mercoledì 28 aprile 2021

COMUNICATI - Nasce “Serra d’artista” di Rosita Taurone - Progetto site-specific sulla Piana del Sele

 Qualcosa (di nuovo) si muove sul territorio...

Da Ortìcalab del 27/04/2021

COMUNICATI

Progetto site-specific sulla Piana del Sele, nasce “Serra d’artista” di Rosita Taurone




Da un anno e mezzo sto documentando, attraverso la fotografia, il paesaggio della Piana del Sele. La ricerca ha dato origine alla creazione di una “Serra d’artista”, un progetto site-specific che intende accogliere parte della mia personale produzione artistica inerente gli sviluppi delle ricognizioni sul campo della vasta area di Capaccio-PaestumGromola e Battipaglia. La serra è uno spazio destinato ad accogliere parte della raccolta di frammenti del territorio e dei suoi campi, con uno sguardo all’economia agraria, all’impatto antropico sull’ambiente, alle trasformazioni dei contesti abbandonati come effetto della lenta stratificazione dell’attività agraria e all’ibridazione delle aree urbane con le zone coltivate. Si tratta di una ricerca lenta, attenta ai cambiamenti del paesaggio e alle pratiche di coltura agricole inquinanti.



Durante le mie ricognizioni è emersa reiteratamente la figura spaziale della serra, che ho quindi designato come oggetto estetico di ricerca plastica per le sue caratteristiche di spazio artificiale e controllato. La serra è stata ideata come luogo di incubazione dove far crescere l’artista, in cui egli possa mettere al centro della propria pratica, uno spazio intimo di trasformazione. Essa, inoltre, vuole offrirsi come punto privilegiato di osservazione sul paesaggio della Piana del Sele.

La ricerca è probabilmente una peregrinazione intima, attraverso cui cerco di innescare un dialogo con il posto in cui vivo. Scorgendo sentieri boschivi, distese di prati e seguendo i percorsi fluviali, fino ad arrivare alle libere spiagge in cui il Sele trova sbocco, l’indagine ha seguito l’alternarsi delle stagioni, attraverso cui ho potuto registrare le trasformazioni dei campi, il rinnovamento delle colture, la varietà delle piantagioni, la lavorazione degli scarti o semplicemente il loro abbandono. Sono così emersi i mutamenti e le alterazioni del paesaggio.

L’esperienza delle numerose ricognizioni mi ha portata a maturare l’idea che la serra potesse costituire la metonimia, la giusta sintesi visiva, del paesaggio percorso. Infatti, l’intero territorio è segnato da una continuità di serre, che si iscrivono nell’ambiente. La serra incarna il corpo delle mie esperienze di attraversamento.



Vivaio e pandemia

A causa della crisi pandemica iniziata lo scorso anno, è venuto fuori un lavoro che si è avvalso della sinergia di alcuni produttori della Piana del Sele: ho sviluppato alcune delle immagini del mio progetto documentaristico sui campi coltivati attraverso un antico procedimento di stampa, l’antotipia, sfruttando la capacità fotosensibile di alcuni fiori per ricavarne delle emulsioni e stampare le mie foto. Per fare ciò ho pensato di recuperare la produzione di fiori e piante destinate al macero, che in quel periodo, a causa della pandemia, non hanno potuto raggiungere il mercato. Alcuni produttori florovivaisti della Piana del Sele hanno appoggiato la mia iniziativa, facendomi pervenire una parte simbolica di quei fiori a casa. Ho dunque trasformato i fiori in colorante per produrre un’opera pittorico-fotografica ecosostenibile. La portata dell’opera è concettuale, e mira alla restituzione di una traccia visibile, anche se effimera, di ciò che è andato perduto, a testimonianza di un’epoca tanto critica e sconvolgente.


Rosita Taurone

Rosita Taurone (1987, Salerno) è un’artista visiva multidisciplinare il cui lavoro attraversa una vasta gamma di media, tra cui la pittura, la fotografia e l'installazione. La sua ricerca, procedendo attraverso l’osservazione di forme organiche e la messa in atto di pratiche estetiche vegetali, sviluppa una riflessione approfondita sui fenomeni vitali di visibilità legati all’immagine e al suo processo di apparizione con delle preoccupazioni ecologiche e ambientali. Taurone, indaga la rappresentazione della vita nella moltitudine delle sue manifestazioni fisiche e mutevoli, e adopera le immagini come punto di partenza per esplorare le trasformazioni del paesaggio con l'intento di comprendere meglio il nostro rapporto vivente con la natura. Attualmente, svolge la sua ricerca nella Piana del Sele, dove è situato anche il suo studio d’artista, collocato in una ex casa colonica, un tempo abitata da mezzadri....

continua nel link: 


LA BIOGRAFIA DI ROSITA TAURONE

https://www.orticalab.it/sites/ortica/IMG/pdf/biografia_-_presentazione_-_rosita_taurone.pdf



sabato 10 aprile 2021

Nino Aiello

 Ricordando Nino Aiello a 14 anni dalla sua prematura scomparsa



Dal sito: http://www.ninoaiello.it

Nino Aiello è nato a Campagna (SA) nel 1945 m. 2007.

Ha studiato al Liceo Artistico e all' Accademia di Belle Arti di Napoli frequentando il corso di decorazione di Capogrossi e De Stefano; è docente di disegno e storia dell'arte. Dal 1971 è presente alla vita artistica nazionale, riscuotendo consensi di critica ed ambiti riconoscimenti.

Si ricorda:

Premio nazionale Villa Rufolo - Ravello 1972 Rassegna nazionale d'arte moderna di Avellino 1973 - 1974 Rassegna nazionale Arti Visive Achilleum - Roma 1974 VI Premio "Città di Eboli" (primo premio) 1975 Rassegna nazionale "Città di Lainate" - Milano (primo premio) 1976 XVI Rassegna nazionale di pittura Premio "Sant' Ambroeus" - Milano (terzo premio) 1976 Premio "Santhià" Premio Città di Lucca 1985 Premio Trivero (Vercelli) 1985 Assegnazione del Premio nazionale "La Castagna d'Oro" 1997 Assegnazione del Premio nazionale "La Rosa d'Oro" 2003.



C’è chi ha definito Nino Aiello “neoimpressionista”, chi invece lo ha definito “realista”, chi ha tentato di proporre etichette per delinearne i caratteri pittorico-stilistici e per tentare di qualificare la sua pittura. Ma le etichette a nulla servono per definire l’arte di Aiello perché il suo rapporto profondo, intimo, duraturo, gioioso o sofferto, con i temi della natura esulano da qualsiasi etichettatura pseudo-stilistica.

Aiello è il poeta dell’anima dei colori, dei suoni e dei rumori della terra, della natura, degli elementi primordiali della vita. La sua pittura va ben oltre la banale percezione visiva perché vive all’interno di un proprio universo segnico e coloristico, che viene proposto all’attenzione di tutti noi con la violenza e l’evidenza del colore, con l’adesione percettiva di un riconoscimento immediato, a colpo d’occhio, di particolari che si rilevano e si rivelano in una rigorosissima e magica sinfonia architettonica di note colorate: sono le note della natura, quelle che solo la natura ci sa offrire, ma che solo l’occhio e la mente e il cuore del pittore ci sanno restituire in maniera così evidente. 


Alcuni dei suoi numerosi dipinti












Esposizioni

La cantinella - Roma 1971
Studio Achilleum - Roma 1972
Galleria Margutta - Roma 1973
Il Cortilaccio - Torino 1974
Azienda sogg. e Turismo - Positano 1975 Auditorium italiano di Locarno - Svizzera 1977 Azienda sogg. e Turismo - Campagna (SA) 1977
Villa Litta - Lainate (MI) 1978
Galleria Sant'Ambroeus - 1984
Permanente S. Michele - Brescia 1985 Galleria Modì-Bistrò - Bergamo 1985
Galleria Il Baguttino - Milano 1985
'A Chiena a Campagna - Kermesse Nazionale d'Arte Contemporanea- Campagna (SA) - 1985
Galleria La Viscontea - Rho (MI) 1986
Galleria Sant'Ambroeus - Milano 1987
Expo Arte - Bari 1989
Palazzo Grassi - Bologna 1991
Tempio di Pomona - Arcivescovado Salerno 1992
Centro Arte e Cultura - Grazia Hotel Eboli (SA) 1993
Centro Arte e Cultura Valleverde - Corbara (SA) 1993
Rassegna Nazionale "Le Nozze" - Eboli (SA) 1994
Palazzo Cornoldi - Venezia 1995
Le Porte dell'Arte - Incontri Internazionali d'Arte Contemporanea - Campagna (SA) - 1997
Circolo Artistico - Venezia 1998
Arsenali della Repubblica di Amalfi - 1998 Villa Matarazzo - Santa Maria di Castellabate - 1998
Nuovo Oratorio S. Bartolomeo - Eboli (SA) 1999

Club Hoegarden - Pontecagnano Faiano (SA) 2000
Palazzo De Vivo - Castellabate (SA) 2000
Il Cenacolo - Agropoli (SA) 2000
Circolo Ufficiali di Presidio - Torino 2001
"I Mozartini" - Montecorvino Rovella (SA) 2001 Circolo Ufficiali di Presidio (SA) - 2002
Galleria "Il Giardino" Agropoli (SA) - 2003
Museo Nazionale Eboli (SA) - 2003
Palazzo S. Agostino sede Provincia di Salerno - 2003
Palazzo di Città - Agropoli (SA) - 2003
Fiere di Vallo della Lucania (SA) - 2004 Associazione culturale "P. Caravita" - Eboli (SA) 2004
Museo Civico "Media Valle del Liri" - Sora (FR) 2004
Castello Medievale - Castellabate (SA) - 2005
 

 
   




Dal quotidiano " La Città di Salerno"

Articolo di Gerardo Pecci - 2007

Nino Aiello, un “maestro” di anima e natura

Il pittore di Campagna ha lasciato un segno indelebile nella descrizione del rapporto tra l’uomo, il paesaggio e la vita


SALERNO. L’arte è lavoro progressivo, ricerca di nuove forme e significati. La critica d’arte ha il compito di individuare tali novità che, poi, finiscono col tessere la ricca trama della storia dell’arte, cioè la registrazione, nel tempo, delle fratture, delle novità e delle persistenze dei linguaggi artistici. A questa legge nessun artista sfugge. Il compianto amico e Maestro Nino Aiello è sempre rimasto fedele all’intimissimo rapporto tra l’essere umano e la natura, che è stato anche il filo rosso, e la trama vissuta, del proprio rapporto con il paesaggio. Cercare di definire stilisticamente la ricerca coloristica, percettiva e visiva di Aiello, imbrigliandola a improbabili sensi di significato, vorrebbe dire sminuire il suo spirito, il suo ricordo, il suo profondo rispetto per la natura; significherebbe ridurre e offendere la sua creatività, sigillandola in un improbabile universo linguistico che non appartiene alla libera creatività artistica, ma a una pseudo-critica d’arte non rispettosa dei valori etici e pittorici proposti in modo così evidente dall’artista. Nella pittura di Aiello, oramai consegnata integralmente e per sempre alla storia dell’arte, ogni singolo elemento vive in simbiotico rapporto con gli altri: ogni fiore è autonomo, ha una propria vita e vive di una propria luce, ma nel contempo è partecipe della vita e della luce di ciò che lo circonda.

In un colpo di pennello, in un semplice e intuitivo gesto, in un semplice particolare, in un solitario fiore o in una foresta di foglie vi si legge un universo segnico che si rivela e si confronta con la nostra coscienza la quale, poi, riconosce nelle forme e nei colori dipinti i vividi colori dell’anima dell’artista, i colori della sua sapiente e dolcissima arte. La parola che forse esprime meglio l’universo pittorico e coloristico delle grandi opere di Nino Aiello è “rivelazione”. L’universo della sua arte diventa poesia, sinfonia coloristica come rivelazione segnica di una natura che si offre, umile e semplice nella sua grandezza, attraverso le sottili trame che sottendono l’esistenza stessa del Creato.

E la grandezza dell’arte è proprio nella rivelazione di un mondo variegato e complesso e di una natura mutevole e cangiante, attraverso gli occhi disincantati di un artista che ha saputo vedere nel profondo dell’intimità umana quella scintilla di primordiale verità che sottende la nostra travagliata esperienza di vita. Quindi, al di là delle sottili osservazioni dei critici d’arte, parlare di naturalismo o di realismo nel linguaggio pittorico e stilistico di Nino non ha alcuna giustificazione, così come sarebbe puerile parlare di “panismo” pittorico.

La pittura di Aiello, infatti, sfugge a qualsiasi etichettatura imbrigliatrice perché è frutto di un moto interiore che fa vibrare le corde dell’animo creatore. Quello che noi vediamo non è altro che la restituzione di questo moto creativo, profondo e interiore, in forme, colori e rigorose costruzioni generali delle immagini dipinte. Per questo la sua arte, la sua poetica pittorica, non può risolversi in un semplice slogan critico: l’arte di Aiello semplicemente è. Esiste nello spazio della nostra realtà, vive con noi e dentro di noi, partecipa al nostro vissuto quotidiano. L’amico e Maestro Nino Aiello è, e resta, ancora accanto a noi e ci accompagna con le sue opere e con il suo affettuosissimo e grande ricordo.

Gerardo Pecci, 2007

http://www.ninoaiello.it

Contatti: +39 3386399445

venerdì 19 febbraio 2021

Viganella, dove il sole è riflesso nello specchio

 

Silvia Camporesi, Viganella, frame da video


Portiamo la luce e il calore del sole nei paesi dove si fa desiderare

Da Arteprima Progetti

E anche qui altra meraviglia funzionale. In Italia:

Viganella, dove  il sole è riflesso nello specchio

https://www.facebook.com/arteprima.noprofit

Da Wikipedia

"Il centro di Viganella nel Verbano Cusio-Ossola, ospita la parrocchiale della Natività di Maria Vergine, del XVI secolo, ed alcuni antichi edifici di interessante architettura. In tutto il territorio comunale si trovano poi numerose cappelle ed alcuni oratori, tra i quali spiccano i seicenteschi edifici di San Domenico e San Giulio.

A partire dal 17 dicembre 2006 il piccolo centro ha conosciuto grande fama per l'installazione nelle sue vicinanze di un grande specchio (di metri 8x5), destinato ad illuminarlo, dato che, dall'11 novembre al 2 febbraio di ogni anno, il paese si trova completamente in assenza di sole a causa della montagna prospiciente. La costruzione dello specchio è costata circa 100.000 euro. Alla fine del 2015 il sistema fu disattivato a causa della mancanza di manutenzione. A novembre del 2016, tuttavia, lo specchio è stato riparato ed è tornato in funzione"..


Ci sono altri paesi di mia conoscenza (e altri ancora ce ne saranno in Italia), dove il sole è latitante, e di un tratto, all'improvviso, tutto diventa grigio, e dalle ore 16:30 (almeno nel centro storico della mia città, mentre a valle, e nelle zone alte, fa notte alle 17), arriva quel grigio freddo e umido che ti accompagna, con un velo di malinconia, fino alla precoce notte: Postiglione (SA) dove i raggi del sole, pare che sorgano alle 10 del mattino, e in piena estate, tramonta alle ore 19 di sera, senza tregua; Sicignano degli Alburni (SA), esposto completamente a nord, nascosto dietro la grande e bellissima muraglia dei Monti Alburni, da "somigliare a una nave capovolta" (come definita da Rino Mele in un suo testo poetico); la Città di Campagna (SA), la mia città di nascita, ubicata in una gola dei misteriosi e leggendari Monti Picentini (luogo ideale di rifugio del brigantaggio locale contro i piemontesi dell'Unità d'Italia), dove l'alba arriva dall'alto delle montagne, e dove il sole in pieno inverno (dalla metà di novembre, agli inizi di febbraio), sorge tra le ore 8:30 e le 9 (a secondo i quartieri alti e bassi, nel centro storico), e tramonta (sempre dietro le montagne) tra le ore 13 e le 13:30. Una città che si specchia in se stessa, definita dal sottoscritto, per un suo progetto "Città Invisibile”, nel senso che la si vede solo arrivando alle sue porte, entrandoci dentro a poco alla volta...Una caratteristica? la sua pianta naturale è a forma di vulva, e il suo motto è "Civium Amor". Quando fu elevata a rango di città, e prima che venisse istituita a sede vescovile nel 1525, da papa Clemente VII, su detta pianta naturale (a forma di vulva) la Civitas fu ridisegnata nell'urbanistica, tra il 1518 e il 1520, da un grande e ispirato Giulio Romano (allievo e collaboratore ai tempi, di Raffaello, nelle Stanze Vaticane), ed è da anni, dall’ultimo rientro da Milano del 2004, che parlandone con gli amici e conterranei, propongo uno specchio per avere più sole nel centro storico, avvolto, tra l'altro, nell'umidità di due fiumi che l'attraversano, il Tenza e l’Atri. L’ultima volta che ne ho parlato, è stato circa un mese fa, con un amico geometra. Purtroppo, la classe politica amministrativa, guidata da sindaci generalmente, diplomati, e anche laureati (dei quali alcuni abitando a valle, come gli ultimi due, che nella "Obscura et Orrida Valle", come definita dal vescovo-architetto e filosofo Juan Caramuel y Lobkowitz, non hanno mai sentito il problema dell'oscurità anticipata, o forse non si rendono conto, come i cittadini che ci abitano) non si è mai dimostrata all'altezza di ascoltare voci "visionarie" (di cui si parla nel mondo dell’arte), e si sa gli artisti "visionari", in assenza di sindaci illuminati, "visionari" e "sognatori" anch'essi, non hanno la possibilità concreta di realizzare economicamente certi progetti, anche con i dovuti permessi.

Mi ha dato gioia, sapere che a Viganella nel Verbano, nel 2006, con circa 100 mila euro, ci siano riusciti, grazie a un sindaco sognatore (ferroviere) Franco Midali, con l'aiuto di un amico architetto Giacomo Bonzani...come raccontato da Silvia Camporesi. su Artribune del 20 gennaio, 2021. A loro va tutta la mia ammirazione, e di tutti quei pochi amici e conterranei “visionari”, che vivono circondati dalle montagne, tra cui Sant'Elmo, dove il sole va via alle ore 13, ancora continuano a sognare.

 
Angelo Riviello Moscato - 15 febbraio 2021


Nato a Campagna (SA) l’8 gennaio 1947. Dopo aver frequentato l'Istituto d'Arte di Salerno, ha studiato Scenografia  con Toti Scialoja all'Accademia di Belle Arti di Roma, e Storia dell'Arte con Nello Ponente. Sul piano dei contenuti, la sua fonte di ispirazione è il recupero di una memoria sul proprio vissuto. "Identità e Memoria" che ritroviamo iniziando dal luogo natio, con una sua auto-biografia, e con alcuni dei suoi personaggi universali. Il suo capolavoro, come evento ritrovato nella memoria, con interventi e progetti di “Arte Pubblica” nel tessuto urbanistico della città, in risposta ai movimenti in auge di quegli anni 80, con il “Progetto Chiena”: il recupero, la salvaguardia, la spettacolarizzazione e la trasformazione dell’evento del fiume Tenza (chiamato “Chiena”), da "Nettezza Urbana" a "Opera d'Arte", strappandola alla “ruspa selvaggia nella ricostruzione post sismica dal 1982 al 1994, nella condivisione di alcuni amici e compagni di strada del gruppo “Amici del Museo”, unitamente agli artisti invitati a partecipare al progetto, da ogni parte d'Italia.



Da Artribune

Viganella, il paese dove il sole si riflette in uno specchio 

By Silvia Camporesi - 20 gennaio 2021

SI TROVA NEL VERBANO-CUSIO-OSSOLA IL PAESE CHE, DA NOVEMBRE A FEBBRAIO, VIVE NELLA PENOMBRA. MA DA QUALCHE TEMPO UN ENORME SPECCHIO ROTANTE HA PORTATO I RAGGI DEL SOLE FRA LE STRADE DI VIGANELLA, ALTRO CHE OLAFUR ELIASSON… IL RACCONTO IN PRIMA PERSONA DELL’ARTISTA SILVIA CAMPORESI.

Viganella-17-dicembre-2006


Avevo visto una piccolissima immagine di Viganella, tanti anni fa, sulla rubrica della Settimana enigmistica Strano, ma vero”. Era l’istantanea di un gruppo di donne e uomini quasi tutti anziani, gli abitanti del paese, con addosso giacche invernali e occhiali da sole fuori moda, radunati al centro della piccola piazza: guardavano tutti nella stessa direzione. Era il 17 dicembre 2006 e l’allora sindaco Franco Midali, con la collaborazione dell’amico architetto Giacomo Bonzani, stava inaugurando il risultato di una grandiosa idea: uno specchio di quaranta metri quadrati che, posto sulla montagna alle spalle del paese, riportava la luce in piazza. Sì perché, dall’11 novembre al 2 febbraio di ogni anno, Viganella è al buio, il sole è confinato alle spalle della montagna che gli sta davanti e per 83 giorni si trova a vivere in uno stato di perenne penombra.
Franco Midali, di mestiere ferroviere, è un sognatore, un visionario, ed è convinto che esista un modo affinché il paese possa godere di un po’ di luce anche durante quei giorni freddi. Così, dopo anni di studi e di confronti con l’architetto Bonzani, riesce a portare a termine il suo maestoso progetto: con 99.900 euro fa trasportare in elicottero lo specchio del peso di undici quintali. Una volta installato nella posizione decisa, lo specchio ruota regolarmente, per garantire che la luce riflessa si trovi sempre nelle stesse zone del paese, e la sera si corica in orizzontale, come andasse a dormire, così pioggia e vento ne puliscono la superficie. È una macchina perfetta e funziona meravigliosamente.

VIGANELLA, IL SOLE, LO SPECCHIO

Lo scorso anno con un paio di amici sono partita alla volta della valle Antrona (il nome non è affatto casuale), era fine gennaio, la settimana prima che il sole tornasse a splendere in paese. Quando siamo arrivati il sole riflesso era lì, faceva brillare le pietre della piazza di Viganella e gli occhi di un gatto grigio. Un signore ci ha chiesto da dove venivamo ed è andato a chiamare Midali. L’ex sindaco ci ha accolto con raro entusiasmo, raccontandoci ogni dettaglio dell’impresa, mostrandoci gli articoli dei giornali, i bozzetti del progetto, rispondendo alle nostre domande.
C’è un fascio di luce che illumina il portale della chiesa, noto uno strano specchietto rotondo preso da un vecchio motorino, attaccato in cima all’edificio, ne chiedo il significato. Midali va a prendere le chiavi della chiesa e ci mostra il miracolo del miracolo, un incastro di riflessi che conduce al centro dell’altare: il sole si riflette nello specchio, il sole riflesso si riflette sullo specchietto posto sopra alla chiesa, il riflesso del riflesso arriva sull’altare dove giace il crocifisso e si posa sul costato insanguinato del Cristo. Midali ha quasi le lacrime agli occhi quando ci fa vedere queste scatole cinesi di rimbalzi luminosi e io penso che nemmeno 
Olafur Eliasson avrebbe potuto creare qualcosa di così poetico.



Il progetto del sole riflesso a-Viganella-703x420


LO SPECCHIO E LA MONTAGNA

La mattina seguente partiamo in camminata, scalando il monte, per arrivare nei pressi dello specchio e vederlo da vicino. Midali ci ha spiegato per filo e per segno come fare ad arrivare, girando a sinistra dopo un albero tagliato, a destra dopo una baita, attraversando un bosco fitto. Ma ci perdiamo tre volte e lo chiamiamo al telefono dal centro della montagna, lui ci riporta sulla via e ci racconta di quando una turista giapponese rimase bloccata in mezzo al monte per un giorno intero e tutto il paese andò a cercarla.

Dopo due ore abbondanti di camminata finalmente lo vediamo, è lì di spalle, silenzioso, che fa il suo lavoro. Ogni tanto, a cadenza regolare, un piccolo ronzio testimonia i suoi micromovimenti. Dall’alto il paese è davvero minuscolo, il fascio di luce sembra disegnato perfettamente sui contorni della piazza.
Lanciamo il drone che ci mostra la faccia dello specchio perché è impossibile arrivarvi davanti, il terreno è ripidissimo e chiunque ci provasse si ritroverebbe a rotolare a valle.
Fra poco sarà il 2 febbraio, il ritorno del sole verrà celebrato in paese con una sontuosa festa e quel giorno lo specchio verrà spento, fino al prossimo novembre.

Silvia Camporesi - 20 gennaio 2021
                                                                                                                                         

Silvia Camporesi (nata a Forlì nel 1973), laureata in filosofia, vive a Forlì. Attraverso i linguaggi della fotografia e del video costruisce racconti che traggono spunto dal mito, dalla letteratura, dalle religioni e dalla vita reale. Negli ultimi anni la sua ricerca è dedicata al paesaggio italiano.


Campagna, Postiglione, Sicignano degli Alburni

I paesi di mia conoscenza, in provincia di Salerno, dove in pieno inverno, il sole è latitante 


Campagna

Campagna


Campagna, dal tramonto dietro la montagna di "Sant'Elmo",
 all'alba dalla montagna "Ripa della Guardia"


Postiglione

Postiglione

Sicignano degli Alburni

Sicignano degli Alburni




















mercoledì 17 febbraio 2021

Angelo Riviello Moscato & Giulio Cesare Capaccio - work in progress 1986/2002

 

A proposito di un dibattito attuale sulla pittura, Angelo Riviello, nel 2002, scriveva in terza persona, per questo progetto, in un’autopresentazione, di una anteprima tenuta a Milano, accompagnata da due testi-lettera all’autore, di Gelsomino D’Ambrosio (un grande maestro del Graphic-Design, ex docente ad honorem dell’I.S.I.A. di Urbino), e di Antonio d’Avossa  (critico e storico dell’arte di quella famosa Scuola di Critica d'Arte di Salerno, ex docente all’Accademia di Belle Arti di Brera):

"Nuvole", 2002, acrilico e tecnica mista su tela, 70x100 cm.


Testo di autopresentazione

L'artista campano, Angelo Riviello, che da anni vive e lavora tra Milano e la Città di Campagna in provincia di Salerno, e che da anni svolge un lavoro interdisciplinare (fotografia, film-video, installazioni, scultura, pittura), nel recupero di una propria radice: autobiografica, storica, culturale e antropologica, ci presenta questa serie, detta "Delle Imprese", il titolo di un libro del Capaccio, suo conterraneo, letterato e storico, personaggio di potere nel periodo del Barocco Napoletano. Personaggio che conobbe la gloria, ma anche la miseria. Lo storico piu' accreditato di Napoli, che ebbe soprattutto il merito di promuovere ricerche di archeologia. Infatti fu il primo ad interessarsi degli scavi di Pesto (oggi Paestum).

Si tratta di un "work in progress dal 1986", di una delle serie dedicate ai personaggi storici, nati e/o soggiornati nella sua città (Giordano Bruno, Giulio Romano, J.Caramuel y Lobkowitz, etc,), definita dal Vasari come "...una delle meraviglie antiche", parlando di Giulio Romano, nelle sue "Vite". Una serie che vuol essere una sorta di rivisitazione, reinterpretazione e/o sostituzione dei personaggi, scambiando le date, scambiando i periodi, scambiando i nomi. Rendendo un omaggio con affetto, con ironia, con convinzione.

Rivendicando un'identità, legata in questo momento, soprattutto ai rischi della globalizzazione, con una cultura del vuoto sempre piu' dominante. Da un lato si tratta di un omaggio e di una rivisitazione, dall'altro vuol essere un pretesto. Un pretesto per resistere a questa invadenza del vuoto, che si registra in questo nostro sistema sempre piu' globalizzante. Un pretesto per ridiscutere di arte, nelle sue discussioni formali, ma soprattutto nelle idee e nei contenuti, dove il mezzo,per Riviello, e' solo una consequenziale scelta soggettiva.

Nel caso di questi lavori (ad eccezione dei tondi in ceramica a cera sarda), si tratta di pittura: colori acrilici e gouache su carta intelata e acrilico e tecnica mista su tela. Il disegno si compone di due ovali dello stesso emblema. Uno e' riportato in bianco e nero, fedelmente all'originale, e l'altro invertito e reinterpretato con la pittura, e spesso anche con i titoli tradizionalmente intesi, dove pare che l'artista si diverta, accompagnati dalla tecnica di esecuzione, con la data e con la dimensione dell'opera. Moscato e' il cognome di sua madre.

La mostra e' accompagnata, negli stampati, da due lettere all'autore, di Gelsomino D'Ambrosio (teorico e ricercatore grafico di comunicazione visiva - art director di Segno Associati di Salerno e docente all'I.S.I.A. di Urbino) e di Antonio d'Avossa (critico d'arte - docente all'Accademia di Belle Arti di Brera di Milano).

Comunicato stampa dalla mostra al Centro Culturale Puskin Via Bernardino Verro, 15 - 20142 Milano 21 maggio 15 giugno 2002 ore 19,00

Lettere/Testi


Caro Angelo,


mi chiedi di scriverti una lettera  che chiamerò “aperta” perché pubblica, in nome della nostra amicizia e dei nostri comuni ricordi.
Mi chiedi, altresì, del reciproco rapporto con un personaggio storico come Giulio Cesare Capaccio, un rapporto che posso immaginare triangolare per i molti rimandi sia geografici che culturali tra noi e lui.
Questo triangolo per le comuni radici e le frequentazioni discontinue può rimandare, come tu suggerisci nella tua precedente lettera, ad alcuni luoghi precisi come Napoli, Paestum, ecc.. Ma istintivamente a questi luoghi io ne sostituirei altri come: Campagna, Roma, Urbino.

Inizio con Campagna. Nel mio ricordo è la città dove uno spazio diventa un’immensa lavagna grigia, noi due vestiti, con i grembiuli neri  (o forse bianchi) e il nastrino che mutava colore di anno in anno, chinati, inginocchiati e a volte distesi a disegnare con “mozziconi” di gesso in una gara priva di vincitori con l’unico desiderio di scoprire i segreti del disegno; un linguaggio che ancora ci accompagna quotidianamente con servizievole sollecitudine.
Infine, sporchi di gesso, con le mani e i grembiuli imbiancati di “purezza” come uno scriba medioevale dopo le preghiere, abbandonavamo quella lavagna o più esattamente quel “largo” ancora oggi dedicato a Giulio Cesare Capaccio.

A Campagna segue Roma. I vertici del triangolo in questa città sembrano allontanarsi, perché  nei nostri ricordi questo luogo ci parla dei primi studi, dell’incoscienza di vivere, e delle prime conquiste culturali. Sole e pioggia, estati caldi e inverni ventosi, cene “rubate” e mattinate sonnolenti in via dei Serpenti, in seguito in via Crispi, in via Margutta e a Trastevere tutto veniva macinato nell’allegro mulino della gioventù.
Per il terzo vertice del triangolo sono, quelli romani, anni oscuri. Giulio Cesare Capaccio cerca l’attenzione dei potenti: celebrando fasti e pubblicando odi ma con malinconici risultati, restando sostanzialmente ai margini della vita intellettuale della Capitale.
Per lui le estati saranno caldissime e gli inverni freddissimi, forse il “sapere” non sarà stato sufficiente ad alleggerire i primi segni della vecchiaia ed ad allontanare il dolce ricordo di Campagna.

Infine Urbino. La città dove da oltre dieci anni insegno in un Istituto – come tu scrivi – specifico a carattere universitario e/o accademico (e/o mi ricordano molto gli anni sessanta), in questa città-nave che si erge sulle colline mille volte incisa e dipinta nel corso “morbido” del tempo.
La città-nave solca queste colline e nei giorni di neve o di nebbia sembra emergere in un mare bianco e umido, in una posizione perfettamente inversa a Campagna, che invece di innalzarsi, sprofonda, mantenendo, però gli stessi umori che si infiltrano tra le pietre e i mattoni, tra l’acciottolato o i “basoli”.
Forse la stessa sensazione l’avrà provata il più importante campagnese che ha attraversato queste strade, giunto fin qui, chiamato da Francesco Maria II della Rovere con l’incarico di soprastante della Biblioteca Ducale, più attento alla politica e al matrimonio tra Federico Ubaldo e Claudia dei Medici che ai libri.
Come puoi facilmente immaginare l’illustre campagnese non è altro che Giulio Cesare Capaccio.

 Salerno, 15 maggio 2002

 Gelsomino D’Ambrosio


Caro Angelo,

ricordo con chiarezza l’occasione del nostro primo incontro. A metà degli anni settanta, in casa di Angelo Trimarco a Salerno, sul pavimento ricoperto di una moquette grigia disponevi una sequenza di fotografie non molto grandi tutte incorniciate singolarmente, ricordo lo sfondo di un cielo azzurrissimo un piccolo aereo di carta, e la tranquillità incuriosita del Professore e del suo assistente, io stesso.

Da allora sono passati molti anni, e tu sei ricomparso in un mio soggiorno in Costa Amalfitana, dove al ruolo di artista affiancavi progetti di esposizioni a Campagna, la tua città, dove ti adoperavi per rendere meno provinciale la vita. Non posso dire di averti seguito in questi anni. Il mio lavoro e la mia vita hanno spesso spinto l’attenzione a differenti climi culturali e pratiche dell’arte. Da qualche anno sei ritornato a Milano dove attraverso comuni amici hai voluto rintracciarmi, chiedendo spesso una mia opinione sul tuo lavoro.

La mia idea nei tuoi confronti è sempre stata molto distesa. Ti ho consigliato di procedere lungo quel singolare percorso che avevi scelto. A partire da Giordano Bruno continuando per Giulio Romano sino a quel Giulio Cesare Capaccio con cui pare ti incontri per questa mostra. Buona l’idea! Ma migliore ancora quella di esporre in un centro culturale fuori dalle logiche di gallerie milanesi più o meno per bene. La singolarità del tuo lavoro si esprime da sempre fuori da queste logiche. Vuol dire che sei un artista isolato. No, credo che tu sia uno dei tanti artisti che non cede al ricatto del supermercato dell’arte, ma organizza la sua ricerca per un piacere di radicate incertezze nell’universo di una cultura visiva che non dimentica che insieme (e non prima) all’arte convivono letteratura, scienza, visioni e utopie.

Di queste certezze è costruito il tuo lavoro, raro e rarefatto, dove ora a elefanti ed emblemi, motti e striscioni, associ colori e geometrie, infine nomi come quello di Capaccio, quasi a consolarti (e a consolarci) di quella perdita, sofferta e voluta, per quel cielo azzurrissimo che in questa città, senza firmamento e senza paesaggio, continua a mancarci tanto.

Un saluto all’ombra delle idee.

Milano, 18 maggio 2002
                                                 
Antonio d’Avossa 


"L'occhio dell'immagine che dietro rappresenta"
Acrilico e gouache su tela, 70 x 100 cm. 
Casa Sannia Museo - Morcone (BN)


"La terza impresa-La mano occhiuta", 1986
Acrilico e gouache su carta murillo intelata, 70 x 100 cm.

"La prima impresa-Eclisse", 1986/2000
Acrilico e gouache su carta murillo intelata, 70 x 100 cm.

"Nunc Noscito Vires", 2001, 
Acrilico e tecnica mista su tela, 70x100 cm.


"Nuvole", 2002
Acrilico e tecnica mista su tela - 70x100 cm.


"La nottola di Minerva", 2000 
Acrilico e tecnica mista su tela, 70x100 cm.


"Parto immaturo", 2002 
Acrilico e tecnica mista su tela,
70x100 cm.


"Vipere nel coito", 2000
Acrilico e tecnica mista su tela, 70x100 cm.


"Il toro di Agrigento", 2001
Acrilico e tecnica mista su tela, 70x100 cm.


"L'impresa di Giuliano", 2000
Acrilico e tecnica mista su tela, 70x100 cm.


"Il pianto del coccodrillo", 2002
Acrilico e tecnica mista su tela - 100x150 cm.


"La gioia del coccodrillo", 2001
Acrilico e tecnica mista su tela, 100x140 cm.


"Il principe cortese", 2001
Acrilico e tecnica mista su tela, 70x100 cm.


"Alban e l'elefante - www.memoires-elephant.com", 2001
Acrilico e tecnica mista su tela - 100x145 cm.


"L'impresa della pantera", 2001
Acrilico e tecnica mista su tela, 97x140 cm.


"Il piccione e la colomba" , 2001
Acrilico, gouace e tecnica mista su tela -70x100 cm.
















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