. Ma non bisogna dirlo, perché questi ultimi si offenderebbero.


 
Caro Giancarlo,
dovresti scrivere la storia dei galleristi italiani, ti darei volentieri una mano. Vorrei raccogliere le testimonianze di gente come Franz Paludetto, Lia Rumma Giorgio Marconi o Sargentini per salvare qualcosa, prima che tutto si disperda. Inga Pin è stato fondamentale per la "scoperta" di tanti artisti anche se spesso avuto rapporti a dir poco burrascosi. Urs Luthi si irrita ancora oggi ad ascoltare il suo nome. Però sono stati galleristi autentici, coraggiosi e intelligenti che hanno scoperto gli artisti che avevano qualcosa da dire. La dimenticanza in genere è figlia del mercato, però nemmeno i musei oggi fanno mostre per scopi autenticamente culturali. Nessuno si oppone al mainstream, tutti confermano quella che va o già funziona da solo. La Poesia visiva è un caso classico. Tu citi De Bellis e fai bene. Ma è stato un episodio per cui un giovane critico ha compreso (finalmente) l'importanza di un movimento. Mio padre negli anni settanta organizzava con Michele Perfetti (a Taranto?!) i famosi corsi di aggiornamento nella scuola media di cui era preside, invitando poeti visivi e semiologi.  Il Gruppo 70 a Firenze non ha avuto nemmeno un accenno di ricordo per il cinquantesimo della nascita, eppure c'erano oltre a Miccini, Pignotti, Marcucci etc.  anche personaggi come Bussotti, i Bueno, e intellettuali come Umberto Eco. C'era dietro un'idea di cultura e di pratica politica e sociale. La storia dell'arte in Italia passa soprattutto attraverso queste "marginalità", personaggi straordinari, artisti e intellettuali, forse anche troppo certe volte, interpreti del loro tempo. Dato che molti di questi artisti hanno superato gli ottant' anni, qualcuno si sta muovendo a fargli delle mostre a livello istituzionale. Forse toccherà anche a Franco Vaccari che conoscono all'estero meglio che in Italia.  
Il mercato è un imbuto ormai determinante, ma anche la mancanza di coraggio e di idee. Penso che la storia dell'arte contemporanea in Italia non sia ancora stata scritta.
Stai bene
Valerio Dehò

Valerio, non ho la stoffa dello storico. Io sono un buon centometrista, sulle venti righe talvolta posso competere con Mennea, ma sul chilometro o più, mi sfiato, divento un Durando Pietro, l’atleta che crollò prima del traguardo della maratona. E poi a me piace guardare la storia di traverso, nei suoi anfratti e nelle sue anomalie. In realtà sono un po’ voyeur e guardo dove gli altri non osano guardare. Da giovanissimo volevo scrivere romanzi. Poi incrociai Ungaretti con “M’illumino d’ immenso” e cambiai idea. Capii quale fosse la mia strada.



Emilio Villa sì. Emilio Villa no.

Giancarlo, l’inedito ricordo di Emilio Villa – persona di valore che in vita non ebbe i riconoscimenti che meritava – mi ha riportato alla mente un episodio che lo riguarda.
Quando fui chiamato a innovare l’edizione del 1967 della Biennale d’Arte Contemporanea di San Benedetto del Tronto (condizionata da alcuni pittori del luogo), ancora basata sull’accettazione da parte di una giuria, ideai un format espositivo che prevedeva il coinvolgimento di altri tre curatori. Ognuno di noi avrebbe dovuto proporre cinque nomi di artisti propositivi, così avviai il progetto rivolgendomi a Emilio Villa – intellettuale sensibile e disponibile – che da promotore di giovani talenti, mi fece subito il nome di Jannis Kounellis e mi portò a visitare una sua mostra, incentrata sulle opere con le lettere dell’alfabeto, presso la galleria Arco d’Alibert. Durante i nostri amichevoli incontri non risparmiava espressioni polemiche nei confronti dei detrattori che ostacolavano il suo eclettico percorso. Ma, pure se con lui c’era piena sintonia, l’operazione non si concretizzò, in quanto gli altre due critici volevano imporre operatori visuali che avrebbero riprodotto la situazione localistica da me combattuta. Quindi decisi di presentare da solo Tendenze d’Oggi, includendo anche esperienze internazionali. Ovviamente mi rimase il dispiacere di aver deluso Emilio, desideroso di partecipare a una rassegna di buon livello, che forse avrebbe potuto aiutarlo ad affermare la propria identità  nel contesto romano di quel momento. Un caro saluto e spero di rileggerti presto.
Luciano Marucci

Caro Luciano, lo so bene, Emilio Villa, in quel periodo era più detestato che amato. Soprattutto dall’establishment. E morì solo, povero e dimenticato a Rieti. Eppure Emilio era dolce e disponibile con tutti.
 
 
Per suggerire spunti di riflessione e alimentare il dibattito intorno ai contenuti della rubrica scrivete a:giancarlo@flashartonline.com

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