sabato 7 luglio 2018

PIETRO LISTA. MEMORIA - MUSEO MADRE, 28.10 — 30.11.17

PIETRO LISTA. MEMORIA»

28.10 — 30.11.17


Pietro Lista, Le scarpe di mio padre, 1998. Foto © Jacopo Naddeo.

La Fondazione Donnaregina per le arti contemporanee ha conferito il Matronato alla mostra di Pietro Lista Memoria, che sarà inaugurata presso lo spazio no-profit SAACI/Gallery (via Padre Girolamo Russo 9, Saviano, Napoli) sabato 28 ottobre 2017 alle ore 19.00.  La mostra presenta quindici opere inedite connesse all’esperienza e alle ricerche dell’Arte Povera, di cui Lista fu interprete prendendo parte, quale unico artista dell’area campana, alla rassegna Arte povera più azioni povere promossa da Marcello e Lia Rumma presso gli Arsenali di Amalfi nel 1968 e che affermò la prassi del movimento poverista allora in formazione e contribuì a modificare l’immaginario artistico dell’Italia degli anni Sessanta in una prospettiva internazionale.
Le opere in mostra di Lista derivano da una sorta di scavo nella memoria personale dell’artista, che si articola secondo diramazioni anche casuali dettate dalla pulsione dei ricordi, dal loro accumulo come dalla loro evanescenza, esplorando le reazioni che il presente proietta, attraverso uno sguardo/pensiero dilatato e retrospettivo, sul suo sfilacciato passato, nel tentativo di raccoglierne i residui. Una vecchia scatola contenente delle scarpe, un telaio a gabbia dal quale pendono due bastoni di legno, una piccola teca con tre chiavi, un’altra contenente il calco in gesso del volto dell’artista, una cornice con una foto sbiadita di un antenato, un busto nero acefalo e privo di arti: manufatti che rimandano a momenti intimi dell’esistenza dell’artista, quando le cose erano agite e vissute nella loro “familiarità”. Di tutto ciò restano appunto tracce, involucri a volte incongruamente associati, forse perché svuotati del loro senso pratico, resi fantasmi e lemuri, che pure testimoniano una sensibilità e un gesto, benché estremi, ultimi, da parte di Lista. La mostra, che proseguirà fino al 30 novembre 2017, è accompagnata da un testo critico di Rosa Cuccurullo e un testo poetico di Rino Mele.
Pietro Lista (Castiglione del Lago-Perugia, 1941) avvia la sua ricerca artistica alla fine degli anni Cinquanta, dopo la frequentazione dei corsi all’Accademia di Belle Arti di Napoli, con la realizzazione di dipinti che si riferiscono alla lezione dell’Informale e dell’Espressionismo Astratto americano, dal quale Lista recupera la tecnica del dripping. Nel corso degli anni Sessanta l’artista si dedica non solo alla pittura ma anche alla realizzazione di happening e film sperimentali, adottando materiali e linguaggi diversi. Nel 1968 è l’unico artista di area campana a prendere parte alla mostra Arte povera più azioni povere ad Amalfi, dove scopre alla presenza del pubblico una luce insabbiata. Nello stesso anno costituisce il Gruppo Teatrale Artaud e pubblica il manifesto Il Verbo sorge dal sonno come un fiore, mentre due anni più tardi, nel 1970, inaugura la Galleria Taide a Salerno e l’omonima casa editrice. Nel 1993 Lista fonda il Museo d’Arte Contemporanea Materiali Minimi a Paestum, che rinsalda il suo legame con il territorio campano.
Testo dal sito:http://www.madrenapoli.it/pietro-lista-memoria/

P.S. Agli Antichi Arsenali di Amalfi, ci risulta che Pietro Lista non fu l'unico artista campano a partecpare alla Rassegna "Arte Povera più Azioni Povere" (voluta da Marcello e Lia Rumma), ma con lui parteciparono (forse ai margini?) anche i due giovanissimi (recentemente scomparsi) Carmine Limatola (in arte Ableo) e Ugo Marano, come (pare) da testimonianze e documentazioni attendibili di quel 1968 a Salerno. Invitiamo chiunque (infornato dei fatti) a darci conferma o smentita. Grazie.

mercoledì 4 luglio 2018

Amarcord 8 - Incontri, Ricordi, Euforie, Melanconie di Giancarlo Politi

Amarcord 8
Incontri, Ricordi, Euforie, Melanconie
di Giancarlo Politi
giancarlo@flashartonline.com


Guglielmo Achille Cavellini con Andy Warhol (1974)
Guglielmo Achille Cavellini, l’uomo che mi cambiò la vita
Un giorno, a Roma, mentre ero al lavoro a La Fiera Letteraria e stavo discutendo con il caporedattore, Pietro Cimatti, mi pare sui lirici greci di Salvatore Quasimodo, su cui lui era molto critico ed io entusiasta, mi arriva una telefonata da Brescia.
“Sono Guglielmo Achille Cavellini, il famoso collezionista,” mi dice l’interlocutore. “Ah, sì,” risposi io sorpreso, “mi dica.” “Vorrei invitarla qui a Brescia per conoscerla e mostrarle la mia collezione.” “Bene,” risposi io, “ma non ho sufficienti economie per affrontare il viaggio e soggiorno.”
(All’epoca al La Fiera Letteraria percepivo cinquantamila lire in nero al mese: venticinque euro di oggi, ma il valore di acquisto di cinquantamila era molto, molto superiore ai venticinque euro di oggi: io con quella cifra riuscivo a mantenermi. Diecimila al mese per una stanza condivisa, in via dei Serpenti, in pieno centro, e il resto per il tram e poi panini e pizze e spesso invitato a cena da amici.)
“Non si preoccupi,” rispose Cavellini con voce squillante e invitante dall’altro capo del filo. “Le offro io il viaggio in prima classe e un buon albergo.” “Bene, quando posso arrivare?” “Quando vuole lei, anche domani. Io sono qui. E il mio ufficio è accanto alla stazione. Quando arriva vedrà sulla sinistra un grande complesso, Magazzini 33, lei entra e chieda di me.”
All’epoca i viaggi in prima classe rappresentavano una risorsa per me. Anche La Biennale di Venezia (bei tempi!) mi offriva il viaggio in prima classe e poi una stanza all’Hotel Bauer per tre notti. Credo di non aver mai goduto la Biennale come a quei tempi, anche perché avvenivano cose strabilianti, come l’arrivo della Pop Art nel 1964 (e cene con Leo Castelli insieme a Jasper Johns, Andy Warhol, Robert Rauschenberg, Roy Lichtenstein, insieme alle eminenze grigie della Biennale e della città, tra cui Luigi Marchiori, Umbro Apollonio, Emilio Vedova, Bepi Santomaso e Luigi Scarpa). O la rivolta degli artisti nel 1968, che non capii bene a cosa si rivoltavano. Di quell’edizione rammento solo le accesissime discussioni tra Arturo Schwarz e Pino Pascali che quasi vennero alle mani; e poi tutti i quadri degli artisti italiani rivoltati contro la parete, con grande rammarico della maggior parte di loro che avevano aspettato una vita per partecipare alla Biennale. Nessuno, però, poteva ignorare il diktat politico che imponeva loro il ritiro delle opere dalla Biennale. Fu poi scelta l’opzione soft di girare i quadri verso la parete, esponendo al pubblico solo il retro con la firma e la data. Ma il giorno dopo, quasi di soppiatto, tutti gli artisti rimisero i quadri nel verso giusto, ma negando di averlo fatto.
Queste grandi manifestazioni – Biennale di Venezia, Biennale di San Marino, Premio Lissone, Premio Marzotto e qualche altro – usavano invitare alcuni critici (pochi in realtà, solo i titolari di testate importanti) con un biglietto di prima classe. Capirete voi che per me era una manna: io viaggiavo benissimo in terza classe e rimborsato per la prima. Talvolta la differenza rappresentava per me quasi un secondo stipendio. Cavellini, che mi chiamava da Brescia invitandomi in prima classe, mi fece venire alla mente la Biennale di Venezia e le sue opulenze, ormai ricordo sbiadito.

Cavellini e la Mail Art


Arrivai a Brescia in mattinata (avevo viaggiato lietamente sui sedili di legno tutta la notte) e appena uscito dalla stazione vidi questo imponente edificio dei Magazzini 33, dei fratelli Cavellini.

Quando la segretaria mi annunciò, Achille si precipitò da me e mi portò nel suo ufficio, pieno di scatole, di grandi buste con molti francobolli, ritagli di giornali, collages, cartoline con timbri e scritte strane: non era un ufficio quello ma il laboratorio della Mail Art, di cui GAC (Guglielmo Achille Cavellini) stava diventando un protagonista.
Avvantaggiato dal fatto che fosse benestante (o ricco?) rispetto agli altri esponenti della Mail Art, che a fatica riuscivano a comperare un francobollo, Cavellini invece riusciva a spedire migliaia di opere di Mail Art ogni mese, facendosi così conoscere ovunque. Allora capii che non mi aveva invitato per ammirare la sua collezione (per l’epoca notevolissima, forse la prime in Italia sull’arte contemporanea), ma per mostrarmi e parlarmi del suo lavoro di performer e mail artista.
La villetta dove abitava, custodita con grande cura dalla moglie, Lisetta, si ergeva su tre piani, ognuno dei quali dedicato a più artisti o a una tendenza. Per me vedere la Pop Art inglese o la grande astrazione europea (Fautrier, Hartung, Soulages) o alcuni grandi italiani (Fontana, Vedova, Burri, Santomaso, Afro) fu un colpo allo stomaco. Molto di più delle buste con i grandi francobolli (tra cui il suo autoritratto in forma di francobollo) della mail art di GAC.
Ma Cavellini era uomo affabilissimo, colto e informato – ma soprattutto curioso. Volle sapere della situazione romana, dandomi appuntamento per uno studio visit prossimo. Il che avvenne quasi subito: mi scrisse una lettera chiedendomi di fissare appuntamenti con Kounellis, Pascali e Schifano. Kounellis ci ricevette a casa sua con la moglie dell’epoca, Efi, collaboratrice e vestale dell’artista in quegli anni, a cui dedicava la vita malgrado fosse stata compagna di studi all’accademia di Roma. (Si diceva anche che Efi avesse rinunciato alla sua carriera di artista per assistere Kounellis.) Cavellini voleva comperare alcune tele di Jannis il quale, in un primo tempo, si negava, dicendo di non aveva nulla; ma quando poi vide un malloppo di fogli da centomila nelle mani di Cavellini, da sotto il letto Efi tirò fuori tre grandi tele di oltre due metri, arrotolate. Le famose tele con frecce e lettere dell’alfabeto. Efi chiedeva un milione per ogni tela. A me sembrò una cifra da capogiro, per me che guadagnavo cinquantamila al mese. Dopo lunghe discussioni e performance di Cavellini che saltava tra una tela e l’altra, si accordarono per ottocentomila lire cadauna. Cavellini arrotolò le tele, se le mise sotto braccio e uscimmo. Capii allora che era abituato a queste pantomime con gli artisti senza perdere tempo in spedizioni o altro. Le portò in albergo e le avrebbe condotte con sé nel vagone letto. Con Pino Pascali invece non andò bene: Pino aveva solo un cubo di terra, di un metro per un metro, difficile per Cavellini da portare in vagone letto. Si accordarono per altro incontro, che poi sfumò per la morte di Pino. Lo studio di Mario Schifano era vuoto: c’era lui, con i soliti jeans sporchi di colore e sdruciti che tanto eccitavano le principesse di passaggio, ma delusero me e Cavellini – che non comperò nulla. Arrivederci Roma.

Protagonista mondiale


La Mail Art (o Arte Postale) a quei tempi imperversava: ogni artista o presunto tale si divertiva ad inviare ad amici e colleghi cartoline o buste diversamente elaborate, dipinte, scritte. E sopra francobolli a gogò. Il movimento era stato fondato da Ray Johnson e la sua New York Correspondance School; anche se il marchigiano Ivo Pannaggi, già nel 1920, aveva proposto molti collage postali di carattere futurista. Bellissimi e scomparsi. Lui me li mostrò nel suo studio a Macerata, dove era appena tornato dalla Finlandia.

GAC divenne subito un protagonista mondiale, perché ogni giorno portava in posta tonnellate di buste, pacchetti, cartoline. E nessuno aveva la sua potenza di fuoco.
Fu lui che a Brescia mi presentò il collezionista imprenditore Antonio Spada che cambiò la mia vita. In quei mesi Brescia divenne una città calda per l’arte contemporanea: con l’aiuto di un bravissimo e sensibile artista locale, Valentino Zini, Pio Monti (venuto al mio seguito) aprì una galleria a Brescia, Acme-Artestudio, dove ricordo presentò una bellissima mostra di Fabio Mauri, ma anche tutta la genealogia degli artisti cinetici – in primis Getulio Alviani, suo mentore e amico.
Con Antonio Spada, a cui su richiesta davo qualche suggerimento, diventammo amici e mi propose di trasferire la redazione di Flash Art da Roma (ormai invivibile per me) a Brescia, in un suo spazio, dove abitavo e lavoravo. Giorni bellissimi, anche perché spesso ero invitato a pranzo da Spada e mentre lui mangiava un filetto scondito, io facevo il pieno per i giorni successivi. Passava spesso a trovarmi anche Massimo Minini, che allora era rappresentante di commercio e girava l’Europa cercando di piazzare alcuni prodotti delle aziende bresciane.

Io, Cavellini e Mario Verdone


Un’estate Achille Cavellini invitò me e mia moglie Helena in una sorta viaggio di nozze, ospitandoci per alcuni giorni a Taormina. Una vacanza bellissima ed esclusiva in un hotel sul mare, dove abbiamo conosciuto, sempre tramite GAC, Mario Verdone, il papà di Carlo. Mario Verdone era un uomo coltissimo, raffinato e curioso, grande studioso del cinema, in particolare quello futurista. Mario poi collaborò, con articoli sul cinema aFlash Art. A tavola, durante le cene, Mario ci parlava spesso dei suoi tre figli, Carlo, Luca e Silvia, tutti appassionati di cinema e secondo lui, futuri cineasti. Lui era docente (o direttore?) al Centro Sperimentale di Cinematografia e ci raccontava che era molto amico di Alberto Sordi e di numerosi registi e attori. Il nostro rapporto durò forse un anno o due, poi come sempre accade, ognuno per la sua strada. Ma di Mario Verdone conservo un bellissimo ricordo, di persona affabile, colta e disponibile. Vista la circostanza, forse stava scrivendo un testo su Cavellini.

Nel 1975, andai con Cavellini (sempre suo ospite) a Varsavia, in occasione di una sua mostra e performance alla galleria Współczesna (sono d’accordo, è impronunciabile), allora punto di riferimento della Body Art in Polonia e in Europa. Ci accompagnava il fotografo Ken Damy per documentare l’evento. Ricordo che il successo fu caloroso: GAC trattato come una star, con richiesta di autografi e quasi portato in trionfo.
Io non ho mai capito se GAC pensava di essere un genio o faceva finta. Ma ne recitava molto bene il ruolo. All’epoca un famoso giornalista tedesco, Willi Bongard, pubblicava ogni anno sul famoso mensile Das Kapital una classifica dei migliori cento artisti del mondo. Poi scoprii che molte gallerie pagando trentamila marchi, inserivano i loro artisti. Me lo confermò il gallerista di Colonia di Alviani, Winfried Reckermann, che era riuscito a inserire Getulio al 99mo posto. Questa graduatoria pare avesse il suo peso nel mercato tedesco. Al primo posto sempre Warhol e Beuys, un anno l’uno, il successivo l’altro; poi Christo, Mack, Fontana, Manzoni ecc. Quando mostrai questa graduatoria a Cavellini, lui ne restò affascinato e con un colpo di genio, fece ristampare diecimila copie della pagina inserendo il suo nome al quarto posto, invece di Piero Manzoni. Lui spedì a tutto il mondo questa brochure, al punto che Gillo Dorfles, prendendola per autentica (come quasi tutti del resto), la pubblicò integralmente nel suo libro Ultime tendenze nell’arte di oggi. Chi possedesse quell’edizione potrà confermare. Io ce l’ho ancora da qualche parte. E la pagina restò per alcuni anni; poi qualcuno avvertì Dorfles che in una edizione successiva la tolse.

Caro Achille, vorrei portarti una rosa rossa


Cavellini scriveva e diceva a tutti di essere un genio. Io credo che ad un certo momento ne fosse convinto. Comunque per la sua cosiddetta “storicizzazione” fece cose incredibili, dai francobolli alle false mostre nei musei, alle false biografie nelle Enciclopedie, persino nella Treccani, credo, riuscendo ad avere una credibilità e visibilità inconsueta. E profondendo tantissime energie e anche un po’ di denaro, divenne molto popolare in molti paesi, specialmente in Giappone, dove si recò, invitato, almeno un paio di volte, per mostre in gallerie e musei.

Non basta un Amarcord per descrivere una vita così intensa e talmente e felicemente dedicata all’arte, all’arte sua ma anche a quella degli altri, che occorrerebbe veramente un’enciclopedia. I suoi racconti sugli artisti francesi, specialmente Fautrier, di cui fu frequentatore e amico mi appassionavano. Mi diceva che acquistava da Fautrier pacchi di opere su carta a diecimila lire l’una (oggi cinque euro, ma diciamo che il valore corrispondente sarebbe cento euro). Tornando poi a Milano con il solito vagone letto e con rotoli di opere di Fautrier, Hartung, Soulages, Vieira da Silva. Non ho mai conosciuto persona così appassionata d’arte nella mia vita.
Poi, improvvisamente, il tracollo. La sua azienda, i famosi Magazzini 33, fallirono, lui dovette vendere la sua bellissima villetta e ritirarsi in un appartamento in condominio. Comunque era sempre allegro e di buonumore, anche quando perse la sua Lisetta; mi telefonò e mi disse: “Lisetta non ce l’ha fatta. Ma la vita continua.”
Invece non continuò per molto. Nel 1990, a settantasei anni ci lasciò. Credo anche per le frustrazioni e delusioni, lui sempre così vitale e allegro e propositivo, con le sue BMW sempre nuove. E io mi rimprovero ancora oggi di non essergli stato vicino negli ultimi tempi. Preso e divorato dal lavoro e dal successo nel lavoro di quegli anni, trascurai amici come GAC a cui devo molto, forse anche una svolta nella mia vita. Ogni tanto mi chiedo: e se non avessi incontrato Achille Cavellini, Antonio Spada, Achille Mauri, Antonio Dias, come sarebbe stata la mia vita? È una domanda a cui non posso dare risposta, ma in cuor mio ogni tanto penso a loro con commozione e riconoscenza. A Cavellini vorrei portare presto una rosa rossa (a lui piacerebbe) sulla sua tomba a Brescia.


Contributi

Giorgio Colombo
Caro Giancarlo,
Si dice che una fotografia vale più di mille parole, ma i tuoi ricordi non possono essere sostituiti dalle fotografie, salvo accompagnarli quando possibile. Continua a raccontare.
Un caro saluto,
Giorgio

Caro Giorgio, alla nostra età affiorano ricordi impensati, lasciati fuori dalla porta degli anni giovani che tutto spazzano via. Ma la memoria è un animale strano. È un gatto dalle sette vite. Peccato accorgersene solo ora. Tu invece non hai problemi. La tua Leica è inossidabile.

Gemma Testa
Caro Giancarlo,
l’ultima volta che ci siamo sentiti è stato in occasione di una tua intervista che mi hai fatto nei primi anni duemila, in cui mi hai lusingato chiedendomi di scrivere per Flash Art. Sono passati molti anni ma non ho mai smesso di seguirti con grande interesse. Sto leggendo con curiosità la tua rubrica “Amarcord” e, in particolare, ho recentemente letto il tuo ultimo ricordo su Bruno Bischofberger. Da sempre mi appassiona molto e mi incuriosisce la “vita degli altri”, ovviamente dei grandi personaggi, e i tuoi scritti sono davvero coinvolgenti anche perché mi riportano alla memoria dei ricordi personali, tempi vissuti in giro per il mondo con Armando. Qualora decidessi di raccoglierli in una pubblicazione sarei sicuramente una delle tue prime lettrici!
Un caro saluto a te, a Helena e Gea,
Gemma

Cara Gemma, se riesco a strizzare la mia memoria con tutti i ricordi necessari mi piacerebbe scrivere un “Amarcord” su un personaggio picaresco come Armando Testa. Voglio rifletterci.

Paolo Buggiani e la Street Art
Caro Giancarlo,
leggo con piacere e nostalgia i tuoi “Amarcord” anche se le mie presenze a singhiozzo si alternavano tra i ventiquattro anni passati a New York e il resto tra Roma e Milano.
All’inizio degli anni Ottanta, a New York, con Enrico Baj eri andato alla Rivington School, nel Lower East Side, uno dei punti bollenti della nascente Street Art con Fashion Moda nel South Bronx e la banchina abbandonata, il Pier 34 sul fiume Hudson. Il tuo intuito ti aveva avvisato che era l’inizio di un importante movimento che sarebbe un giorno diventato mondiale. Ma quando hai incontrato Helena che aveva collezionato un certo numero di pubblicità dalla miriade di mini gallerie che in quel momento spuntavano nell’East Village decidesti di cambiare direzione al timone. Sui muri di Soho c'era un manifesto di Jenny Holzer che diceva: “Questa è arte che si suppone non debba esistere, è un’arte messa dove tutti possano vederla, è un'arte sui problemi seri, un’arte talmente bella per dimostrare quanto le cose potrebbero essere meravigliose”.
Con tutto il rispetto per il grande lavoro che hai svolto,
Paolo Buggiani

La Street Art? Un’arte per chi non ha voce?
Caro Paolo, grazie per i ricordi belli di New York. Ma sei tu che sbagli. Nessuno mi ha fatto cambiare strada, tanto meno Helena che non era addetta a raccogliere la pubblicità ma a dirigere la rivista, ad intervistare artisti e critici, a parlare con Rosalind Kraus, Douglas Crimp, RoseLee Goldberg, Paul Taylor, Carlo McCormick, Peter Schejdal, ecc. O con Peter Halley, Jeff Koons, Cindy Sherman, Sherrie Levine, Robert Longo, David Salle, Troy Brauntuch, ecc. All’epoca, data la visibilità di Flash Art e il suo consenso tra gli artisti e galleristi, la pubblicità arrivava a tonnellate senza nemmeno cercarla. E spesso la si rifiutava.
Io ho sempre creduto e anche scritto molti anni fa che la Street Art deve restare nelle strade, sui muri, nelle periferie abbandonate, nei centri sociali o di raccolta degli emigrati, parlare alla gente e portare messaggi a chi ne ha bisogno. Portare la Street Art nei musei o nelle gallerie o nelle riviste d’arte significherebbe snaturarla, non averla capita. Come portare una tigre in uno zoo. E se fossi in te, non sarei così ottimista sulla affermazione mondiale della Street Art. Le rare mostre che gallerie o musei hanno organizzato sembravano degli obitori. Perché la Street Art ha bisogno di spazio, di luce, di aria, di auto, treni e metropolitane che la veicolino da una città all’altra, di gente che vi cammina sopra, che la sporchi, che la usi. E ricordati che di Banksy ce n’è solo uno, gli altri son nessuno.

Letizia Cariello
L’ho letto tutto. In un momento storico in cui c’è troppo di tutto, ho imparato qualcosa.

Marco Nereo Rotelli
Caro Giancarlo,
Bello il tuo viaggio nel tempo che rianima il vissuto e ravviva lo spirito.
Un caro saluto,
Marco

Grazie Marco, per quanto farai a Cancelli, sulle montagne dell’Umbria. Sono con voi anche se chiuso nella mia “area condizionata” qui a Milano. E Maurizio Cancelli meriterebbe molto di più di ciò che ha ottenuto nella vita. Come uomo e come artista. Ma né le istituzioni locali né le eminenze grigie di Foligno gli sono state amiche. Per incompetenza e gelosia.

Mauro Corbani
Caro Giancarlo,
che spasso i tuoi “Amarcord” che ben descrivi. Vere kikke per chi ancora non le conosce…
Un abbraccio,
Mauro.

Flavia Montecchi
Caro Giancarlo,
È sempre bello leggerla. Quando arrivano questi “Amarcord”, so che ci sarà un piacevole momento della giornata in cui li leggerò. Grazie per questo prezioso contributo alla storiografia dell’arte!
Alla prossima settimana!

Italo Ianfredini
Caro Politi,
Anni fa, Tonino Guerra su la Repubblica narrava di un episodio vissuto da ragazzo. Mentre passeggiava con il nonno si accorse che di tanto in tanto si fermava e si voltava indietro.
Tonino chiese il perché e il nonno rispose: “Per meglio andare avanti”.
Credo che i suoi “Amarcord” siano inviti a non disperdere mai la memoria in quanto non è solo “ritenzione” ma anche “restituzione”, spinta ad andare meglio avanti, crescere. Grazie nonno-ragazzo!
Un saluto,
Italo Ianfredini

Annalisa Avon
Gent.mo,
Devo averLa incrociata tanti anni fa nella galleria di Salvatore Ala, a Milano (la sede di New York e il disastro finanziario sono venuti dopo), amavo Salvatore a quel tempo.
Gli scritti suoi sul passato mi affascinano, ci ricavo qualcosa di buono e umano, pure se non tutti gli artisti dei quali parla li trovo interessanti, a posteriori, né mi piacevano allora, avevo si e no vent’anni, ma abbastanza appassionata all’arte.
Grazie comunque,
Annalisa Avon

Lamberto Teotino
Grazie degli aggiornamenti Giancarlo.

Buona giornata,
Lamberto 


Gianmaria Fontana di Sacculmino
Duole leggere nuovamente, anche a distanza di qualche anno, parole sempre acide riferite sia a Brajo sia al Fuseum. Noto che lei non sia molto informato: niente topi; nemmeno ragnatele.

La Fondazione da me creata è linda e derattizzata ed il Fuseum, le piaccia la notizia, è in ottima salute, fa parte del Sistema Museale Regionale, ospita i visitatori e le scuole con regolarità. La Fondazione ha anche riaperto la Brajta per mostrare la parte documentale e probabilmente le è sfuggito che ha anche inaugurato la Sala Bettina come piccolo caffè culturale e la Sala degli Elleni dedicata ad eventi di cultura e mostre di giovani artisti.
Solo da poche settimane si è appunto conclusa la mostra “Brana” curata da Andrea Baffoni, con catalogo curato da Fabrizio Fabbri. Anche questa notizia le deve essere sfuggita.

Gianmaria Fontana di Sacculmino, Direttore artistico di Fuseum

Egregio signore, ho sempre avuto parole di grande stima e simpatia per il mio (ex ahimè) amico Brajo Fuso, dentista rinomato e instancabile artista sperimentatore. Visto che da Perugia non esce alcuna notizia su questo Fuseum, uno spazio molto peculiare, dedicato alle opere di Brajo, mi chiedevo semplicemente se esisteva ancora. Tutto qui. E mi pare naturale porre questa domanda a un amico del posto. Credo che compito di quest’istituzione, peraltro sostenuta forse dalla regione e certamente dai Fondi Europei, sarebbe anche quello di promuovere la propria attività, farla conoscere, anche al di fuori della regione. Ma visto che in tutti questi anni avete solo restaurato (e giustamente percepito lo stipendio) e realizzato qualche mostra per giovani artisti locali a cui non serve molto, vi chiedo cosa avete fatto delle opere di Brajo Fuso? Avete mai tentato di realizzare una sua mostra a Roma, Milano o a New York? Non era questo forse il messaggio e il desiderio lasciato da Brajo? Con un po’ di buona volontà e un minimo di competenza, sarebbe stato certamente possibile. Da qualche anno si sono aperti molti spiragli per i recuperi storici. E Brajo ci sarebbe potuto stare. Invece non è successo nulla, se non una mostra a un giovane del posto. Mi creda, ho conosciuto bene Brajo, la sua operosità, la sua splendida autoironia: invece delle mostre che state organizzando, avrebbe preferito vedere i topi circolare tra le sue opere. Ne sarebbe restato affascinato. E le sue opere ne avrebbero guadagnato in vitalità. Permettetemi dunque di giudicare il vostro lavoro per lo meno dispersivo. Se non inutile.

Galleria delle Arti
Caro Direttore,
Perché il maestro Burri le è tanto antipatico?

Antipatico Burri? Dove lo hai letto? Mi era molto simpatico proprio per quella sua asprezza contadina, per la sua determinazione nel lavoro, per il suo disprezzo dell’opera altrui, per la sua presunzione di essere il migliore. Ma non come l’altro migliore che invece è stato il peggiore. Alberto Burri è veramente una pietra miliare nella storia della pittura italiana. Lui o Fontana? Questo è il problema. Qui a Milano e forse anche all’estero si pensa a Fontana, io invece ho seri dubbi. Anche se non posso dire che la storia mi darà ragione.

Giuseppe Panzironi
Caro Giancarlo
Mi piacciono questi tuoi “Amarcord”, mi portano indietro nel tempo! Qualche avventura durante i trasporti di opere d’arte alle varie fiere le abbiamo vissute anche insieme! Grazie e comunque ci siamo ancora.

Mauro Soave Conti
Grazie Giancarlo Politi. Passano gli anni… Ma, i migliori rimangono…

Claudio Stefanini
Esperienze speranze prospettive: dalla visione di artisti che contribuiscono alla crescita positiva della gente nonostante l’ignoranza manipolata.

Andrea Tugnoli
Complimenti per il suo articolo, davvero molto interessante, descrive perfettamente l’atmosfera di quegli anni.
Distinti saluti,
Andrea Tugnoli

martedì 26 giugno 2018

Amarcord 7 - Incontri, Ricordi, Euforie, Melanconie di Giancarlo Politi

Amarcord 7
Incontri, Ricordi, Euforie, Melanconie
di Giancarlo Politi
giancarlo@flashartonline.com

Bruno Bischofberger con Andy Warhol, Jean-Michel Basquiat e Francesco Clemente (New York,1984)
Bruno Bischofberger
Bruno Bischofberger, mercante di Zurigo, è stato uno dei grandi protagonisti dell’arte internazionale degli anni Settanta e Ottanta. Insieme a Leo Castelli è stato il gallerista che ha maggiormente influito sul mercato dell’arte di quegli anni. Mentre però Leo Castelli, triestino doc, influiva dall’alto della sua autorità storica e con uno staff di artisti come Jackson Pollock, Jasper Johns, Robert Rauschenberg, Cy Twombly, Roy Lichtenstein, Andy Warhol, ecc. Bischofberger doveva muoversi convulsamente tra Zurigo, St, Moritz e New York, in cerca sempre del blue chips. Se Leo era l’immagine del buddha immobile aspettando che il mondo venisse a lui, Bruno era l’immagine della trottola che girava il mondo, alla caccia di artisti e collezionisti. Certo, il vero mercante tra i due era Bischofberger, mentre Leo era l’immagine stereotipata del gallerista che protegge i suoi artisti.

Bruno possedeva una bellissima casa a St. Moritz, proprio accanto a quella dell’avvocato Agnelli, dove talvolta mi ospitava con Helena. Con l’avvocato spesso si salutavano dalla finestra e poi insieme andavano al Circolo dello Sci, dove si ritrovavano numerosi miliardari di tutto il mondo. Un club della ricchezza noioso e borioso dove non si era ammessi se non presentati da un socio eminente. 
Ricordo che mi presentò un signor Rossi della famosa ditta Martini&Rossi e il noto playboy Gunter Sachs, allora protagonista del jet set internazionale e suo fedele collezionista. La sola persona simpatica e autoironica in quel club per ultraricchi era Bruno Bischofberger.
Il circolo era frequentato dai soci appassionati di “skeleton”, una specialità allora esclusiva di St. Moritz. Si trattava di uno sport pericoloso, in cui un folle con la pancia sullo slittino e la testa in avanti, si lanciava a forte velocità in una pista di ghiaccio, rischiando di spaccarsi la testa a ogni curva. Allora lo skeleton si praticava solo a St. Moritz e i soci si opponevano che diventasse sport olimpico per mantenerne l’esclusività molto snobistica. Ebbene, Bruno era stato campione mondiale (di questo sport praticato da non più di cinquanta persone e solo a St. Moritz), mi pare nel 1959. Per questo era molto rispettato. Vendeva a gogò opere di Warhol (di cui era grande amico) e, successivamente, della Pattern Painting, poi di Schnabel e la Transavanguardia a quei miliardari i cui pur sostanziosi prezzi praticati allora da Bischofberger erano per loro come bruscolini. Mi disse anche che aveva venduto numerose opere all’Avvocato e all’armatore greco Niarchos, altro suo vicino di casa. 
Un giorno senza preavviso me lo trovai in redazione a Milano, a quei tempi in via Donatello 36. Con i pantaloni alla zuava come i montanari di Appenzello, suo cantone di origine, dove da giovane gestiva una galleria di artisti naïf, mi presentò un imberbe biondiccio un po’ brufoloso Julian Schnabel. Dovresti fargli una intervista, mi disse. È un giovane molto interessante. Io avevo sentito parlare di Julian Schnabel ma non lo conoscevo abbastanza per poterlo intervistare. Lo feci più tardi a New York. Una bellissima intervista che poi Julian, con la sua tipica arroganza, volle rivedere e la mortificò facendola diventare un comunicato stampa. Julian nel suo film su Basquiat, che ebbe un ottimo successo, ritagliò un ruolo quasi da protagonista per Bruno Bischofberger, interpretato da Dennis Hopper.
La tomba del Faraone

La nuova sede della Galleria Bischofberger.
Bruno, appena un artista appariva sulla scena di New York, acquistava tutta la sua produzione. Negli anni Settanta, oltre a Warhol, (Bruno mi confessò che per firmare il portfolio di grafica delle Marilyn in negativo, Warhol chiese il viaggio aereo in prima classe per lui e il suo staff – una decina di persone – e volle riservato anche tutto l’ultimo piano di un grand’hotel, pretendendo un congruo finanziamento per la sua rivista Interview, di cui di fatto Bruno divenne l’editore), Bischofberger acquistò tutta la Pattern Painting (Robert Kushner, Zakanitch) allora sotto i riflettori e facente capo a Holly Solomon, la gallerista cult di Soho, per qualche tempo referente di Bruno a New York. Dopo la Pattern Painting, che Bruno abbandonò al primo segnale di flessione del mercato, grazie a Annina Nosei, curioso e intuitivo personaggio italiano, moglie di John Weber, il gallerista dell’arte minimal e concettuale, conobbe Jean Michel Basquiat, affascinante ragazzo di colore pieno di genio e di droghe varie, che presentò a Andy Warhol, per una amicizia senza fine.
Bruno mi raccontava che spesso andava da Zurigo a New York in giornata. Partiva da Zurigo per Parigi alle 7 del mattino. Poi a Parigi alle 9 si imbarcava sul Concorde che dopo 3 ore lo faceva atterrare a New York alle 8 del mattino locali. 
Ad attenderlo c’era una Limousine che per 200 dollari lo scorrazzava tutto il giorno negli studi degli artisti. Nel pomeriggio Bruno, con la sua limousine che lo riportava all'aeroporto JFK, riprendeva il Concorde per tornare in serata a cena con la famiglia a Zurigo. Anche per questo e per la sua fame di opere, Bischofberger divenne un mito. Bruno comprava solo artisti americani o viventi a New York (anche Francesco Clemente) ma ne acquistava a tonnellate, per poi liberarsene al primo segnale di debolezza del mercato. In ogni caso ogni artista di New York sognava di vedere arrivare davanti al suo studio la sua famosa Limousine bianca, che poteva fare la fortuna di ogni artista, ma anche dannarlo (Rodney Ripps, dapprima acquistato e celebrato da Bruno, poi abbandonato, sembra abbia tentato il suicidio). Nei suoi anni d’oro Bischofberger è stato il gallerista di Julian Schnabel e della Transavanguardia. Con il declino della Transavanguardia, forse per stanchezza, iniziò anche il declino della galleria Bischofberger, che rinunciò alla Fiera di Basilea e apriva la galleria solo su appuntamento.  
Nel 2009 la Fondazione Agnelli ha celebrato Bruno Bischofberger con una mostra della sua collezione di arte e design. Nel 2015 Bruno Bischofberger, per rispondere alle grandi gallerie americane, inaugura, con una mostra di Miguel Barcelò, uno spazio, sempre a Zurigo, di duecentocinquantamila metri quadri. Sì, avete capito bene: di duecentocinquantamila metri quadrati è la Piramide che il Faraone Bruno Bischofberger si è fatto costruire per riporvi i suoi tesori e farsi seppellire con loro: la grande arte contemporanea, il suo amore primigenio, e il suo amore più recente, il design. Uno spazio restaurato da sua figlia Nina e da suo marito Florian Baier. E diretta dal giovane Magnus Bischofberger che all’ombra del grande padre vuole continuarne in qualche modo (ma in quale modo?) l’ambiziosa tradizione. Per ora la grandiosa costruzione, più grande di un aeroporto o cinque volte uno stadio, è una cattedrale nel deserto dove su appuntamento si può visitare questa splendida tomba dell’arte contemporanea.
Contributi
Fabio Novembre

Caro Giancarlo, i tuoi amarcord sono bellissimi.
Li sto girando ad amici degni di condivisione :)
Continua, grazie!
Ti abbraccio, Fabio

Loredana Parmesani
Caro Giancarlo, leggere i tuoi colti e umani ricordi è una meraviglia. Grazie. Un abbraccio. Loredana

Loredana, che emozione leggerti. Non ti vedo dall’estate di dieci anni fa a Hydra, nella villa di Dakis Joannou, quando abbiamo trascorso una bellissima estate insieme. Il tempo vola, ma vediamoci da noi prima che sia tardi. Un abbraccio da Helena e Gea, che ti deve molto.

Giobatta Meneguzzo
Caro Giancarlo,
Ti ringrazio per avermi citato sul numero 339 di Flash Art. Forse sarebbe da chiarire il precedente articolo scritto da Alessandro Bava apparso sul numero 332, nel quale ci sono alcune inesattezze. Ad ogni modo spero di sentirti presto e ti ringrazio ancora. Saluti,
Giobatta Meneguzzo, Museo CasaBianca, Malo, Vicenza

Caro Giobatta, ognuno è responsabile di ciò che pensa e scrive. Noi due conosciamo la verità delle cose che abbiamo vissuto. E io ho una grande stima e riconoscenza per te. Ricordo con nostalgia i giorni trascorsi insieme a Malo, a parlare di arte e della tua straordinaria casa, che mi dicono ormai (giustamente) mutilata delle opere che la videro nascere. E del tuo bellissimo e maniacale museo della grafica. Se avessi il tempo e la forza mi piacerebbe veramente effettuare una rimpatriata e parlarti tanto, di tutto, senza che tu capisca nulla. Come è d’uso ormai tra le persone che hanno ascoltato tanto. Per noi che abbiamo vissuto tante, intense primavere, con Fontana, Castellani, Nanda Vigo, è più importante scambiarci occhiate e sorrisi. Le nostre orecchie servono ora a captare le nuvole, i profumi, i colori e i sapori della tua Malo.
PS. Per chi non ricorda: La casa di Giobatta Meneguzzo a Malo, è stata costruita da Nanda Vigo su progetto di Giò Ponti, con opere realizzate espressamente da Lucio Fontana, Nanda Vigo e Enrico Castellani. E forse anche Soto?

Giuliano Giuman
Caro Giancarlo, molto interessanti i tuoi Amarcord. Ti volevo segnalare che nella pinacoteca dell’Accademia Vannucci a Perugia, c’è un quadro figurativo di Alberto Burri Pesca a Fano del 1947. Saluti.
Giuliano Giuman

Caro Giuliano, grazie per la segnalazione. Io oltre che nel suo studio a Città di Castello, dove Burri mi mostrò due sue opere figurative, ne vidi altre due a casa di Brajo e Bettina Fuso. Che fine hanno fatto? Sono nel Fuseum? Il quale è ancora attivo? Oppure come tutte le Fondazioni di buona volontà e di grandi propositi, dopo qualche anno vengono invasi da ragnatele e da topi?

Luca Rossi
Grazie Giancarlo, bellissime questa pagine. E detto da me buona camicia a tutti :)
luca

Grazie Luca (????). Buon lavoro.

Antonio Carbone
Caro Giancarlo, da anni leggo e seguo Flash Art, sempre con grande interesse e possibilità di apprendere. Ma queste tue ricostruzioni sul filo della memoria artistica e delle vicende umane hanno un valore incommensurabile: rendono le storie artistiche (artisti, galleristi, critici) umane, vere, affascinanti e più comprensibili in senso più ampio e compiuto. A proposito di Burri, pensavo di trovare nella tua nota qualcosa in merito al rapporto tra Burri e Joseph Beuys. In particolare sul loro incontro ???? Alla Sala dei Notari a PG. Su cui ho letto giudizi contrastanti. Puoi dirci qualcosa?
Grazie, ed attendo con ansia di leggere il tuo prossimo Amarcord.
Saluti,
Antonio Carbone

Beuys vs Burri a Perugia: una pagliacciata


Caro amico,
i miei Amarcord sono frutto di esperienze dirette, spesso con date e nomi precisi. Non invento nulla, semmai con il tempo qualche ricordo si fa più vivo, altri meno. Ma tutto, tenendo conto dell’età, è riscontrabile e rintracciabile.
Non ho assistito all’incontro Beuys e Burri, che nessuno dei due artisti ha gradito e considerato significativo. Mettere a confronto due artisti così antitetici, che non avevano nulla da dirsi, esibizionista per natura uno (Beuys), riservato e timido l’altro (Burri, che spesso assisteva alle sue inaugurazioni nascosto dietro le quinte) la considero una pagliacciata organizzata per la piazza. Burri quando fugacemente me ne accennò, fece un sorrisetto di sufficienza. Pensa quale stima poteva avere il contadino umbro per un (abilissimo) funambolo e incantatore di serpenti. Pensaci bene.

Marino Consani
...ricordi straordinari...di un uomo che non ama la musica…

Per ricordare non c’è bisogno di musica. Bastano gli occhi e le orecchie.

Valentina Angeli
Gentile dott. Politi, seguo con molto interesse i suoi Amarcord... mi dedico con passione alla pittura e leggere episodi biografici di grandi artisti che ammiro mi procura un grande piacere. Grazie per la sua generosità. Valentina Angeli

Luca Zanini
Gentile Direttore
grazie e spero in una prossima sua “Storia dell'arte contemporanea (con testimone)”
buona giornata
Luca Zanini

Lasciamo la storia agli storici. Noi che siamo dei voyeur, ci occupiamo di cronaca

Michael Rotondi
Grande direttore!!

Ma direttore de che? Di me stesso? Forse nemmeno.

Vittorio Pannone
CI STAI NUTRENDO.

Se fosse così facile dare da mangiare agli affamati, il mondo sarebbe diverso.

Giuseppe Modica
Caro Giancarlo, grazie.
Affascinante e straordinaria testimonianza, un valore aggiunto fondamentale per
rivelare e dare luce alla Sua avventura poetica.
Giuseppe Modica

Marta Colombo
Gentile Giancarlo Politi, le segnalo l’uscita del nuovo volume “Alberto Burri. Il Grande Cretto di Gibellina”, edito da Magonza, con testo di Massimo Recalcati e fotografie inedite di Aurelio Amendola.
Sudario di cemento steso sui resti di un paese distrutto, il Grande Cretto di Gibellina si fa toccante testimone ed eterno custode della Storia e delle persone che in quei luoghi hanno vissuto. Adagiato sulle macerie della vecchia Gibellina, il lavoro di Burri protegge e preserva, con il perpetuo invito al silenzio, la memoria dell'immane tragedia scatenata dal sisma. Molto cordialmente. Marta Colombo

Alcuni anni fa Burri mi parlava di questo suo cretto abbandonato, invaso dalle erbe e dagli animali. Spero sia stato restaurato.

Alba Cappellieri
Che bel racconto! Grazie

Martina Biondi
Gentile Giancarlo Politi,
grazie per la sua interessante e-mail. Lei conosce a fondo il mondo dell’arte e della poesia. Mi ha fatto venire in mente il lavoro di Simone Casetta che mi piacerebbe farle conoscere. Provi a leggere il testo critico di Simona Bartolena e a vedere il filmato della TV Svizzera di cui le lascio il link.
Mi contatti, se vorrà parlarne a voce. Mi farebbe piacere. Un caro saluto
Martina Biondi

Non è uno spazio per cuori solitari
Cara Martina,
questo spazio è riservato a opinioni e contributi riguardanti l’argomento di Amarcord.
Non è uno spazio per cuori solitari o di dilettanti allo sbaraglio (non è il suo caso).
Io non sono un tuttologo. Anzi, mi reputo un pocologo. Lascio volentieri a chi è più preparato di me di occuparsi dell’altro.

Romina Guidelli
Buonasera Maestro.
Questo messaggio é per lei e non contiene “smania di apparire” tra i molti nomi che stimo e che leggo lasciarle un messaggio sincero al termine dei suoi Amarcord. È proprio per lei. Per me che ho amato spesso senza avere avuto la fortuna di incontrare, “conoscere attraverso” è un bisogno continuo ed essenziale. Colma la mancanza dovuta all'allora giovane età - se non addirittura mancata esistenza - che non mi ha permesso di costruire “ricordi vivi”. Dai libri di storia alla storia vera, il calore si dilata e riscalda i colori. Mi ripeto spesso l'ordine delle priorità della conoscenza: prima gli uomini, poi gli artisti. Questo, a mio umilissimo parere, è l'unico modo d'essere curatori. Questo é l'unico modo per conoscere e amare, davvero, l’opera d’arte. Le sue parole sono il buon viaggio che spesso non ho fatto ma di cui, attraverso lei, posso comunque costruire memoria fino a vedere i colori.
Grazie, volevo dirle semplicemente questo. E che io racconterò di lei, no nel libro che non scriverò, ma nei testi che continuerò a scrivere, dove magari non troverà il suo nome ma ora sa che troverà il suo insegnamento.
Romina Guidelli

Cara Romina, si guardi dai cattivi maestri come me. Ce ne sono troppi in giro.

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