martedì 4 dicembre 2018

Amarcord 23 - Incontri, Ricordi, Euforie, Melanconie

Amarcord 23

Incontri, Ricordi, Euforie, Melanconie

di Giancarlo Politi
per intervenire, controbattere o esprimere una propria opinione scrivere a

A proposito di Amarcord

Cari amici,
purtroppo non riesco a garantirvi un Amarcord settimanale e di martedì. 

Chiedo un po’ di libertà di movimento. Ma ancora per qualche mese (poi i ricordi e gli incontri un giorno avranno una fine) vi garantisco che li riceverete. In futuro forse saranno sostituiti da altro. Spero altrettanto apprezzato.

Un caro saluto.
Giancarlo Politi
Dal MAXXI di Roma nuovi segnali di speranza
Eccomi di nuovo a voi, dopo un viaggio a Roma e una breve ma infida influenza. Al Maxxi ho assistito all’assegnazione dei Premio Gaetano Marzotto. Negli anni ’50 il Premio Marzotto era forse la rassegna d’arte più importante in Italia. Partecipare al famoso Premio di pittura Marzotto era già un grande traguardo, vincerlo poi era un riconoscimento quasi da Premio Nobel. Ebbene, la Fondazione Marzotto, in sintonia con i tempi, da molti anni, non assegna premi all'arte ma alle aziende (Startup) più innovative. Cari amici, questa manifestazione ha riacceso le mie speranze sul futuro del nostro paese. Cinquanta startup, scelte da una commissione super qualificata, si sono contese i 20 premi complessivi (300 mila euro per il primo e 5 milioni di euro in percorsi dei molti partner). Sono loro che ci stanno traghettando nel futuro. Sono questi i nuovi artisti? Un novello Leonardo forse non lo incontreremo nei musei d’arte ma in una startup super specializzata, sconosciute ai più ma notissime agli addetti ai lavori. E dislocate in tutto il paese, da Nord a Sud. Con questa premiazione, condotta magistralmente da Cristiano Seganfreddo, ho assistito alla più bella performance della mia vita (seconda solo a quella di Marina Abramovic alcuni anni fa al MoMa): giovani di grande talento, determinatissimi, hanno presentato in modo sintetico e chiarissimo, in un minuto, la loro attività innovativa (la maggior parte orientata verso le innovazioni in campo medico e verso la prevenzione in generale). Malgrado la situazione politica e i politici che ci governano, c’è una classe di giovani e giovanissimi imprenditori, grandi lavoratori e pionieri nel loro campo, di altissimo livello. Lo stato ci ignora ma sottotraccia c’è chi lavora per il futuro del paese e per la nostra salute. Tanto di cappello a una generazione apparentemente perduta e che invece sta salvando il paese e noi.
Una modella indossa le opere di Getulio Alviani in presenza
dell'artista, presso la sua mostra ad Artestudio, Macerata, 1970.
Courtesy Pio Monti.
Getulio Alviani, vita di un artista da giovane
Ho l’impressione di aver conosciuto Getulio Alviani da sempre. E meglio di tanti altri. Quando lavoravo alla Fiera Letteraria nei tardi anni ‘50, a Roma, comunicavo per lettera con Getulio che mi parlava del suo lavoro e di quello dei suoi maestri e colleghi (Albers, Vasarely, Soto, Mavignier, ma soprattutto Max Bill, suo amico e mentore). Poi per la prima volta forse l’ho incontrato a Roma nel ‘62 alla mostra “Arte Programmata” organizzata da Umberto Eco nella sede della Olivetti. O forse ancora prima, nel ’61 a Zagabria, in occasione della storica mostra “Nova Tendencija” – considerata l’atto di nascita della Op art e dell’Arte cinetica – curata da Matko Meštrović direttore della Galleria Nazionale.

Da quell'incontro ci siamo visti spesso, anche se io abitavo a Roma: a Venezia con Umbro Apollonio, altro suo grande amico e sostenitore, e a Udine, dove andavo a trovarlo, o qui a Milano assieme a Paolo Scheggi e Lucio Fontana alla galleria del Naviglio, oppure a cena a casa di Scheggi. O agli incontri dalla stilista “optical” Germana Marucelli, zia di Paolo Scheggi, per cui Getulio aveva disegnato bellissimi vestiti optical, E con lui e Scheggi, Germana, una sartina proveniente da Firenze e che diventò la signora della moda milanese e non solo, aveva realizzato delle bellissime sfilate, con vestiti passati alla storia disegnati dai due artisti. In quegli anni Germana Marucelli apriva il suo salotto privato, il giovedì sera, agli intellettuali e artisti milanesi e si discuteva di arte e scienza, di letteratura e talvolta, ma più raramente, di politica. Lucio Fontana era un frequentatore abituale della Marucelli e ci illuminava con i suoi interventi su Arte e Industria. Perché io, quando di giovedì mi trovavo a Milano, partecipavo sempre. Atmosfera rilassata, da salotto milanese perbene, anche se la Marucelli non aveva perduto la sua verve toscana, discutendo di arte, scienza, letteratura, moda con un po’ di garbato gossip. 

A quell’epoca Getulio viaggiava con una bellissima Porsche bianca, per cui noi tutti lo consideravamo ricco o comunque benestante. In realtà la Porsche gli era stata regalata da un suo zio ricco con cui Getulio viveva, avendo abbandonato, con grande sorpresa della madre e del padre, la sua famiglia, che però abitava di fronte. Anche la famiglia di Getulio era benestante, come mi ha raccontato la sorella Rita, perché titolare della più famosa tabaccheria di Udine, in pieno centro. Che oltre ai sali e tabacchi, era un emporio di pipe, molto in voga all’epoca. Ma Getulio preferiva le comodità e il lusso della casa di suo zio che non aveva figli e in un certo qual modo lo aveva adottato. Mentre in casa dei suoi genitori, le attenzioni erano ovviamente distribuite su tre figli.
Alviani e l'interruttore elettrico
In quegli anni Getulio, così mi raccontava, collaborava come designer con l’azienda bticino di Brescia – specializzata in interruttori elettrici – e dunque era uno dei pochi artisti allora ad avere qualche entrata. Una volta in un albergo Getulio mi disse: vedi quell’interruttore? L’ho disegnato io per la bticino. Non ho mai capito se fosse vero o no. Getulio era molto portato a distorcere la realtà (ma questo l’ho scoperto molto più tardi), anche delle sue frequentazioni. Get, come noi lo chiamavamo, era uno specialista a trasformare la realtà in fantasia. Ma era la sua natura, di cui non si rendeva conto. Lui era il maestro della disinformacja, allora molto in voga a Lubiana e Zagabria e nei paesi comunisti, dove contava numerosi colleghi diventati poi suoi amici. Dunque, per me Getulio era ricco. Anche perché in quegli anni le opere non si vendevano e il mercato era demonizzato. Era l’epoca dell’arte moltiplicata che doveva essere fruita da tutti. I gruppi T e N di Padova erano i più agguerriti sul piano ideologico e si scagliavano inferociti contro la mercificazione dell’arte, per cui (forse giustamente) preferivano collaborare con le aziende, oppure insegnare, anzi ché avere rapporti con le gallerie d’arte, che comunque erano rare e squattrinate. Lo stesso Argan a Roma, con tutto il suo seguito universitario, novello Savanarola, inveiva contro la mercificazione dell’arte, come se il Rinascimento fosse stato una espressione dei contadini e non dell’opulenza dei medici e della Chiesa che si contendevano gli artisti come fanno le gallerie oggi. Ma Getulio (che non era ideologicamente schierato, pur avendo attitudini anarcoidi) era il solo italiano ad avere rapporti internazionali con i colleghi di tutto il mondo e per cui si è impegnato sino allo spasimo per seguirli, esporli, farli conoscere, farli collezionare, trascurando spesso se stesso. Comunque, per me in quei primissimi anni Sessanta chi viaggiava in Porsche era ricco. Con Getulio abbiamo compiuto numerosi viaggi, con la sua porsche o con la mia Dyane Citroen. Una volta mi trascinò sino ad Amburgo per incontrare Mavignier, che Getulio ha considerato come un maestro assoluto dell’arte cinetica. Mentre non mi sembra che Alvir Mavignier, sia diventato un reale protagonsta del movimento. O forse non ne conosco a sufficienza la storia e i risvolti. Un’altra volta andammo a Delft, in Olanda ad incontrare Jan Schoonhoven, già allora famoso artista concreto, che aveva partecipato anche al gruppo Zero. Opere sempre e tutte bianche con dei piccoli quadratini a rilievo: a me faceva pensare un po’ a Castellani. Jan Schoonhoven, pur essendo un artista famoso, in patra e fuori (sue opere erano in tutti i musei olandesi), per sopravvivere (o per snobismo?) faceva il postino a Delft e ricordo che noi attendemmo il suo ritorno dal giro di consegne all’ufficio postale. Poi andammo nel suo studio, tutto bianco e immacolato, ordinatissimo, con centinaia di opere su legno, impilate una sull’altra. Non so come Getulio facesse a intendersi con Schoonhoven che non parlava una parola di francese, ma solo olandese, tedesco e discretamente l’inglese. Però vidi che gesticolando sembravano intendersi. Io parlavo con lui in inglese e mi raccontò la sua vita, semplice ma decorosa e serena, di postino e di artista. Mi disse che quell’impiego di postino gli lasciava abbastanza tempo libero per il suo lavoro di artista e per qualche viaggio in Germania. Era un uomo semplice e spartano, un po’ come Getulio. Prima di lasciarci, Jan Schoonhoven, visto che gli avevo promesso un articolo o intervista in Flash Art, mi volle regalare una sua opera, che di cui poi Getulio si appropriò, dicendo che gli serviva per una mostra. In realtà andò ad arricchire la sua già cospicua collezione di arte programmata e io il mio Schonooven non l’ho più rivisto. Ora è in mano dei suoi eredi. Come è avvenuto anche per un’opera di Morellet e Camargo che l’amico Get mi chiese in prestito per una mostra e che non ha fatto in tempo a restituirmi. Queste opere le rivedrò solo in qualche asta o galleria, prossimamente, poste in vendita dall'erede. Amen.
Un abito di Germana Marucelli della collezione "Optical"
con motivi di Getulio Alviani, 1965.
L'amore di Getulio per l'ex jugoslavia
Ma le sue mete preferite erano Lubiana e soprattutto Zagabria, dove operava il suo amico e collega Ivan Picelj, altro grande spartano che si accontentava del nulla. Picelj era una persona gentile e delicata, che pur vivendo di stenti, manteneva una dignità da sovrano di altri tempi. Poi, morta sua moglie, gli fu tolto l’appartamento e andò a vivere con la figlia, che lo aveva sistemato in una stanzetta monacale (ma di più non poteva, sotto Tito le vere abitazioni erano riservate alla nomenclatura, per i comuni mortali stanza e cucina e uno sgabuzzino), dove talvolta, insieme a Piceli dormiva anche Getulio. Su un tappeto, per terra. La stanza di Picelj mi ricordava quella di Giulio Carlo Argan che in una casa bella e spaziosa al Gianicolo, si era ritagliato per lui un loculo di 2 metri per 3, letto singolo in ferro e montagne di libri accanto che impedivano di muoversi. L’ampia casa era vuota. Solo una bella stanza luminosa era occupata da sua figlia Paola (una splendida ragazza molto intelligente), che lui avrebbe tanto voluto maritare. E non so se ci sia riuscito prima della sua morte. Quando si andava a Zagabria da Picelj, in un paesino vicino, abitava un altro importante protagonista dell’arte razionale, Julije Knifer, da cui ci fermavamo sempre. Ricordo che Knifer ci offriva un vino nero, ma proprio nero come l’inchiostro, di un suo amico contadino. Molto buono ma denso e forte da far girare la testa con mezzo bicchiere. Knifer in tutta la sua vita, un po’ come Buren, ma senza concedersi le distrazioni decorative del francese, ha dipinto una sorta serpentina geometrica. Sempre la stessa immagine di dimensioni diverse. E talvolta con toni del grigio differenti. Per tutta la vita. E oggi (post mortem) sta ottenendo uno straordinario successo, un po’ come Schoonhoven, sul mercato internazionale. Altri viaggi incredibili erano le visite a François Morellet a Cholet, uno sperduto (per me) paese della Francia. All’epoca Morellet era proprietario di una fabbrica di giocattoli tra le più importanti d’Europa, mi diceva: però quando arrivavamo smetteva i suoi panni da imprenditore e si dedicava a noi con grande slancio e affetto. Lui e sua moglie erano (la moglie lo è ancora) due persone impagabili. François amava raccontarmi di suo figlio gay che aveva aperto un ristorante di successo a San Francisco. Poi ne aprì uno a New York, dove i Morellet ci invitarono, a me e Helena, a cena. Ed era veramete squisito. Una sorta di nouvelle cuisine ante litteram per noi italiani (sto parlando del 1979/80). Ricordo ancora con un po’ di ansia un viaggio di ritorno da Cholet sempre con Getulio e con Pio Monti alla guida della sua molleggiante Citroen Pallas e io sprofondato nel sedile posteriore per dormire, con dietro la testa una scultura metallica aguzza di Morellet. Alla minima frenata improvvisa sarei stato sgozzato dal Morellet.  Perché questi viaggi? Getulio, per un paio di anni è stato un suggeritore e organizzatore di mostre da Pio Monti nella sua galleria Artestudio a Macerata, dove esposero (e vennero quasi tutti gli artisti di persona alle inaugurazioni) i più importanti cinetici e astratti dell’epoca: Albers, Max Bill, Vasarely, Morellet, Lohse, Cruz Diez, Camargo. ecc. Un programma da museo in una piccola galleria di provincia. Un altro incontro incredibile fu a Londra, dove io e Helena, seguiti da Getulio, ci recammo per intervistare la star dell’arte cinetica Bridget Riley. Fu un incontro cordiale con una persona molto intelligente e di grande successo, che lei però visse con parsimonia conoscendone le insidie.
Getulio e il suo fantomatico museo
Durante la conversazione con Bridget, Getulio le chiese in omaggio un’opera per un futuro museo in Croazia, dedicato ad Anna Palange, la sua compagna deceduta qualche anno prima. il Get, con la sua insistenza da elemosiniere, era riuscito a farsi dare un’opera da tutti i suoi colleghi di tendenza. Ma Bridget Riley, che conosceva poco Getulio e che era molto gelosa del proprio lavoro, si rifiutò, offrendo invece dell’opera e con molta reticenza, una grafica. Getulio ne rimase molto frustrato e per anni odiò, maledicendola, Bridget Riley. Nel salutarci Bridget ci disse: voi sarete sempre i benvenuti in questo studio ma non portatemi più questa persona che è con voi. Non voglio più vedere un collega che al primo incontro mi chiede un’opera. Getulio era un grande conoscitore dell’arte cinetica. Lui mi ha insegnato a leggere le opere di Albers, Vasarely e di tutti gli altri, con una acutezza e chiarezza che non aveva eguali. Però era anche uomo di esclusioni viscerali: mi ostacolava ad approfondire la conoscenza con Dadamaino, che io conoscevo bene e che apprezzavo, perché a suo avviso aveva falsificato le date delle sue opere, datandole anni ‘50. Detto da lui, che ha firmato tutte le sue opere, anche le ultimissime, mi diceva per ragioni fiscali, datandole anni ’60, era il colmo. Un giorno di molti anni fa gli chiesi notizie di Marina Apollonio, figlia del famoso Umbro Apollonio, che lui da giovane aveva frequentato e in un certo senso indirizzato. Marina, per quel poco che conoscevo, mi interessava molto e avrei voluto incontrarla. Non lavora più, è scomparsa, mi disse. Invece Marina esisteva, operava in silenzio e oggi è diventata una protagonista della op art, molto più affernata e richiesta di Alviani.

Modelli di Germana Marucelli con stoffe disegnate da Getulio Alviani.
Courtesy Domus.
L’uomo che ritagliava i francobolli

Ma torniamo indietro di qualche anno. Udine 1962/63, mi pare. Quando faticosamente da Roma arrivai la prima volta nel suo bellissimo studio minimal a Udine (omaggio dello zio), con la mia traballante Dyane, notai che nel lavandino di Getulio, galleggiavano numerose buste con francobolli da 25 lire (il francobollo per l’affrancatura normale di allora). Davanti alla mia sorpresa mi spiegò che ritagliando tre francobolli usati ne ricavava uno nuovo, ma questo richiedeva un lavoro certosino e di precisione che lo impegnava più che realizzare una sua opera. E Getulio ha continuato a ritagliare francobolli sino a poco fa e a utilizzare sempre buste riciclate (rivoltandole) in cui inseriva lettere scritte rigorosamente a mano (Getulio non ha mai usato la macchina da scrivere o il computer e usava un cellulare antidiluviano). Quando veniva da me in redazione per fare delle fotocopie, lo vedevo estasiato davanti alle centinaia di buste (soprattutto alcuni anni fa) con bellissimi francobolli. E diventavano suo appannaggio. Anche perché in redazione, conoscendo questo suo amore per i francobolli, i ragazzi della redazione avevano preparato un cestello di vimini con buste affrancate per Getulio. E per questa sua mania aveva ricevuto numerose diffide, e forse qualche condanna, dalle Poste. Ma lui, nichilista e anarchico, continuava imperterrito e felice a ingannare il suo nemico implacabile: lo stato, il sistema, le istituzioni e gli uomini che le rappresentavano. Era riuscito ad escogitare un sistema per cui utilizzava un biglietto della metropolitana almeno dieci volte. Sino al suo disfacimento fisico. Mi spiegò che timbrava solo un angolino e a qualsiasi controllo rispondeva che la macchinetta era guasta. A Udine, nei primi tempi che lo frequentavo, era innamorato di una sua bellissima compagna di infanzia, Angioletta Brollo che aveva corteggiato invano. Angioletta, donna bellissima e concreta, preferì sposare un giovane pilota delle Frecce Azzurre, il quale spesso, a bassa quota, come segnale d’amore, volava sopra la casa della moglie. Ricordo che Getulio, gelosissimo, quando vedeva questo aereo faceva le corna e urlando lanciava maledizioni: brutta carogna, ti voglio vedere schiantato in mare o sulla collina con il tuo aereo maledetto. Un giorno il povero marito di Angioletta non fece ritorno a casa. Con il suo aereo si era schiantato in mare. Poi Getulio sposò Angioletta, che diventò la sua ambasciatrice: la bellissima donna che si vede spesso all’interno dei suoi ambienti e che si riflette deformandosi sulle pareti d’acciaio è lei. Ma il matrimonio con Angioletta (di cui Getulio odiava ostentatamente i figli avuto dal marito deceduto) non durò a lungo. Getulio era un impenitente dongiovanni, per cui tutte le sue donne ufficiali venivano continuamente e platealmente tradite.
Getulio più generoso di Berlusconi

Un giorno mi disse: vedi, io pago le mie donne più di Berlusconi, il quale le retribuisce con 1500-2000 euro. Io a ogni donna che è stata con me, regalo un’operetta 20x20, che oggi (allora) vale almeno 5000 euro. E se vedi una mia opera 20x20, sappi che arriva da una mia storia con una donna. Questo formato è stato pensato per loro.  Agli inizi degli anni ’80 Getulio sparì dalla circolazione. Improvvisamente, dopo aver insegnato all’Accademia di Carrara, dove dopo alcuni anni era stato allontanato non ricordo per quale ragione, andò in Venezuela a dirigere il Museo Soto. Credo che lo abbia diretto egregiamente, con mostre di tendenza di alto livello. Ma Getulio, malgrado il rigore delle sue opere, era una persona molto disordinata e nei rapporti con le Istituzioni molto approssimativo. Credo che in Venezuela abbia creato qualche pasticcio, certamente per favorire il museo, ma poco trasparente. Per cui Soto lo cacciò in malo modo. Un esempio della sua anarchia fu una contestazione con Unicredit, a cui aveva progettato una splendida parete. Quando andai a vederla, un alto funzionario di Unicredit mi disse: signor  Politi, cerchi di convincere il Maestro ad emetterci una fattura di 250 mila euro, come stabilito. Lui non vuol saperne e ci chiede di essere saldato in contanti. Se non fosse intervenuto il gallerista Paolo Seno, suo grande amico, intestandosi la fattura e per riversargli poi una quota in nero, Getulio avrebbe rinunciato all’importo. Non sono mica pazzo io, mi diceva. Con una fattura da 250 mila euro divento subito visibile e perseguitato dalla Guardia di Finanza per tutta la vita. Talvolta, camminando per Milano, allorché si incontrava un vigile urbano, un poliziotto o un carabiniere, Getulio fingendo di parlare con qualcuno ma guardando di traverso il suo nemico, incominciava ad inveire: “sei una fogna, un figlio di puttana, delinquente, ti vorrei vedere morto, ecc”. Per lui questa era una grande soddisfazione che rasentava la felicità. Ma la sua grande ossessione, il Male Assoluto, Il Grande Satana, era la Guardia di Finanza da cui, senza ragione, pensava di poter essere perseguitato, pur non avendo nulla da temere. Solo qualche quadretto venduto in contanti. Anzi, molti. Forse tutti. Spesso andavamo insieme a Trevi, in Umbria, dove aveva conosciuto un mio amico falegname, Luigino e che lui aveva stabilito fosse il migliore in assoluto in Italia e da cui realizzava le sue opere. Dal 1990 in poi, tutte le opere di Getulio Alviani sono state realizzate nella falegnameria Luigi Venturini di Trevi. Al ritorno riponeva nella mia macchina tutte le opere realizzate e tornavamo a Milano. Ma in un’area di parcheggio a Prato, lo aspettava il gallerista, ora scomparso, Marchese, della omonima galleria. Getulio gli consegnava dieci opere 30x30, oppure 40x40 intascando in contanti un milione ad opera. Lui apriva il bagagliaio della mia vettura, consegnava le opere e tornava in macchina con una mazzetta di dieci milioni di lire in contanti. Senza parlare, quasi fosse un rito segreto. Questo scambio avvenne più e più volte. Ma Getulio era un abilissimo rifacitore di opere altrui (per piacere e sfida). Anni fa pubblicò un sontuoso libro, in collaborazione con la Galleria Seno e Albert Totah, allora con la galleria a Milano, su Albers, con decine di opere riprodotte. Pare che la Fondazione Albers  ne abbia disconosciute almeno la metà. A me ha regalato due meravigliosi Albers (e un Fontana). Con sul retro firma, timbri, etichette di gallerie, ecc. Tempo fa il rappresentante di una primaria casa d’aste tedesca passando a salutarmi vide alla parete quel bellissimo Albers e mi chiese se volevo proporlo all’asta. Conoscendo la provenienza e la storia di tutti gli altri Albers dissi di no. Lui mi chiese comunque la foto da mostrare ai suoi colleghi. Mi telefonò alcuni giorni dopo dicendo che tutti i suoi colleghi e i maggiori esperti tedeschi di Albers, trovavano l’opera straordinaria. Per sicurezza inviò le foto alla Fondazione Albers, la sola che abbia il diritto di autentica sull’artista. Pochi giorni dopo il mio amico tedesco mi chiamò addolorato e arrabbiato con la Fondazione perché si era rifiutata di  autenticare quel capolavoro. Mentre il Fontana che Getulio mi ha regalato non oso nemmeno appenderlo sulla parete, immaginando la provenienza.
Graziella Lonardi Buontempo con un'opera di Getulio Alviani.
 Foto Piersanti.


Una mia goliardata di cui sono pentito



Getulio possedeva un piccolo appartamento a Cortina dove spesso si rifugiava per periodi lunghi e dove riceveva anche le sue amiche. Tutte le finestre dell’appartamento erano chiuse ermeticamente per farlo apparire disabitato. Lo stesso era il suo appartamento a Milano in via Fauché. E il portiere, se non si era attesi, a tutti diceva: il maestro è fuori e non so quando torna. Tutte queste preoccupazioni per timore di essere scovato della Guardia di Finanza. Get amava l’anonimato e la clandestinità come nessuno. Ed era disordinato e inaffidabile con le sue cose, ma quando si parlava del suo lavoro cambiava radicalmente. Nessuna concessione sul lavoro suo e dei suoi colleghi, che difendeva e per cui ha lavorato sino allo sfinimento per promuoverli. Si lamentava spesso (parlo di qualche anno fa) che sul mercato Max Bill o Albers fossero sottovalutati. “Pensa che schifo”, mi diceva, “che vergogna, due geni che costano quanto me”. Io e Getulio avevamo un rapporto fraterno ma sempre conflittuale. Dopo la morte di Anna Palange, sua compagna negli anni Ottanta, ha abitato da noi, in una stanzina, un paio di anni. Quando ci recavamo insieme della mia casa in Versilia, lui voleva assolutamente dormire in un ripostiglio con un letto a castello, circondato da scope, detersivi, bottiglie di acqua minerale e di vino. Lasciando vuota una bella stanza con balcone. Collaborava spesso con Flash Art, scriveva su tutti gli artisti cinetici con grande passione e competenza (spesso ripetendosi, ma era inevitabile) ma mai mi ha chiesto qualcosa per se stesso. Anzi, per pubblicare una sua intervista o articolo sul suo lavoro dovevo insistere. Invece mi chiedeva spazio per i suoi colleghi, portandomi in redazione testi scritti a mano, con incollate sopra le correzioni. Con grande disappunto dei miei redattori che dovevano trascrivere e interpretare la sua calligrafia.

Alcuni anni fa, per paradosso e per gioco, io (goliardicamente) gli modificai un testo che lui aveva scritto contro la Transavanguardia che invece io avevo sostenuto. Lui considerava il loro successo insultante per l’arte. Soprattutto per la sua tendenza che rappresentava l’antitesi della Transavanguardia. Io prima di andare in stampa cambiai gli aggettivi negativi in positivi e, da un duro attacco alla Transavanguardia, ne uscì un testo a favore. Pensavo ne avessimo riso insieme e poi magari, sempre insieme, avremmo pubblicato una smentita. Qualche giorno dopo me lo vidi arrivare in ufficio con gli occhi iniettati di sangue. “Io ti ammazzo” mi disse, e mi aggredì fisicamente come non aveva mai fatto con nessuno. Pensavo di conoscerlo abbastanza da soprassedere allo scherzo. La sua aggressione mi sorprese e mi raggelò. Mai lo avevo visto così indignato e furioso. Questa è la mia vita mi gridò e non permetto a nessuno di scherzarci. Su tutto il resto puoi prendermi anche in giro, anche sul mio lavoro, ma non permetto scherzi quando io scrivo sull’arte e sui miei colleghi. È questa la più grave offesa che abbia mai ricevuto. Pensa cosa diranno i miei colleghi. Capii allora di aver sbagliato, gli chiesi scusa ma non si calmò. Nemmeno quando nel numero successivo feci una rettifica spiegando lo scherzo. Malgrado la nostra amicizia e continua frequentazione, la ferita non si è mai rimarginata. Ogni tanto la storia riemergeva dalla sua coscienza ferita.



Alviani, un avaro generosissimo (con gli altri)  

Getulio era un avaro incallito. Camminava chilometri e chilometri senza prendere mai un mezzo pubblico. Oppure manometteva i biglietti della metropolitana usandoli dieci, venti volte. Il regalo più bello per lui? Un biglietto del tram. Ricordo che a New York Getulio attraversava perpendicolarmente tutta Manhattan: quindici chilometri? Forse di più. Senza autobus né metropolitana. E mai parlargli di taxi. Il taxi mi diceva mi ruba il denaro: se mi costa 10 euro vuol dire dieci in meno per me e dieci in più per lui. Fanno venti euro. Mi sento defraudato di venti euro. Una concezione dell'economia molto particolare. Più radicale del poeta Ezra Pound che pensava di eliminare la tassazione imponendola nel momento dell’emissione da parte della Banca d'Italia.
Ma la sua avarizia era speciale, tutta rivolta su se stesso. Un giorno arriva a casa mia e dice: “qui ci sono trentamila euro. A me non servono, forse a te sì”. A un mio collaboratore cingalese, Mendis, che a seguito dello Tsunami aveva subito danni alla sua casa nello Sri Lanka, donò settemila euro. Il ragazzo si ricostruì una villa. A Pio Monti prestò, sapendo di non riaverli mai più, 80 milioni di lire. Potrei citare altri episodi di generosità nei confronti di terzi, incredibili. Ma altrettanti episodi di una avarizia immotivata nei suoi confronti. Ad esempio, faceva la spesa una volta la settimana, il sabato, nel mercato rionale sotto casa di via Fauché: scendeva dopo le 13, mentre le bancarelle smobilitavano e si riforniva di verdure e di cereali aprezzi di saldi, spendendo, mi diceva orgogliosamente, un euro e arrivando al massimo a tre. Negli anni ’90 gli morì la sua donna, Anna Palange, la sola donna che abbia amato, lui diceva e a cui aveva lasciato in eredità tutto. Appartamenti, immobili, opere. Mentre la povera Anna era in coma io gli chiesi se aveva intestato qualcosa a lei. Tutto mi disse. Cosa intendi per tutto? Tutti gli immobili e tutte le opere. Ma tu dove andrai ad abitare risposi. Lui cadde dalle nuvole. Non si era reso conto che era diventato un senzatetto. Allora io e il comune amico François Inglessis abbiamo raggiunto il cappellano della clinica e con la forza, lo abbiamo costretto ad ufficiare un matrimonio in punto di morte: la povera Anna era in coma e secondo le norme della chiesa senza il consenso di entrambi non si poteva celebrare il matrimonio. Invece la nostra determinazione che spaventò il povero cappellano la fece unire in matrimonio, salvando immobili e opere di Getulio. Purtroppo negli ultimi due mesi della sua vita è stato creato un cordone sanitario attorno a lui, con la complicità di molte persone, per cui ci è stato impossibile salutarlo. Il permesso arrivò quando Getulio era in coma e non poteva più parlare. Noi suoi amici, saremmo stati felici di abbracciarlo e raccogliere i suoi ultimi pensieri (spesso Getulio era un pensatore profondo e originale), invece questo nostro desiderio ci fu negato. Perché purtroppo non coincidevano con le aspettative di chi lo teneva segregato. Alla sua ultima “fidanzata”, a cui Getulio aveva regalato un cospicuo gruppo di opere (pare 44) e a cui aveva promesso di sposarla, è stato impedito avvicinarsi al suo “fidanzato”. Proprio come accadde a Marta Marzotto, grande amore e ispiratrice di Guttuso a cui fu negato di incontrare il suo uomo morente. Perché la moglie (dimenticata da decenni) e la sua corte si impadronirono di un uomo, Renato Guttuso, minato dalla malattia e impossibilitato a reagire. Ma la vita è anche questo!
PS Mi sono dilungato troppo lo so. Ma dopo 50 anni di frequentazioni, di cui alcuni vissuti in simbiosi, su Getulio Alviani potrei scrivere non uno ma dieci libri. Più di quanto potrei scriverne per una mia autobiografia. Dal prossimo Amarcord, vi prometto, sarò
più breve.

Contributi
Grazia Varisco e i nostri incontri
Caro Giancarlo Politi,
I nostri incontri casuali in tanti anni sono stati frequenti, i contatti professionali piuttosto sporadici ma chiari. I tuoi Amarcord confermano un’attività intensa e un vissuto appassionato e partecipe alle vicende dell’arte, degli artisti, e...del contorno, di cui mi scopro poco informata e curiosamente interessata. Grazie della sollecitazione a colmare lacune di percorsi e della tua gentile  citazione che mi riguarda. Buon Amarcord.
Grazia Varisco

Rapporti sporadici. Peccato
Ciao Grazia,
hai ragione, i nostri rapporti professionali sono stati sporadici e me ne dolgo. Quando si è giovani si vuole conquistare il mondo e si perde di vista l’orto del vicino, talvolta ricco e profumato. Ma ho perduto frequentazioni più assidue e professionali anche con Gianni Colombo (che spesso veniva a salutarmi in via Farini, insegnando lui alla Nuova Accademia di allora, in via Bassi, a duecento metri dalla nostra redazione) e desideroso di parlarmi del suo lavoro, o Dadamaino con cui più volte ci siamo ripromessi di incontrarci a studio e tutto il vostro gruppo e molti altri. Avverto anche una forte nostalgia di Gianfranco Pardi, artista che meriterebbe più attenzione. Io viaggiavo a New York ogni due mesi ma anche a Londra, Parigi, Berlino, talvolta anche in Asia. E a Praga ovviamente. Ma poco in Italia e anche a Milano. Ma soprattutto mi sono lasciato influenzare, come ho spiegato nel mio Amarcord di oggi, da Getulio Alviani, che per sfogare i suoi livori personali, mi portava solo attraverso i suoi itinerari, impedendomi di allargare lo sguardo altrove. 
Cara Grazia, io ti ho seguito come ho potuto, (ho visto una tua opera, la prima volta nel 1962, a Roma, alla mostra dell’arte programmata presentata da Umberto Eco e poi mi pare a San Marino e altrove). Bellissime opere in sintonia con le ricerche del tempo. Ma anche se non ci siamo frequentati ho sempre apprezzato il tuo lavoro, svincolato dalle ideologie che all’epoca avvelenavano l’aria e l’arte. Qualche anno fa abbiamo pubblicato una tua bellissima intervista. E spero si ripresenti qualche occasione per riprendere il filo. Magari con mia figlia Gea, anche se Flash Art è un camaleonte pronto sempre ad interpretare lo zeitgeist. Ed ora è qualcosa di diverso (credo migliore) della mia creatura. I tempi invece sono peggiori di quelli di una volta.

Liuba vuole andare da Costanzo
Caro Giancarlo,
che bello questo amarcord con il racconto dei tuoi inizi, delle tue passioni e dello sviluppo della tua strada, mischiato alla curiosità e al sapore delle dinamiche di un periodo storico totalmente analogico che poco conosciamo noi della nostra generazione e di quelle successive.
Mi ha divertito tantissimo leggere le vicende della tua partecipazione a Lascia e Raddoppia e di tutta una catena di fatti ad essa connessi, e assaporare le dinamiche di quel periodo. Tutto ciò mi ha riportato alla luce anche un fatto curioso, che mi riguarda, e che avevo dimenticato. A dicembre 2000 scrissi a Maurizio Costanzo per farmi invitare alla sua trasmissione televisiva, ufficialmente per parlare in tv della realtà dei giovani artisti - di cui non ne parlava quasi nessuno, eravamo come mosche bianche invisibili per il mondo - ma con il sotterraneo intento di farci una 'performance nascosta' prendendo un po' in giro la trasmissione senza che nessuno se ne accorgesse, se non chi la vedeva con certi occhi. Se mi invitavano sarei andata in trasmissione vestita da damina dell'800, a sorpresa, per dimostrare che se la gente facesse con la moda ciò che fa con l'arte andremmo vestiti con gli abiti di cento anni fa. Scrissi una letterona a Costanzo, e ricordo che fu difficilissimo trovare l'indirizzo diretto, che non trovai e la mandai alla trasmissione, senza ricevere mai risposta e senza nemmeno sapere se lui l'aveva letta e ricevuta. Grazie Giancarlo, attraverso il tuo amarcord, hai attratto questo mio amarcord - molto più recente del tuo, ma che mi fa sorridere e mi piace compartirlo con voi. Ero davvero convinta di andare da Costanzo vestita coi vestiti ottocenteschi per parlare della desolata situazione dell'arte contemporanea nell'opinione pubblica nostra società!
La lettera che avevo scritto, un po' pomposa e inconcludente, forse tocca un punto che oggi è ancora degno di essere toccato, e anche se la situazione è un poco migliorata poichè di arte oogi se ne parla di più, i pregiudizi e la non conoscenza della realtà degli artisti sono sempre presenti e difficili. Come scrivevo nella lettera  "La difficoltà e la tenacia nel fare arte, nel cercare di proporre contenuti, è condivisa da molte persone che, lottando, vanno avanti. Oppure ci sono anche tanti altri che, sempre a causa delle stesse difficoltà, abbandonano o accettano compromessi. Di tutto ciò sarebbe importante a mio avviso parlarne. Far emergere questo mondo misterioso e sommerso degli artisti che spesso è malvisto proprio perché non si conosce nella sua realtà di persone concrete. Sarebbe importante far conoscere al grande pubblico che esistono tanti talenti artistici, tanti giovani che credono nell’importanza dell’arte e vi faticano, ma che spesso non possono continuare perché lasciati completamente a sé stessi…".
Sono passati esattamente 18 anni e poco o nulla è cambiato, e se Costanzo leggesse queste righe e mi invitasse, forse forse ci andrei. Un abbraccio. Liuba

Caro Costanzo, invita Liuba
Caro Costanzo
non ci conosciamo. Ma se qualcuno ti riporterà questo messaggio, per favore invita alla tua trasmissione (ma esiste ancora?) Liuba, nipote del famoso (per me) poeta Elio Pagliarani. Ti assicuro che non te ne pentirai.

Marco Nereo Rotelli
Caro Giancarlo, bello il racconto sul tuo viaggio nella poesia. Ho anche apprezzato le parole su Pound, le tue e quelle del bravo Bolzoni. Quest’anno ho realizzato con Yoko Ono una installazione nel giardino del Castello di Brunnenburg nel segno di una poesia totale. Salutandoti, una domanda: ma la poesia non ti sta ri/chiamando? Hai quasi bistrattato le tue poesie giovanili che forse sono un tuo volto. Non le ho mai lette. Ma questo mostra la poesia: il volto dell’essere.
PS. Apro l’anno prossimo in zona Mecenate ‘Art and Poetry' dove vorrei invitarti. E’ una ex fabbrica, fu un giocattolificio, dove troveranno posto le porte del 'bunker Poetico' che realizzai alla Biennale di Venezia diretta da Harald Szeemann, ma anche tante opere create con i poeti che ho frequentato.
Spero verrai a trovarmi. Marco Nereo Rotelli 

La poesia è un peccato di gioventù?
Caro Marco, le mie poesie? Peccati di gioventù. E ora che ho superato la terza età, ritorno fanciullo e rileggo i grandi poeti e ciò che io ho scritto nel 1956, il mio “anno d’oro”. Direi anche l’ultimo. E ho sentito più vergogna che orgoglio. Mia figlia Gea, prima della mia dipartita, vorrebbe pubblicare un volumetto. Ma io faccio fatica a mettere insieme trenta poesie decenti. La poesia, quella vera, è stata soppiantate dai nuovi menestrelli che hanno saputo interpretare  e cambiare il mondo delle idee e delle parole (Bob Dylan, Jimi Hendrix, John Lennon, Jim Morrison, Freddy Mercury, Amy Winehouse e nel nostro piccolo Fabrizio De André). Il confronto con loro e i “poeti laureati” come direbbe Montale, è impari. Alla poesia tradizionale restano solo parole al vento. Auguri per il tuo spazio anche se la vedo dura in una città come Milano. La tua idea funzionerebbe bene a San Francisco o anche a New York. L’Italia è un paese non sufficientemente disperato per ritrovarsi nella poesia.

Un appello per Pietrasanta
Caro Direttore,
leggendo e rileggendo le sue parole mi ritrovo nello stesso spirito che la porta a ricercare nella Versilia il giusto luogo dove ‘scrollarsi dai polmoni la polvere di Milano’. Conduco una vita simile alla sua. Lavoro a Milano dove faccio il primario ortopedico, in una nota struttura del centro; amo la chirurgia dell’anca e del ginocchio, ma l’usura biologica del mio lavoro mi impone la necessità di rifugiarmi nell’arte e proprio a Pietrasanta nei week end. Lei non lo ricorderà ma proprio li, la scorsa estate, ci siamo conosciuti nella mia galleria in via Garibaldi, la Futura Art Gallery, teatro di due personali, proprio di Giuseppe Veneziano e Robert Gligorov, gli artisti da lei citati per il comune amico Egidio Giorgi. Perchè ho sentito la necessita di aprire una galleria in un periodo storico oggettivamente improbabile? Per lo stesso incondizionato amore per l’arte, per incontrare gli amici, ma senza mai perdere di vista l’obiettivo di voler fare le cose bene. Ho imparato che anche nell’arte sono necessari step rigorosi, quasi scientifici, come nel mio lavoro. L’improvvisazione non ti consacra a titolo di gallerista, men che meno il solo riempire di opere un garage lo può fare. Il mio sogno? Cercare di smuovere Pietrasanta dal suo peccato originale che la porta ad essere autoreferenziale. Il direttore della mia galleria, Claudio Francesconi, dice ‘sembra sempre che quello che succede fuori non si veda a Pietrasanta e quello che accade a Pietrasanta, fuor da qui, non lo sa nessuno’. Ha ragione…. Io vorrei rompere questa barriera con un programma ambiziosissimo per la fine di questo 2018 e per l’anno a venire, in una piccola galleria che ha l’ardire di presentare una scaletta quasi museale, con molte opere esposte, provenienti da collezioni private e che neppure saranno in vendita.
La nostra regista sarà la professoressa Vittoria Coen… e quindi ci portiamo un po' di Milano: i cinetici (Toni Costa, Dadamaino, Davide Boriani, Gianni Colombo, Armando Marrocco, Franco Grignani). Una personale di Giorgio Griffa. Una collettiva tutta sull’acciaio. Fausto Melotti con Angelo Bozzola. Una personale del francese Philippe Delenseigne. Una personale del ritrovato Angelo Bozzola del MAC. Caro Direttore, venga ancora a scrollare le nebbie Milanesi dai polmoni a Pietrasanta, ma non dimentichiamoci di portare nella ‘piccola Atene toscana’, il sapore di quella Milano, che oggi è il nostro inevitabile motore italiano. Ci aiuti a far dialogare la Pietrasanta, che tutti amiamo, con il resto del mondo. Augusto Palermo.

La Versilia, roccaforte del cattivo gusto
Caro amico Palermo,
io amo profondamente Pietrasanta e quando riesco a venire in Versilia (sempre meno) non mi faccio mancare una visita a questa splendida cittadina. E una cena a Il Posto dell’ottimo Simone che conosce i miei gusti spartanii: da lui sempre e solo spinaci e una sogliola. Purtroppo non amo l’atmosfera culturale di Pietrasanta. Credo che sia così bella che non abbia bisogno di essere contaminata dall’arte contemporanea. L’arte contemporanea non si addice alle nostre bellissime città storiche che giustamente da essa si sentono deturpate (Firenze, Siena, Pisa, Perugia, ecc.). E Pietrasanta è deturpata dalle mostre pubbliche (come quasi sempre in tutto il nostro Bel Paese), dettate da una programmazione politica che fa inorridire. Una piazza così bella va lasciata libera allo sguardo e non invasa da bancarelle e mostri d'arte. Bastano i bar un po’ stipati che però ti permettono di godere di tanta bellezza. Il programma della sua galleria, anche se un po’ confuso è buono per Pietrasanta ma andrebbe ripulito. E visto che lei non pensa di arricchirsi con l’arte (spero sia ricco di suo) e Pietrasanta non è la location ideale, cerchi di fare un po’ di ordine. Purtroppo vedo la Versilia (in primis Forte dei Marmi), roccaforte del cattivo gusto in generale e artistico n particolare, in mano a politici che vogliono occuparsi di arte e che combinano solo degli sfracelli. Facendo “rabbrividire" il marmo per il cattivo uso che ne fanno certi “artisti”. Il marmo è un materiale sacro e nell’arte va dosato con sapienza e cautela. Meglio un buon bidè (o bidet) di tante brutte sculture che infestano la Versilia. Se tornasse Michelangelo, per prendere le distanze dal cattivo uso del marmo, userebbe la plastica, come ha fatto il grande Pistoletto a Firenze. Per rincorrere l’eternità gli artisti usino il cervello e il cuore ma non il marmo.


 Flash Art Italia
Via Carlo Farini 68, 
20159, Milano 
+39 02 688 7341

mercoledì 21 novembre 2018

Storie d'Acqua - Storia del luogo - Le opere “resuscitate” al MEAAC, Museo Campagna

Storie d'Acqua - Storia del luogo 


Il terremoto del 23 novembre 1980, nel suo 38° anniversario, che colpì a morte anche la nostra città, ci piace ricordarlo così. Quanti bei nomi,dai più umili dei cittadini dei vari quartieri, a un folto gruppo di intellettuali e di artisti venuti da ogni parte d'Italia...che si rimboccarono le maniche per ricostruire attraverso l'arte e la cultura la Città/Territorio di Campagna, la Civitas che fu anche di Giordano Bruno (dove celebrò la prima messa nella Chiesa di San Bartolomeo), di Caramuel (che innalzò la Cattedrale di Santa Maria della Pace nel 1600, su due antiche Chiese ubicate sul fiume Tenza, in piena peste che decimò non poco la popolazione), Giulio Cesare Capaccio (il primo storico-archeologo che iniziò gli scavi a Paestum nel 600), Melchiorre Guerriero (un pezzo da novanta nella Curia Vescovile romana), Giulo Romano (che la ridisegnò urbanisticamente tra il 1518 e il 1520), e tanti altri: 


Le opere “resuscitate” al MEAAC, Museo Campagna (Museo di Etno-Antropologia e d'Arte Contemporanea-Centro Arte Giordano Bruno, dal 1982-85), “sopravvissute” a diverse “intemperie”, al degrado, all'ignoranza, alla burocrazia, ai furti, e al trasferimento (forzoso) all'ultimo piano dell'ex Convento dei Frati Domenicani -

Da sinistra a destra: Patrizia Marchi (1985), Giovannastella Lanocita (1985),
Angelo Riviello (1986/87), Donato Vitiello (1985)
Dopo 24 anni, finalmente all’ultimo piano del Luogo della Memoria (Museo di Etno-Antropologia e d’Arte Contemporanea-Luogo della Memoria dei cittadini ospitanti: un Museo Vivo) iniziano a uscire dall’ombra e dalla polvere dei depositi, gli oggetti d’uso quotidiano, attrezzi di lavoro dei cittadini artigiani di Campagna e dintorni, e le opere degli artisti realizzate durante i residences nei laboratori site specific, nell’ambito della “Rassegna dell’Acqua –‘A Chiena”, dal 1985 al 1994. Insieme agli oggetti e alle opere, si stanno coordinando anche alcuni docu-video e una registrazione audio, realizzati negli anni 80.
N.B. Si spera che la bozza di allestimento in atto, a cura di Angelo Riviello (per quanto riguarda l'ordine cronologico delle opere realizzate nei laboratori, ai tempi in qualità di coordinatore artistico responsabile, dal 1985 al 1994) e Mario Velella (per l'allestimento tecnico delle opere), con la collaborazione determinante di Giacomina Velella, Vito D'Agostino e Adriana Maggio, coordinato dall’Associazione Giordano Bruno, con l'aiuto degli allievi del Liceo Linguistico Pedagogico "T. Confalonieri" (progetto "Alternanza-Scuola-Lavoro") quanto prima possa trasformarsi in una mostra-evento aperta al pubblico. Al momento è solo un modo per rifare un inventario, spolverare e far respirare oggetti e opere, restaurare quelle danneggiate, e misurare lo spazio di quell’ultimo piano dell’ex Convento dei Frati Domenicani, che è rimasto a disposizione del Museo “Padre”, cioè quello storico, originale, che contiene la storia di tutte le storie: mondo contadino e artigianale; i cittadini ebrei ospiti internati; la memoria dei cittadini campagnesi ospitanti; l’asilo nido degli anni 60; la presenza di Giordano Bruno; l’Arte Contemporanea; l’Acqua elemento universale, un museo che nel presente guarda al passato e ridisegna un futuro).
In queste foto, potete ammirare alcune opere di quegli anni, iniziando dal 1985 e un particolare della Sala dedicata a Giordano Bruno (il 1985, l’anno storico iniziale del recupero e salvaguardia della "Chiena" in disuso, con destinazione diversa, da un'idea progettuale individuale e sperimentale del 1982, alla messa a fuoco collettiva del "Progetto Chiena" 85, in progress, con centinaia di adesioni nel tempo di artisti di ogni parte d'Italia e del mondo), quando l’Arte guardando lontano, con umiltà, andò a recuperare un evento di cui, sia l’Amministrazione Comunale che una buona parte dei comuni cittadini si vergognavano, mentre quei "quattro giovani" che presero l’iniziativa venivano “derisi”). Un evento oggi, che richiama nel periodo tra luglio e agosto, migliaia di turisti.
































martedì 20 novembre 2018

Amarcord 22 - Incontri, Ricordi, Euforie, Melanconie

Amarcord 22

Incontri, Ricordi, Euforie, Melanconie

di Giancarlo Politi
per intervenire, controbattere o esprimere una propria opinione scrivere a

Giancarlo Politi, Linea Umbra. Antologia di poesia contemporanea, Beniamino Carucci Editore, Roma 1961
Linea Umbra
Prima di abbandonare la poesia, per dedicarmi solo all’arte, ho avuto il tempo e la presunzione di pubblicare due antologie di poesia, che all’epoca furono ritenute interessanti. Poesia Umbra Contemporanea, di cui non ho più nemmeno una copia (e che cerco disperatamente: chi ne avesse notizia si faccia vivo) e soprattutto Linea Umbra, che ebbe un insperato successo tra gli addetti ai lavori.

Il mio interesse per la poesia fu molto precoce. E' molto strano perché a casa mia non esistevano libri, forse nemmeno Pinocchio e io sino alla seconda o terza elementare non sapevo cosa fosse la poesia. Ma ero divorato dal desiderio di leggere e dalle curiosità.
La mia cultura di bambino confinato nella campagna umbra dipendeva dal mio barbiere, Pippetto, presso il quale, oltre a ritirare per Natale piccoli calendari lussuriosi e profumati, guardavo Il Corriere dei Piccoli e mio padre La Domenica del Corriere (forse le uniche pubblicazioni che riceveva); insieme a Sogno e Grand’Hotel, di cui un po’ più tardi, divoravo i fotoromanzi e le storie d’amore di vita vissuta dei lettori e a cui cercai invano di collaborare con alcuni racconti di amori infranti, mai accettati. Il negozio di Pippetto, con le sue sedie sgangherate mentre aspettavi il turno per i capelli, era la mia biblioteca, il Centro Culturale del paese, la mia prima università. Leggevo anche mentre mi rapava (la sua specialità) e anzi, speravo che il taglio non finisse mai perché volevo arrivare alla fine del giornale. Per me, che avevo appena incominciato a leggere, il Corriere dei Piccoli era un Vangelo. Leggevo e rileggevo il Corrierino (come lo chiamavamo) più volte durante la settimana, ma leggevo tutto, anche ciò che non capivo. Un romanzo appassionante a puntate mi coinvolse fortemente. Era la storia di un povero ragazzo, mi pare si chiamasse Franco, che attraverso la bicicletta cercava il riscatto dalla sua vita di miseria. Ricordo ancora l’emozione della sua corsa per la vita, che, vincendo, gli avrebbe permesso di ricevere in premio una vera bicicletta da corsa (correva con una normale bici di fortuna prestata mi pare dal prete): quando era in vista del traguardo credeva di essere il primo, ma scorse un ciclista davanti a sé, anche se lui credeva di essere stato in testa dall'inizio alla fine. E malgrado una volata emozionante, che mi accaparrò tutti i sensi e anche l'anima, non riuscì a raggiungere, per pochi metri, colui che lo precedeva, un signorino ben vestito e strafottente e con una vera bici da corsa, mentre la folla applaudiva lui, il povero ragazzo, chiamandolo Motorino, per la velocità con cui faceva girare le gambe e le ruote della bici. Ma Motorino non riuscì per pochi metri a raggiungere il rivale già portato in trionfo dai suoi amici. La delusione di Motorino e la mia furono crudeli. Io piansi a lungo per la sconfitta del mio eroe, quasi per una settimana. Ma nella puntata successiva ci fu una sorpresa: la giuria aveva scoperto che il ragazzo cattivo e ricco non aveva percorso tutto il tracciato della corsa, ma aiutato da amici compiacenti, ne aveva tagliato una parte. E con mia immensa gioia la vittoria fu assegnata al mio eroe Motorino. La storia forse alludeva vagamente a quella di Gino Bartali e alle sue origine poverissime ma all’epoca famoso ciclista, oppure al suo grande rivale, Fausto Coppi, che da giovanissimo, a Castellania, consegnava il pane in bicicletta percorrendo chilometri e chilometri a forte velocità.

Fonti del Clitunno

A otto anni scoprii la poesia
Sul Corriere dei Piccoli mi facevano sgranare gli occhi anche le famose avventure del signor Bonaventura, in cui alla fine di ogni storia, per una ragione o l’altra, arrivava un benefattore che lo gratificava con un milione di lire. Una cifra da capogiro. Ma fui preso anche dalle storie di Bibì e Bibò, oltre che da Arcibaldo e Petronilla. A quei tempi scoprii anche il grande Jacovitti, ma non ricordo bene se sul Corriere dei Piccoli o sulVittorioso, che ogni tanto mi passava per le mani. E poi c’era la Domenica del Corriere, che leggeva mio padre ma che io prontamente rilevavo per godermi le tavole di Walter Molino che in ogni numero, attraverso la copertina, ci raccontava la storia della settimana. Sempre storie gloriose o strappalacrime ma che io bevevo come acqua di fonte. A sei, sette anni, ero assetato di curiosità e di novità. In inverno, mentre nevicava, dalla finestra della mia modesta casa, guardavo i passerotti avvicinarsi alla finestra in cerca di cibo e talvolta (raramente) cadevano nella trappola che avevo preparato per loro sul davanzale della finestra (nei negozi allora erano molto in voga le trappole per uccelli e per topi). Mi destavano pena ma desideravo catturarli, mentre io ero al caldo e leggevo Il Corriere dei Piccoli. Un piacere incontenibile il mio, tra la pietà per i poveri uccellini e la crudeltà innata dei bambini di catturarli per poi cuocerli al focolare su uno spiedino. La pietà e il piacere insieme sono due sensazioni straordinarie.

Forse in seconda elementare (che io frequentai in ritardo, a otto anni a causa della guerra) scoprii la poesia. Cioè capii cosa era una poesia. Una sorta di preghiera con la rima. La nostra maestra, Nunziatina, fascista sino al midollo ma bravissima come nessun'altra, ci lesse Alle Fonti del Clitumno, di Giosuè Carducci, forse la poesia più famosa (e bella) delle Odi Barbare del nostro primo Premio Nobel per la Poesia. Il fiume Clitumno (oggi Clitunno) scorreva a cento metri dalla mia casa ed era il teatro di tutte le mie avventure adolescenziali. Dalla pesca dei gamberi ai primi tentativi di nuoto in un’acqua gelida da cui forse sono nati i miei reumatismi. Le Fonti del Clitunno, allora oasi di bellezza incontaminata erano a due passi da casa mia e per questo forse la maestra ci lesse la poesia che il Carducci scrisse durante una permanenza a Spoleto (in vicinanza dalle Fonti) come commissario d’esame.

Salve, Umbria verde, e tu del puro fonte
nume Clitumno! Sento in cuor l’antica
patria e aleggiarmi su l’accesa fronte
gl’itali iddii.

Cari amici, voi non ci crederete ma a me, ascoltando quei versi, mi entrò una luce nel cuore. Niente a che vedere con il noioso Pater Noster che tutte le mattine ero costretto a recitare in chiesa con don Gino. La vera poesia era questa, non quella preghiera. 

e corri, corri, corri! con la scure
corri e co’ dardi, con la clava e l’asta!
corri! minaccia gl’itali penati
Ànnibal diro. 

A quel richiamo mi sentii un antico umbro, pronto a lasciare l’aratro e correre per gettare l’olio bollente su Annibale sotto le mura di Spoleto. Inutile dire che il giorno dopo avevo scritto una poesia sul Clitunno, dagli echi eroici e ovvi richiami carducciani. Di cui sino a qualche anno fa ricordavo ancora alcuni versi ma che ora ho dimenticato. Beata selettività della senescenza che ti porta a dimenticare ciò che non devi ricordare!

Helena Kontova alle Fonti del Clitunno, 1980.

La maestra Nunziatina mi aveva inseminato di poesia

Ma con quei versi e la lettura declamatoria della nostra maestra Nunziatina, era avvenuta in me l’inseminazione della poesia. E iniziai a scribacchiare poesie in rima baciata o alternata (avevo imparato anche questo) in endecasillabi un po’ stiracchiati. Non molto dopo scoprii Giacomo Leopardi di cui andavo a recitare, urlando, talvolta sotto la pioggia scrosciante, l’Infinito, su un cocuzzolo a strapiombo su una cava di pietra accanto alla mia casa. Un giorno mio padre mi pregò di smettere, perché un suo collega di lavoro gli aveva chiesto se Giancarlo non fosse diventato pazzo: mi aveva visto in cima ad una cava, da solo, a gridare parole incomprensibili al vento.
Da quel giorno le mie declamazioni dell’Infinito leopardiano furono più pacate e intime, senza urla e gesticolazioni teatrali. Ma intanto la mia conoscenza della poesia cresceva. Grazie ai libriccini super economici della BUR, che arrivavano anche a Foligno, scoprii Baudelaire, Rimbaud, Verlaine. E poi subito dopo, ma già avevo 15-16 anni, Ezra Pound, il meraviglioso pazzo, il Dante Alighieri dei nostri tempi, che ha rivoluzionato la poesia contemporanea. Lui e Thomas S. Eliot sono stati i miei due grandi riferimenti. Ma contemporaneamente non avevo trascurato i poeti italiani: il grande Ungaretti, il mitico Montale e Quasimodo, Saba, il crepuscolare Corazzini che mi affascinava particolarmente (e credo che abbia anche imitato nel mio poetare giovanile), insieme al suo maestro Guido Gozzano….
A scuola? Così, così. Durante le lezioni sottobanco, insieme alla merenda, tenevo un libro di poesie che ogni tanto sbirciavo, facendo finta di ascoltare l'insegnante. Ma quella mia curiosità diventò quasi morbosa e cominciai a leggere tutto ciò che potevo. Alla Biblioteca Comunale di Foligno, quando spesso marinavo la scuola, leggevo tutti i poeti possibili, italiani e stranieri. Compresi i grandi poeti greci. E passo dopo passo incominciai a diventare un piccolo esperto. Della poesia italiana contemporanea conoscevo quasi tutto ciò che veniva pubblicato. Divoravo ovviamente i Poeti dello Specchio di Mondadori, la collana più prestigiosa ma iniziai a scoprire anche gli editori e autori minori, sino a diventare un vero conoscitore della Poesia Italiana Contemporanea. Al punto che, nel maggio del 1956, scrissi una cartolina a Mike Bongiorno per partecipare alla sua popolare trasmissione Lascia o Raddoppia. Una semplice cartolina scritta anche maldestramente. Più per gioco e per vantarmi con i miei amici che per reale convinzione di poter partecipare. Invece, pochi giorni dopo mi arrivò un telegramma da Mike Bongiorno che mi invitava a Milano, per una sorta di esame di ammissione. Ho già raccontato più volte che nella sala di attesa per gli esami incontrai John Cage, Filiberto Menna e Sergio Dangelo; il primo si presentava come esperto di funghi e il secondo come esperto dell’Impressionismo. Dangelo mi pare sul Jazz. Tra gli esaminatori c’era Umberto Eco, che si congratulò con me, abbracciandomi, per l’ottima conoscenza che dimostrai della poesia italiana. Un giovane dimesso, con vestiti inadeguati che arriva dalla lontana campagna umbra, fa sempre tenerezza. E poteva essere una attrazione per il pubblico. Dopo questa esperienza emozionante me ne tornai in Umbria, in attesa di essere chiamato. Ma trascorrevano le settimane e non seppi più nulla. Al punto che quasi dimenticai la vicenda e nell’agosto del 1956, andai qualche giorno al mare a Ostia con i miei cugini. Mio zio Matteo, fervente militante comunista (doveva vendere ogni domenica 20 copie dell’Unità: e se non riusciva, doveva comprarsele lui. Tempi di fede e dedizione eroiche), in spiaggia leggeva Paese Sera, quotidiano non ufficiale del PCI (ottima testata che nei tempi migliori arrivò a pubblicare anche sei edizioni giornaliere, praticamente una ogni due ore: per me è ancora un mistero ma anche un miracolo dell’informazione di allora). Un giorno, tra un bagno e l’altro, nella pagina della cultura che guardavo avidamente, lessi i nomi dei concorrenti di Lascia o Raddoppia della settimana successiva. E leggendo il mio nome, caddi quasi svenuto sulla sabbia bollente, perché molto ferrosa. Mi precipitai a casa, a Trevi, dove nel frattempo era arrivato il telegramma di chiamata. Nuovamente a Milano, sempre affacciato al finestrino per non perdermi alcun dettaglio del paesaggio, incominciai a partecipare, con buon successo a Lascia o Raddoppia.

Giancarlo Politi in partenza per Milano, mentre stringe la mano a Claudio Verna, con accanto i suoi genitori

Lascia o Raddoppia mi aveva reso famoso
Giovanissimo assaporo i primi risvolti della celebrità. Da Upim un giorno entro per comperare qualcosa o solo per vedere come era fatto un grande magazzino e vengo assalito dalle commesse che mi chiedono l’autografo e qualcuna si avvicina troppo a me, intimidendomi, al punto che io scappai come un fuggiasco. Senza acquistare nulla e senza rilasciare alcun autografo, che allora non sapevo nemmeno cosa fosse. In trasmissione me la cavavo egregiamente ed ero diventato in poco tempo un piccolo personaggio televisivo. Al punto che l’Osservatore Romano mi dedicò un grande articolo in prima pagina ma anche il Corriere della Sera e soprattutto Il Corriere di Informazione, che mi seguiva ovunque, per carpirmi non so quale segreto, dove abitavo, quali ristoranti frequentavo e dove avevo comperato una oscena giacca con cui mi presentavo in TV. Da muratore scrisse un giornalista (e io che ne andavo così orgoglioso!). Non voglio ripetermi, perché ho già parlato di questa esperienza. Ma la mia giovane età, la provenienza proletaria, la mia ottima conoscenza della poesia contemporanea, mi resero popolare presso i poeti famosi e sconosciuti. Conobbi qui a Milano Eugenio Montale e Salvatore Quasimodo, che mi guardavano trattandomi come un animale dello zoo. Però erano gentili. Dopo aver letto una mia poesia in TV, per gentile concessione di Mike Bongiorno (Per chi sei morto o Signore) ho ricevuto migliaia di richieste della stessa da parte di malati negli ospedali che avevano assistito alla trasmissione. Ma anche un telegramma da parte di un Mondadori (Alberto? Bruno?), che mi invitava a spedirgli le poesie per una immediata pubblicazione nella collana mitica de Lo Specchio. Per fortuna che avevo già abbastanza autocritica e non risposi nemmeno. In questi giorni, grazie all'amico Claudio Verna, che ha conservato il mio libro Linea Umbra e alcune mie poesie di quegli anni che abbiamo trascorso insieme a Foligno, ho riletto quella famosa poesia che aveva avuto tanto successo. Ebbene, mi sono vergognato. Al punto che in vista di una eventuale pubblicazione di una breve raccolta (spero non postuma) di alcune poesie giovanili, l’ho subito eliminata dalla selezione. A rileggere alcune cose (per fortuna non tutte) che ho scritto a quell’età, mi vergogno della mia supponenza. Ma anche di chi mi prendeva sul serio.

Giancarlo Politi in pausa, a Trevi con amici, tra una puntata e l'altra di Lascia o Raddoppia
Ma per tornare a quell’età e dopo Lascia o Raddoppia, inizia la mia vita normale, di un giovane che stava diventando adulto. Decido subito di pubblicare una antologia della Poesia Umbra Contemporanea, includendo un certo numero di poeti umbri e dopo che uno di questi si era offerto di pagare i costi di stampa del libro. Sull’onda di questo successo (per lo meno regionale e tra i miei amici) cerco di volare più alto. Allora cosa invento? La Linea Umbra, ipotizzando una linea della poesia italiana che partendo da Francesco di Assisi e Jacopone da Todi arrivava sino a noi. Ma la mia fantasia andò oltre.
Ero un Indiana Jones ante litteram
Dopo aver studiato la primissima espressione di italiano volgare, cioè la Carta di Capua del 960 (Sao ko kelle terre, ecc.), nei sotterranei della chiesa di Bovara che frequentavo, insieme a decine di scheletri di monaci (pare) trovo alcuni manoscritti, per lo più contratti notarili. Ne scopro alcuni anteriori al 960. Eureka, grido. Ecco dove nasce la la lingua italiana. In realtà si trattava di un latino maccheronico che nulla aveva a che vedere né con il latino né con un possibile volgare italiano. Ma tant’è. Per me era una scoperta epica. Anche se un po’ subdola. La Linea Umbra, partendo dagli antichi umbri e passando attraverso gli etruschi, poteva rappresentare la linea utopica da cui nacque la lingua e la poesia italiana, attraverso San Francesco e Jacopone, che nacquero alcuni anni prima di Dante Alighieri e del Dolce Stil Novo. La mia supponenza mi porta ad individuare anche una Linea Umbra nella poesia italiana contemporanea, attraverso il perugino Sandro Penna, per proseguire con l’etrusco Vincenzo Cardarelli, il marchigiano Luigi Bartolini (grande poeta sconosciuto) e il fiorentino Mario Luzi. Era un gioco a cui credetti fermamente e sinceramente. Mi ero immedesimato nel ruolo del filologo che scopre inediti straordinari. Un Indiana Jones ante litteram. Il libro esce con un coraggioso editore di Roma, Beniamino Carucci, di cui ho parlato a proposito di Pier Paolo Pasolini. Fu infatti a casa sua, in occasione di una presentazione ad alcuni amici del libro fresco di stampa, che incontrai Pier Paolo Pasolini, che, malgrado la sua distanza, dimostrò di apprezzare il libro (lui, con le suePoesie a Casarsa, apprezzava il regionalismo letterario). Forse perché avevo l’aria di un proletario. Il libro fu presentato anche in una delle famose cene di Flora Volpini, nota scrittrice e anfitrione abilissimo, chiamate Incontro Con l’Autore. Lei invitava a casa sua, in una cena a pagamento (quasi pari ai 50 Euro di oggi) circa 300 persone, tra scrittori, intellettuali, nobilastri, prelati, palazzinari, presentando un libro con l’autore presente. Ogni intervenuto, dopo cena, riceveva una copia firmata del libro (che la Flora Volpini si faceva regalare dall’Editore; ed era una gara fra editori a poter partecipare agli Incontri con l’Autore, considerata una manifestazione culturale di grande richiamo e visibilità). Alle serate, compresa quella dedicata a me, partecipava sempre Giulio Andreotti, di cui Flora Volpini era molto amica (e pare che attraverso Andreotti lei percepisse laute assegnazione per meriti culturali). Linea Umbra, ideato da questo giovane Indiana Jones di Trevi, ebbe il suo bell'eco tra gli addetti ai lavori. Ma un giorno, con una sorpresa che mi fece cadere dalle nuvole, perché totalmente inaspettato, vedo un articolo sulla intera terza pagina de Il Tempo, allora quotidiano autorevole di Roma, a firma, nientepopodiomenoche, di Enrico Falqui, il profeta e il guru della giovane poesia italiana. Un articolo molto positivo che apprezzava la mia idea e il mio coraggio. Io non camminavo per terra, ma aleggiavo a un metro di altezza. A seguito di questo articolo fui invitato a presentare il libro in una popolare trasmissione televisiva, Uomini e Libri, di Luigi Silori. Insomma, la mia idea di Linea Umbra stava decollando. Anche se poi, dopo alcuni anni, come tutte le cose, si arenò. Perché io avevo deciso sì, di continuare con la poesia, ma in modo privato e occuparmi invece professionalmente di arte, che nel frattempo stavo coltivando. Le mie poesie (per fortuna) restarono nel cassetto e dimenticate. Mentre iniziò la mia cinquantennale avventura nell’arte. Di cui riprenderemo a parlare nella prossima puntata. 
PS. Credo che questi miei Amarcord siano un po’ troppo lunghi e magari potrebbero annoiare. Dal prossimo numero vi prometto scritti più brevi e veloci. Ma purtroppo sempre un po’ autobiografici. Perché i miei Amarcord sono squarci di vita vissuta. Anche se a volte sembrano un romanzo d’appendice.
Contributi
Giovanna Pecci: non appartengo a un'eminente famiglia ebraica
Gentile Giancarlo,
leggo sempre con grande diletto i suoi Amarcord.
Sono Giovanna Pecci, il Museo Pecci è dedicato a mio padre.
Le scrivo per alcune precisazioni in merito all’Amarcord 21 che ricorda la nascita del Museo.
Non sapevo di appartenere ad una eminente famiglia ebraica, le posso assicurare che così non è e non mi spiego da dove provenga questa informazione. Non sapevo neppure che l’idea iniziale fosse dell’amato e stimato Amnon Barzel a cui tanto deve il Museo. Ero una ragazza molto giovane allora, e pur presente in alcune fasi della ideazione e realizzazione del Museo, ho dimenticato tanti episodi ed alcune circostanze; per questo sono felice di aver letto proprio in questi giorni il libro di recentissima pubblicazione della Dott Maria Teresa Bettarinii “Il Centro Pecci- Costruire un’idea” Gli Ori, Pistoia, che ripercorre in modo preciso e puntuale tutta la vera storia vista dalla persona incaricata dal Comune di Prato di seguirne ogni aspetto. La invito caldamente alla lettura, è scritto in modo molto piacevole.
Mi preme soltanto mettere fine ad una polemica che ricordo di avere sentito anche io in passato, citando proprio dal suddetto libro la testimonianza di chi era presente alla seduta del Consiglio Comunale del 18 marzo 1982 in cui si dibatteva sulla donazione del Cavaliere Enrico Pecci, mio nonno:
“ Gli interventi del Sindaco Landini e del Vicesindaco Magnolfi avevano assicurato che non c’era alcun “risvolto”: erano rispettati i vincoli previsti dal piano regolatore, il progetto aveva avuto il parere positivo di tutta la commissione edilizia, e Pecci avrebbe potuto costruire gli edifici anche senza la donazione.” pag. 30. Il 22 novembre alle 18 il libro sarà presentato al Centro Pecci, spero di incontrarla.
Cordiali saluti, Giovanna Pecci.

E se invece io e lei fossimo di origine ebraica? Chi lo sa?
Cara Giovanna, purtroppo il giorno 22 sarò a Roma, al Maxxi, dunque non potrò essere a Prato. Spero mi racconterà lei stessa la serata. La politica, a posteriori, come la storia, tende ad indorare i propri misfatti. Ma le assicuro che suo nonno Enrico non regalò nulla. I benefici delle concessioni che ottenne superarono di gran lunga i costi del Museo (almeno questi furono i calcoli del tempo: anche dello stesso Barzel. E credo ci furono pure delle polemiche sui media). Comunque non toglie nulla ai meriti di suo nonno. Tanto di cappello. Io conobbi Enrico Pecci, me lo presentò Barzel, e fui testimone del suo forte impegno in prima persona per la realizzazione del Pecci. Tutti i grandi musei americani (e molti nel mondo), sono nati da benefit da parte del paese nei confronti dei mecenati. Non conosco mecenati che abbiano realizzato qualcosa in cambio del nulla. E senza mecenati arricchitisi ulteriormente con le donazioni, il mondo sarebbe un deserto.
Lei non appartiene ad una eminente famiglia ebraica? Le credo, anche se mi sembra strano. Suo nonno Enrico era circondato dalle autorevoli famiglie ebraiche di Firenze e forse Prato. Sono loro che hanno convinto suo nonno. Non vorrei sbagliare, ma sia Barzel che Dani Karavan mi parlarono di Enrico Pecci come di un esponente dell’ebraismo locale. Molti amici israeliani sostengono che il mio nome sia assolutamente di origine ebraica. Tutto può essere, ma i miei trisavoli, tra cui pare anche un prete, nonni e babbo, hanno sgobbato quasi come schiavi. E io non mi ritrovo la intelligenza lucida e talvolta luciferina (detto con molta simpatia) della tradizione ebraica. E negli affari sono un fallimento. E questo non fa parte della tradizione ebraica. Ma forse anche sì. Dunque perché non di origine ebraica, senza saperlo, la sua e mia famiglia, anche se agli antipodi?

Loredana Parmesani
Caro Giancarlo,
Amnon Barzel è stato un grande. Grande nel pensare un museo e realizzarlo, grande nella sua visione critica e grande anche come persona. Lo ricordo con affetto e stima e, devo dire, mi manca. Mi manca il suo entusiasmo e la sua forza, la volontà e la caparbietà. Mi piacerebbe tanto rivederlo. Tu sai come poterlo contattare? Un abbraccio e grazie. Penso ci vedremo presto. Loredana


Amnon Barzel, svanito nel nulla?
Loredana, di Amnon Barzel si sono perse le tracce. Il mio “ corrispondente” da Israele, l’incomparabile Nicola Trezzi, che vive a Tel Aviv, mi diceva che Amnon in questo momento dovrebbe essere a Parigi. Ma non sappiamo di più. Speravo che con il mio Amarcord in qualche modo si sarebbe fatto vivo. Invece nulla.


Franco Giuli
Caro Giancarlo,
ottima e originale la tua Amarcord, si legge con molta curiosità e interesse tornando a volte a ritroso in ricordi lontani, sfumati dal tempo.
Ricordo con molto piacere quando nella prima metà degli anni 60 da Fabriano passavo da te a Trevi per farti vedere il mio lavoro che poi hai scritto nel 1966 un bel testo per la mia personale alla galleria Fanesi di Ancona. Alcune volte passavo a Trevi per recarci poi a Roma. Una volta abbiamo dormito in un piccolo albergo che da via Nazionale porta al Quirinale. Ricordo anche i giorni che ci vedevamo (anche con un pranzetto preparato a casa da Vittoria) quando hai curato la più bella mostra che il Premio Salvi a Sassoferrato abbia realizzato. Purtroppo certi periodi, i ricordi e le amicizie si perdono nel tempo macinate dal feroce ritmo della vita di tutti i giorni. Con un abbraccio. Franco Giuli

L’emarginazione in arte? Vivere in periferia
Caro Franco, ricordo la incomparabile pensione vicino al Quirinale. Era il mio riferimento romano, prima di avere un appartamento. Comoda ed economica, malgrado la bellissima location. E anche alcuni piacevoli viaggi a Roma insieme ricordo. Il Premio Sassoferrato? Ne avrei fatto un gioiellino, una perla nel grossolano panorama artistico italiano. Ma Padre Stefano, e lo capisco, voleva gestire per sé il piccolo giocattolo che aveva creato. E preferiva accontentare i suoi amici marchigiani e non, anzi ché lasciare spazio ai più promettenti artisti italiani del tempo. Felici di poter esporre a Sassoferrato. Come lo furono Marotta e Schifano. Ma che avrebbero messo in ombra il santo frate ideatore del premio.
A te invece complimenti per il tuo lavoro e per la costanza di portarlo avanti, malgrado le difficoltà che hai incontrato vivendo a Fabriano. Una buona galleria, in questo momento di riscoperta degli anni ’60, farebbe la sua fortuna se si occupasse del tuo lavoro. Ma l’emarginazione in arte esiste e come. E’ il vivere in periferia. Dove però avete l’aria buona e una alimentazione sana. E’ già molto, credimi, se penso alla vita di molti artisti sofferenti che vivono a Milano o Roma.

Roberto BolzoniCaro Politi,
Ho letto con molto, molto piacere la Sue parole sul grande E. Pound che ho anche, con altrettanto piacere segnalato alla figlia, altrettanto grande traduttrice ed ottima poetessa, Mary De Rachewiltz. Avendo poi io lavorato a lungo per l'Usis di Roma, mi hanno inorgoglito le Sue parole su un'istituzione il cui ruolo è spesso denigrato a covo di spie... bravo, continui a deliziarci con i Suoi ricordi. Roberto Bolzoni

Pound? Il Dante Alighieri del nostro tempo
Ho conosciuto Ezra Pound, il più grande poeta del secolo scorso, a Spoleto, nel 1964 in occasione della presentazione del suo melodramma Le Testament, su parole di Villon, al Festival dei due Mondi. Parlai a lungo con il grande poeta, ma era già un vecchietto che non aveva più nulla dell’arrogante e impavido giovane fascista che incontrò Mussolini per illustrargli la sua via all’economia perfetta: cioè di non far pagare le tasse agli italiani. E che Mussolini non ascoltò. Ma io non sono in grado di giudicare se la sua teoria di tassare il denaro nel momento della sua emissione sia attendibile o no. Certo però che è affascinante. Niente tasse per tutti e nessuna evasione. Chi non lo vorrebbe. Parliamone a Di Maio e Salvini. E magari anche al ministro Savona. Ma per la sua partecipazione (di Pound) a Radio Londra in cui esortava i militari angloamericani a disertare, nel dopoguerra fu rinchiuso in una gabbia a Pisa e poi internato per tredici anni in un manicomio criminale negli Usa. Chi, dopo tale esperienza non sarebbe impazzito? Invece lui tranquillo. in Piazza del Duomo a Spoleto, mi parlava ancora di poesia. Poco della sua e molto di quella del suo amico e collega Thomas S. Eliot, affermando che La terra desolata (The Waste Land) era la più bella opera del ‘900. Mentre noi sappiamo che i suoi Cantos, da molti sono considerati La Divina Commedia del nostro tempo.

Stefano Pasquini
Grazie Giancarlo per questo Amarcord sul Pecci, di cui non conoscevo le origini per motivi generazionali. Mi pare però che tu abbia dimenticato di menzionare Fabio Cavallucci, che, con tutti i suoi difetti, ha comunque portato 65mila persone a visitare la prima mostra dopo la riapertura: "La fine del mondo". Questi numeri mi sono parsi straordinari, in un momento in cui l'arte contemporanea sembra non interessare più nemmeno gli addetti ai lavori. Grazie ancora per le tue preziose memorie.
Stefano

Oggi più curatori che artisti
Fabio Cavallucci ha fatto un lavoro egregio. Ma come tutti i curatori di oggi, ci ha imposto una sua idea, in questo caso apocalittica, dell’arte. Io avrei preferito vedere tanti bravi artisti di oggi, di cui stiamo perdendo le tracce. A causa proprio dei curatori d’assalto, ormai più numerosi degli artisti. E per vedere qualche bravo artista, dobbiamo andare nelle gallerie private. Ma soprattutto alle Fiere d’arte, in particolare alla Fiera di Basilea, dove lì, veramente incontriamo tutti, bravi e no e possiamo scegliere. E non vederci sempre imposte le cervellotiche scelte altrui. Come nelle Biennali di Venezia, Documenta o Manifesta. E spesso anche nei musei.

Antonio Carbone
Caro Giancarlo ,
Anche questi ultimi Amarcord sono interessanti, istruttivi e trasudano tutta la tua passione e competenza dell'arte contemporanea .Offrono una visione autentica e soprattutto completa della storia artistica di questi decenni. Non solo quella patinata ed ufficiale. Ciò ovviamente vale ,almeno, per quelle storie e situazioni che ti hanno visto attivamente presente. Giustamente manca il "sentito dire" che spesso distorce la verità. Ma soprattutto apprezzo il linguaggio chiaro, esplicito, colto ma comprensibile. E su questo aspetto, come lettore assiduo di Flash Art, vogli porti la domanda: perché alcuni articoli della tua prestigiosa rivista non sempre rispecchiano questo stile??? A mio modestissimo avviso ne guadagnerebbe in efficacia, la comunicazione artistica. A beneficio di tutti. In attesa del prossimo, cordiali saluti.
Antonio Carbone

Il critichese imperversa ancora
Caro Antonio,
Flash Art nacque per proporre una informazione chiara a tutti sull’arte. Ma fui subito tacciato, dai critici paludati, che esistono ancora, di semplicismo. Così il critichese ebbe il sopravvento anche in Flash Art perché non trovavo nessuno che sapesse (o volesse) scrivere (a parte Piero Gilardi) in modo chiaro e comprensibile. Alcuni, i più intelligenti, mi dicevano: se togli i veli all’arte cade tutta l’impalcatura. Ho preferito non far cadere l’impalcatura.

Manuela Bedeschi
Gentile sig. Politi, ricevo con grande godimento i suoi Amarcord su un indirizzo in estinzione, potrebbe cortesemente prendere nota di questo nuovo? 
manuelabedeschi@bedeschimanuela.com 
Aggiungo i miei personali complimenti ai tanti che riceve sperando che dia seguito in futuro alla raccolta di tutto il materiale in un volume che sarebbe molto bello rileggere. È veramente interessante vivere con i suoi puntuali ricordi tanti incontri che diventano anche nostri grazie al suo raccontare che ha la rara qualità della chiarezza. Cordialità, Manuela Bedeschi

Gaia Dellera Ferrario
Gent.mo Giancarlo,
sono una sua appassionata lettrice, amante, nonchè talvolta praticante, dell'arte.
Sono giorni che rifletto su quanto sia opportuno inviarle questa richiesta e alla fine, in punta di piedi, mi permetto di farlo. Purtroppo ho smarrito, non so come, alcune puntate dei suoi 'amarcord' e mi chiedo se ci fosse modo di riceverli nuovamente. I numeri sono: 7; 9; 10; 12 Li colleziono con il gusto di avere qualcosa di unico da tramandare nel tempo, spero pertanto di non disturbarla eccessivamente con questa mia.
La ringrazio in ogni caso, per la generosità che esprime nel divulgare, senza tanti cerimoniali, queste "chicche" dal valore inestimabile
Cordiali saluti. Gaia Dallera Ferrario

Tutti gli Amarcord su www.flashartonline.it
Dico ancora a lei e a tutti. Tutti gli Amarcord si possono leggere su www.flashartonline.it

Bruno Ceccobelli
Caro Giancarlo, 
grazie dei tuoi ricordi e che mi fa piacere riceverli....
Saluti da Todi. Tuo conterreaneo Bruno Ceccobelli 
P.S. Pittore di campagna, di campagne e di compagni, 
pittore che campa e non si lagna!

Le mie partite di calcio a Todi
Caro Bruno, che invidia la tua tranquilla vita di pittore di campagna, a Todi, città bellissima anche se oggi forse un po’ rumorosa. Ma la tua bravura ha sempre superato monti, campagne e città. Peccato che il mondo dell’arte a volte è così distratto e superficiale. Ma io ti seguo come posso, ammirando (e invidiando) i tuoi baldi giovani sempre vicini ai tuoi progetti e in attesa che ti facciano diventare nonno.
Ho indimenticabili ricordi giovanili di Todi. E delle molteplici estati trascorse a Ponterio, vicino alla stazione, correndo sulle pietre levigate dei ruscelli circostanti e le interminabili partite di pallone nel campo di grano appena falciato. Partite che iniziavano all’alba e terminavano al tramonto. Sudate immani, ma felicità immensa.

Caterina Gualco
Belle anche queste tue comunicazioni estemporanee! Buona Versilia.
Caterina Gualco

Estemporaneo è contemporaneo
Caterina, si è sempre estemporanei, anche quando si pensa di non esserlo. E per me estemporaneo è sinonimo di contemporaneo.

Francesca Cursi e Dino Formaggio
Desideravo ringraziarla per i suoi Amarcord di cui ho ricevuto i seguenti numeri 12/13/14/15/16/17/18/19 manca/20 e desidererei sapere quali mi mancano in tutto. Uscirà un libro che potrei regalare agli amici che poco sanno dell'arte moderna e contemporanea. Quello che mi pare mancante riguarda l'arte del nord est o è prossimo il testo ? Io mi occupo di Arte del 900 da sempre e sono ormai di una certa età. Ero allieva del filosofo Dino Formaggio di cui l'Università statale di Milano ne farà a 10 anni dalla morte una serie di eventi.Il suo Amarcord mi ha spinto a scrivere il Mio Dino (Formaggio) in ricordo ed onore. Grazie con stima e simpatia. Francesca Cursi

Dino Formaggio e gli studi di estetica
Grazie per avermi ricordato il grande Dino Formaggio, di cui sono stato estimatore e lettore curioso. I suoi studi sull’estetica furono per me fondamentali. Se ha scritto qualcosa su di lui me lo mandi che lo leggerò volentieri.

Gianmaria Giorgi
Grazie a te Giancarlo! Sei sempre attento e raffinato. 
Gianmaria Giorgi


 Flash Art Italia
Via Carlo Farini 68, 
20159, Milano 
+39 02 688 7341

Visualizzazioni totali

Lettori fissi

Archivio blog

Informazioni personali