mercoledì 24 ottobre 2018

Amarcord 19 - Incontri, Ricordi, Euforie, Melanconie

Amarcord 19
Incontri, Ricordi, Euforie, Melanconie

di Giancarlo Politi
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giancarlo@flashartonline.com

L’artista e il suo doppio. Collezione privata, Tezze di Arzignano.
Gino De Dominicis, il voyeur dell'arte
Autunno 1967. Roma, bar Rosati. Stavo aspettando Fabio Mauri per una nuova visita al suo studio. Io seduto ad un tavolino, orgoglioso con il nuovo Flash Art fresco di stampa che tenevo appositamente in bella vista (all’epoca sperimentavo ogni forma di promozione primitiva e gratuita: appunto tenere sul tavolo di Rosati (e di ogni bar dove mi sedevo) Flash Art o girare con la valigetta nera di Pio Manzù e una tuta bianca con la scritta Flash Art. (Iniziative promozionali a costo zero ma credo anche con risultati molto vicini allo zero) e gustavo un aperitivo, guardando di fronte a me il bar Canova, ritrovo dei pittori tradizionalisti, molti giornalisti Rai la cui sede era proprio accanto e di qualche pappone. Ma il mio sguardo si perdeva su Piazza del Popolo, brulicante di gente, di colori e di sensazioni. Debbo dire che sedersi da Rosati per un aperitivo e lasciarsi andare con lo sguardo su Piazza del Popolo, è una bellissima sensazione che ti fa assaporare Roma e la sua bellezza anche negli aspetti più misteriosi. Chi non l’ha provata non potrà capire.
Ad un tratto mi si avvicina un giovane con un sorriso beffardo e baffetti dispettosi, capelli lunghi con brillantina. Il solito provinciale in cerca di visibilità da Rosati, sempre pieno di aspiranti attori di tutti i generi, pensai. Sono Gino De Dominicis, mi disse, posso dare uno sguardo a Flash Art? Certo risposi, ma siediti. E cosa bevi? Un Cynar, grazie. Guardò con interesse Flash Art e fu colpito da una foto di Vito Acconci bendato mentre cercava di prendere una palla da tennis mentre rimbalzava. Interessante questo artista mi disse. Lo conosci? Gli raccontai quel poco che sapevo allora di Acconci, che invece dopo poco conobbi meglio. Ciao Vito gli dissi a New York, come stai? A quei tempi in Italia, era molto famoso un corridore ciclista, abruzzese, Vito Taccone e non so perché io accomunavo sempre Vito Taccone con Vito Acconci (con padre abruzzese anche lui). E pensando che Acconci fosse un italiano di Little Italy che amano parlare italiano, mi rivolsi a lui nella mia lingua, sicuro che lui mi capisse. What? Mi rispose. Non capiva una parola di italiano, non era mai stato in Italia, tanto meno in Abruzzo, da cui provenivano i genitori. Sapeva a malapena dove si trovava l’Italia di cui non gli importava nulla. Io rimasi di sasso.

Divenni invece subito amico di Gino (ma era possibile diventare amico di Gino?) che mi raccontò di essere da poco arrivato da Ancona, suo padre era un antiquario e restauratore, da cui lui aveva appreso i primi rudimenti di pittura migliorando così quella strepitosa manualità che possedeva. Fraternizzammo subito, lui marchigiano, io umbro. Dove hai lo studio gli chiesi. Mi piacerebbe vederlo. Non ho ancora uno studio mi rispose, vivo in albergo e non ho nulla da mostrare.

Fabio Mauri. Fotografia di Elisabetta Catalano.

Gino De Dominicis realizza l'unica grafica della sua vita
Poco dopo salutai Gino e me ne andai con Fabio Mauri, sempre gentile, affabile, molto informato sull’arte e la letteratura. Fabio era un ottimo artista ma siccome era benestante (o molto di più) nell’ambiente artistico era considerato un intruso e sottostimato. Ricordo che Plinio de Martiis il gallerista mitico che faceva opinione, mi diceva: i ricchi non possono essere dei bravi artisti. Per essere artisti bisogna soffrire la fame. Lo stesso mi diceva di Gianfranco Baruchello, altro artista molto benestante, che negli anni ‘60 girava in Ferrari. Anzi, ricordo che accompagnò in Ferrari Marcel Duchamp, sbalordito e divertito, dall'aeroporto alla galleria di Plinio, la famosa Tartaruga. Insomma, in quegli anni, ma forse anche oggi, i ricchi non avevano molto credito nel circolo dell’arte, già sovraffollato di artisti spesso realmente bisognosi (almeno in quegli anni). Mentre Fabio Mauri, habitué del Bolognese, il ristorante bene, accanto a Rosati (frequentato da artisti, intellettuali e cineasti affermati) sempre molto elegante e con accanto la bellissima Elisabetta Catalano, fotografa glamour di quegli anni, certamente povero non era. Fabio dirigeva dal 1959, l’Almanacco Bompiani, una pubblicazione annuale di grande prestigio a cui collaborarono tutti gli scrittori di quegli anni, a cominciare da Pasolini, di cui Fabio era molto amico. Ma l’Almanacco riservava un certo spazio anche all’arte. Grazie a questa pubblicazione molto autorevole e alla disponibilità, (per cui spesso comperava opere dei suoi colleghi che in stato di necessità si rivolgevano a lui), Fabio era molto stimato come persona colta e generosa ma sottostimato come artista. Di lui dicevano che arrivava un minuto dopo gli altri (Schifano, Rotella, ecc.) ma in meglio. Infatti i suoi monocromi sono più belli di quelli di Schifano, che li aveva scopiazzati a New York da Jasper Johns. Grazie alle sue disponibilità le sue opere erano tecnicamente perfette, perché per realizzarle si affidava sempre ad ottimi professionisti. Ma leggo stupefatto una dichiarazione di Fabio Mauri che considero frutto di una strategia per apparire un artista povero come piaceva a Plinio de Martiis, guru dell’arte a Roma negli anni ’60, perché Fabio era Presidente delle Messaggerie italiane, una delle aziende più solide in Italia. Ecco la sua testimonianza, tratta da una intervista con Giorgio Dell'Arti: Insomma la desolazione e la sofferenza erano quotidiane. Avevo fame e non avevo soldi neanche per l’autobus. Facevo delle camminate pazzesche. In una di quelle passeggiate sconsolate, vidi nella vetrina di una galleria, era l’Obelisco, un libro aperto su un’immagine. Era un quadro di Burri. Un sacco con un buco, da cui usciva del rosso. In quel momento realizzai che la pittura non era più la rappresentazione di qualche cosa, ma diventava lei il qualche cosa. Credo che Fabio, per entrare nelle grazie del mondo dell’arte, ha romanzato la sua vita fingendosi povero. A Roma aveva un appartamento stupendo con tutte le finestre su Piazza Navona (forse lo stesso che poi acquisì Mimmo Paladino?) e uno studio grande e luminoso. Ma Fabio Mauri è sempre stato, per la sua sensibilità e educazione, un uomo di basso profilo (in un certo qual modo mi ricorda Vaclav Havel, Presidente della Cecoslovacchia, di famiglia ricchissima ma che da bambino si vergognava della propria ricchezza e invidiava i compagni di classe poverissimi e avrebbe voluto essere uno di loro, sporco e scalzo). Il tempo e la fortuna hanno lavorato a favore di Fabio Mauri, ora diventato un apprezzato e costoso artista internazionale.

Gino De Dominicis mentre firma la sua unica grafica. Fotografia di Pio Monti
Gino De Dominicis realizza l'unica grafica della sua vita
Rividi Gino De Dominicis qualche mese dopo a Macerata, da Pio Monti mentre realizzava una grafica molto curiosa. Una serie di testine attorno a un cerchio. Un disegno leonardesco. A quanto dovrei venderla, mi chiese. Non so, risposi. Chiedilo a Pio Monti che la sta realizzando. Ma Andy Warhol quanto costerebbe? Forse 200 mila lire (erano altri tempi: una grafica di Dorazio costava 5 mila). Allora la mia grafica deve costare il triplo di Warhol, 600 mila perché è la sola mia opera grafica. E resterà unica. A quei tempi con 600 mila comperavi una bella opera di Kounellis o Pascali. E tantissimi altri. Gino era simpaticamente esagerato e sempre autoreferenziale ma un po’ guascone in tutte le circostanze. Ma lo faceva in modo serio, come se lui credesse a ciò che diceva. Un giorno mi chiese quanto costasse un grattacielo a New York. Gino, risposi, cosa vuoi che ne sappia. Un miliardo? Due? Allora un miliardo era una cifra immaginaria, non si sapeva bene a cosa corrispondesse. Se un grattacielo costa un miliardo rispose, la mia opera che è unica, deve costare almeno due miliardi. Di grattacieli ce ne sono tanti, migliaia, di quest’opera una sola. La sua logica paradossale era ineccepibile. Negli anni ’80 aveva lo studio proprio accanto al carcere femminile, in via delle Mantellate, dove io spesso andavo a visitarlo. E in un appartamento accanto aveva lo studio Mario Schifano, con un balcone prospiciente a quello di Gino. Il quale mi diceva: vedi, da quel terrazzo Schifano si affaccia e guarda i miei quadri per copiarli. Per questo sto pensando di cercare un altro studio. Infatti di lì a poco si trasferì in via San Pantaleo, in un sontuoso e polveroso e buio palazzo che gli affittò qualche nobildonna amica e dove poi è morto. Sicuro però di non essere copiato. Su Gino De Dominicis si sono scritti libri, saggi, articoli, di studiosi, amici, ammiratori, ma anche di molti improvvisati dell’arte. Ma nessuno, tra quelli che conosco, se non sbaglio, ha avuto il coraggio di affrontare il problema del Gino De Dominicis artista concettuale, che lui stesso, in molti colloqui privati con me negava di essere stato. Io, diceva, quando ero considerato un artista concettuale in realtà studiavo (non so cosa volesse significare, forse intendeva dire che sperimentava): io sono soltanto un pittore. E io riconosco come mie solo le opere di pittura.  

Io credo che purtroppo con l’arte concettuale il criticismo accademico attuò un terrorismo culturale di cui soffrirono molti artisti (Paladino, Chia, Clemente, De Maria), poi rivelatisi magnifici pittori. I soli artisti concettuali che abbiamo avuto in Italia sono stati Vincenzo Agnetti, in parte Giulio Paolini, e soprattutto Francesco Matarrese, la cui radicalità ideologica, lo portò ad abbandonare l’arte, anche se lui sosterrebbe che è ancora un artista pur non producendo opere. Ma qui la discussione si fa filosofica, ed è proprio il campo dove vorrebbe condurci Francesco Matarrese e dove invece non mi addentro. La filosofia lavora sull’arte ma non può essere considerata arte. Io penso che il lavoro che sta svolgendo ora Francesco, sia da teorico dell’arte, non da artista. In ogni caso è affascinante la sua posizione filosofica e ideologica, a dimostrazione che l'analisi filosofica può portarti ovunque, a cavalcare qualsiasi ipotesi, a farti vivere qualsiasi dimensione. Ma credo possa condurre anche alla follia. Anche se non è il caso di Francesco.

Mozzarella in Carrozza? 1970. Courtesy Fratelli Cattelani, Modena.


L’esperienza concettuale di Gino De Dominicis fu una sorta di parodia?
Comunque Gino non fu artista concettuale, perché secondo lui, all’epoca studiava. Vuol dire che guardava gli altri. La Mozzarella in Carrozza? È una battuta da bar Rosati, dove davanti, un tempo, stazionavano le carrozze in attesa di turisti. Ma tutto il lavoro, cosiddetto concettuale di Gino fu una colossale presa in giro da parte dell’artista, un paradosso dei luoghi comuni. Compresa l’opera Palla di gomma caduta da due metri nell’attimo precedente il rimbalzo, cioè una semplice palla posata a terra. Opera certamente ispirata dalla famosa fotografia di Vito Acconci che guardò in Flash Art, seduto accanto a me. Le sue opere cosiddette concettuali erano spesso dei paradossi o calembour che avevano una matrice da bar romano. Che invece la intellighenzia del concettualismo ha santificato (ma il discorso potrebbe non essere riferito solo a Gino De Dominicis; almeno lui ti fa ridere, con il suo buffo tentativo di volo o il gettare in acqua un sasso cercando di far quadrare il cerchio, ecc.). Gino mi confessò che un collezionista di Foligno che aveva acquistato il suo Cubo Invisibile (cioè il nulla: solo un fogliettino bianco come certificato) dovette inviare un camion per trasportare il famoso cubo che non esisteva, se non nella fantasia dell'artista. Insomma una goliardata che però è entrata nei sacri testi della critica d'arte. La Storia è fatta anche di queste cose. Dopo essermi trasferito a Milano ci vedevamo meno spesso ma ci sentivamo frequentemente. Una volta, in un suo raro viaggio a Milano, venne da me in redazione, mi chiese di guardare il materiale di archivio che lo riguardava (io avevo sue lettere autografe, moltissime foto personali o di opere). Lo lasciai solo nell’archivio per poi pranzare insieme. Al ritorno dal pranzo, dopo esserci salutati, vado a guardare il suo dossier. Era scomparso tutto. Gino mi aveva sottratto tutto ciò che lo riguardava, lasciandomi solo anonimi inviti di qualche sua mostra e ritagli di giornali. Ma lo stesso fece Nicola De Maria, che mi sottrasse una serie di foto della sua mostra da Inga-Pin, di cervelli umani in contenitori sotto formalina, che aveva fotografato all’Università di farmacia dove in quel momento stava studiando). Ma Gino durante il pranzo mi raccontò che era stato invitato per una mostra a New York ma lui aveva rifiutato perché timoroso dell’aereo. Più tardi anche Marian Goodman, una delle più importanti gallerie americane, tentò invano un approccio con lui. E poi paradossalmente, a New York preferì la Fondazione Rayburn, di Isabella del Frate, che a Roma aveva lavorato alla galleria Editalia e quindi con la courtier Mitzi Sotis e che Gino conosceva. La quale Isabella poi si era sposata con un facoltoso avvocato americano ed aveva aperto una fondazione che però non ebbe molta fortuna. Ricordo anche che Paul Maenz, negli anni ottanta una delle gallerie più note in Europa mi diceva: cerca di convincere Gino ad esporre nella mia galleria. Con me ha sempre tergiversato ma non abbiamo mai concluso. Gino, non so bene perché (anche se io credo che la ragione del rifiuto fosse determinata dal fatto che Paul Maenz aveva esposto artisti italiano come Salvo e Ontani che lui non apprezzava), rifuggiva da tutte le opportunità che gli si offrivano, scegliendo sempre gli spazi meno appariscenti per poi concedersi a gallerie secondarie o marginali: evitava sempre accuratamente le gallerie primarie e partecipava raramente a mostre di gruppo. Alla inaugurazione della sua mostra di New York non vidi alcun critico o artista americano. Eravamo solo italiani, dall’ambasciatore (o addetto culturale) a Furio Colombo, ad amici personali di Gino. Non ho notizie su come andò la mostra, ma a me sembrò che fosse passata totalmente inosservata. Ma tutto ciò di cui ho parlato, si riferisce agli anni ottanta, quando lui aveva abbandonato la sua arte concettuale ed era diventato pittore (anche se da giovane, ad Ancona, pittore lo era già stato e credo che dopo la sua morte abbiano girato anche alcune opere molto giovanili da lui in vita mai riconosciute). Ma pochi sanno che a dargli il coraggio di tornare alla pittura sono stati gli artisti della Transavanguardia, da lui spesso sbeffeggiati. Il loro successo gli diede la forza di superare quel terrorismo critico di allora che ghettizzava la pittura, che culturalmente era considerata un passatempo per pensionati. Il solo Salvo era riuscito ad evadere dalla camicia di forza dalla cosiddetta arte concettuale. Perché negli anni ’70 essere pittori significava essere dei tradizionalisti e conservatori. Anche politicamente. E di questo ne sono certo, perché testimone. Ricordo che guardavamo assieme alcune immagini di Chia e Paladino tornati ad essere pittori figurativi e lui ne fu molto interessato anche se, mi sembrò, in modo ironico. Cosa ne pensi, mi chiese. Coraggiosi dissi io. Vediamo come andrà a finire. Ma il successo travolgente della Transavanguardia lo frustrò. Con me cercava sempre di sminuire il loro valore. Un giorno mi mostro dei disegni giovanili di Malevic, e mi disse: vedi da chi copia Cucchi? È vero, c’era una certa somiglianza, ma la ideologia della Transavanguardia era proprio l’attraversamento senza complessi della storia dell’arte. In realtà Gino fu un curioso voyeur dell’arte. Guardava tutto con estrema attenzione. E anche il suo periodo migliore, quello che lo ha reso celebre (bellissima la sua mostra da Emilio Mazzoli che miracolosamente era riuscito a gestirlo) aveva chiare derivazioni dall’arte sumera, di cui lui era conoscitore e cultore. E forse, nella sua esaltazione creativa, si sentiva la reincarnazione di Gilgamesh, il grande capo sumero sulla cui morte l’Epopea di Gilgamesh recita: Il grande toro giace; mai più potrà alzarsi. Che ha strani similitudine con la morte di Gino, pare trovato, immobile sul letto, impeccabilmente vestito di nero, come dovesse recarsi ad una serata di gala.

Loculo cinerario interno di Gino De Dominicis presso il Cimitero Flaminio di Roma.
Fotografia di Alfredo Saino.
(Ubicazione: zona corpo-ossari cinerari, sottozona corpo B, piano primo, gruppo 6)
Svelato il mistero del loculo di Gino De Dominics
Sulla morte di Gino esistono molte ombre che nessuno vuole fugare, anzi tutti hanno contribuito a infittire e a romanzare. Le sue ceneri sono al cimitero Flaminio, senza alcuna indicazione. Che nessuno troverebbe. Invece il suo loculo è al Cimitero Flaminio ed è stato scoperto e fotografato da Alfredo Saino, artista marchigiano e che sa tutto su Gino, il quale grazie ad una rete di relazioni ha individuato dove Gino è sepolto ed è riuscito a farsi rilasciare un documento per poter individuare il loculo anonimo. Ma pochi lo sanno, o fanno finta di non saperlo, che esiste un testamento olografo (di cui posseggo una fotocopia), di Gino De Dominicis a favore di Marta Massaioli, la cui autenticità è stata confermata da una nota grafologa romana. Non ho capito bene perché questo testamento non sia stato fatto valere per tempo, lasciando opere e diritti ad una lontana parente.
Purtroppo dopo la sua morte, Gino è stato suicidato più volte, con mostre e veti assurdi e contraddittori da una strategia da inesperti, che forse paradossalmente Gino avrebbe gradito ma che di fatto lo stanno escludendo dal panorama artistico e dal mercato. L’artista che sembrava dover seguire le fortunate orme di Burri e Fontana o Manzoni, è di fatto fermo e pressoché invendibile. Sarebbe stato meglio, dai responsabili dei diritti dei copyright, se fossero stati meno talebani, autenticare opere forse dubbie ma belle, anzi ché bloccare tutto lasciando il mercato di Gino in una palude da cui non so se e quando ne uscirà. E per di più con in circolazione opere che non si direbbero mai uscite dallo studio di Gino.
Nel 1987 gli chiesi di acquistare un’opera per la mia collezione. Dopo rinvii e tanti sospiri mi chiamò a Milano dicendomi che l’opera era pronta. Mi precipitai con Helena a Roma e dopo il solito Cynar (ne aveva il frigo quasi pieno: metà occupata dai Cynar e l’altra metà da denaro contante che traboccava dal frigo. Il frigo era la sua cassaforte, per il denaro e per i Cynar, che mi confessò di berne più di dieci al giorno) portatoci con eleganza da una bellissima ragazza in topless che lui chiamava con un campanello, mi mostrò l’opera. Che io e Helena apprezzammo subito. Infatti raramente Gino faceva uscire dallo studio opere non perfette. Io sapevo che lui chiedeva prezzi astronomici e in qualche caso da grande incantatore di serpenti, la spuntava. Iniziammo la pantomima del prezzo e dopo avermi parlato delle solite cose e fatto qualche gioco di prestigio, di cui andava molto orgoglioso (interessanti e apparentemente sconvolgenti, ma erano sempre le stesse) mi chiese un miliardo. Mi spiace caro Gino, ma la cifra è un po’ alta per me. Nel frattempo con il consueto campanello chiamò una ragazza e da un cospicuo rotolo di banconote che aveva tirato fuori dal frigorifero ne prese una dandola alla ragazza per acquistare le sigarette. Gino era un notorio maschilista, ma le ragazze che lavoravano con lui lo adoravano, perché pare fosse molto generoso con loro.

Caro Giancarlo, mi disse, ricordi il signor Bonaventura del Corriere dei Piccoli? Alla fine di ogni storia, per riconoscenza o fortuna, percepiva un milione come premio. Un milione di allora equivale al miliardo di oggi. Lasciami un assegno di un milione intestato a Bonaventura. E così feci. Chiamò un corriere e mi spedì il quadro a Milano.
E dopo qualche giorno vidi che l’assegno era stato inverosimilmente incassato dal signor Bonaventura. Gino aveva un amico anche in banca! Debbo però riconoscere che mi ha fatto attendere alcuni mesi per consegnarmi l’opera che avevo richiesto, ma quando mi telefonò e io andai, fu impeccabile. Credo che pagò il trasporto a Milano lui stesso. Un incredibile gesto di generosità. Questa generosità e puntualità mi ricorda quella di Luigi Ontani, artista eccentrico del nostro panorama dell’arte e che fa della trasgressione e della fuga dalla realtà il suo credo. Molti anni fa gli chiesi se poteva vendermi un’opera. Ti chiamo appena pronta, mi rispose felice. Ti farò una bella opera di cui sarai orgoglioso. Dopo un po’ richiama e mi dice che l’opera è pronta. Con l’aereo (o la macchina per trasportarla?) mi precipito a Roma. Quando arrivo da lui, con una faccia stralunata da far paura e ancora mezzo assonnata, malgrado l’ora tarda, mi dice: scusami Giancarlo, ma ieri sera è passato un collezionista e gli ho venduto la tua opera. Presto te ne preparerò un’altra. Non ho mai odiato nessun artista, ma Luigi Ontani in quell’occasione sì e lo avrei strozzato. Con tutti gli impegni che mi oberavano in quegli anni, mi precipito a Roma e lui con quella sua brutta faccia stralunata, candidamente mi dice: il tuo quadro l’ho venduto ieri sera. Mancanza totale di rispetto per il prossimo, mancanza di regole di convivenza civile che io non tollero nemmeno presso le persone più alternative. Fai l’alternativo con te stesso ma non con gli altri… Un altro episodio molto significativo: alla sua mostra da Emilio Mazzoli, molto folta e densa, durante la inaugurazione vedo il grande Emilio furioso: cosa succede, chiedo. Ontani, durante la inaugurazione gli aveva aumentato i prezzi delle opere rispetto a quelli concordati precedentemente. Perché? Visto il grande riscontro che stava avendo, lo strampalato Ontani, aveva aumentato i prezzi delle opere durante la inaugurazione. Un bel comportamento. Purtroppo molti galleristi e collezionisti sono costretti per necessità queste angherie e comportamenti scorretti. Purtroppo agli artisti si deve perdonare tutto. In molti casi anche di essere sconosciuti al fisco e che invece noi dobbiamo onorare anche per loro.


Contributi
Loredana ParmesaniMeravigliosi amici, vi voglio tanto bene.  Loredana.
Lori, tu ci manchi tanto. Tu che sei stata anche nostra guida ma soprattutto di Gea, ti sei poi volatilizzata nascondendoti dietro i tuoi studi prediletti. Ma noi ti aspettiamo sempre. E siamo certi che un giorno ti riabbracceremo.

Fausta Squatriti
Caro Giancarlo, di Getulio Alviani, sapeva essere convincente, quasi capace di plagiare chi gli capitava tra le mani. Il suo piacere stava nel sentirsi più furbo degli altri, più capace. Con me le cose non sono state facili, perché venivo da un mondo di conoscenze e di cultura molto diverso dal suo, e malgrado il suo maschilismo, aveva dovuto ammettere che era difficile plagiarmi, convincermi, sottomettermi. Oltre al suo mondo, oltre le sue esclusive passioni per l’arte, diciamo genericamente, geometrica, esistevano anche altri percorsi, c’era la musica, la letteratura, e altre ricerche, tutti mondi che lui non aveva mai frequentato. Con me, Getulio ha dovuto vedere oltre se stesso, e non dico che gli sia riuscito facile, ma durante la nostra convivenza, e storia d’amore (Getulio si innamorava tantissimo, ogni volta era l’amore più grande e unico o della sua vita) , posso dire di avergli aperto gli occhi su non pochi aspetti del mondo, a lui prima di allora completamente ignoti. E questo, alla fine, lo divertiva. Insieme abbiamo tanto riso, condiviso la passione per l’arte, la nostra e quella degli altri, e abbiamo anche pianto. I suoi tradimenti, su diversi livelli, non solo sentimentali,  sono stati tanti, le sue bugie, i suoi progetti, andati a finire  in modo a dire poco, non corretto. Ma Getulio sapeva anche farsi amare, e tu stesso, Giancarlo, lo sai bene. Era convincente. Conosco tanti che lo avevano amato come amico, e altri che, come Soto, lo avevano poi considerato un nemico. Io, amica di entrambi, non potevo credere che uno di loro fosse dalla parte del torto. Mi sono però fatta una idea, e Soto, pochi mesi prima di morire, mi aveva telefonato da Parigi per dirmi delle cose molto belle, e affermare la forza della nostra amicizia. Getulio ci teneva a sentirsi al centro, capace di risolvere, favorire, provocare. E così, teneva tutti isolati. E’ vero, c’erano artisti che odiava, come Dadamaino, per le ragioni che hai già raccontato tu. E però, ne adorava altri, con cui sapeva anche essere generoso. Famoso per la sua tirchieria, io posso dire che era discontinua. Era tirchio anche per se stesso, nelle piccole spese, ma adorava fare grandi doni, credo per sentirsi  potente. Alle sue ragazze, donava pellicce, e altro. Di fronte alla vetrina di un pellicciaio, a Parigi, allora ne esistevano, ho rifiutato una bellissima pelliccia di lince, che insisteva per acquistare. Ma non era certo sempre così. Toccato da molte delusioni, dal dolore della morte, aveva cambiato la sua ironia  in una lugubre lamentela. La morte di Anna Palange, una morte orribile, una lunga agonia, lo aveva lasciato sbigottito. Io, come altri, sono stata vicina a questa gentile e particolare giovane donna, che a soli 33 anni, moriva. Ma Getulio aveva sempre avuto più storie insieme, facendo salti mortali, con le sue bugie, per tenerle tutte in vita, e quello che più lo meravigliava, era essere scoperto nelle sue infedeltà, perché pensava sempre di essere più furbo degli altri. Lui aveva sempre almeno due donne, una, prima amata anche  follemente, passata poi al ruolo materno, e la passione andava verso una nuova donna, anch’essa amata più tutte le precedenti, fino a diventare lei stessa  confidente, madre. 
Della vita, diceva: si lavora, si corre, e poi, ti viene un cancretto… e basta, tutto finito. 
È stato così anche per lui. Diora, la sua ultima compagna, mi ha chiamata per salutarlo, mi ha detto, “perdonatevi”, e le sono riconoscente per questo suo pensiero. Da malato, quando ancora poteva, forse, sperare di guarire, si era legato di amicizia con il suo medico, riversando su di lui, un uomo straordinario, tutta la sua capacità seduttiva, perché aveva trovato in lui un terreno vergine, che non era quello stropicciato dell’arte, e poteva così stupirlo con la sua personalità cangiante e a suo modo, seduttiva. E così, nel declino fisico, aveva conservata la sua energia mentale, capace di grandi contraddizioni. Capace anche di tenerezza, di stupore. Delle sue impuntature,  delle sue ripicche, cattiverie, bugie, adesso, preferisco sorridere.  
Ecco, altro se vuoi te lo dirò a voce, se ci incontreremo. Fausta Squatriti

Cara Fausta, certo, tu sei un’ottima testimone di Getulio Alviani, ma anche io, attraverso decine di viaggi, dal 1966 e frequentazioni e coabitazioni (dopo la morte di Anna Palange lui, molto addolorato e depresso, è vissuto per oltre un anno a casa mia, aveva la sua stanzetta, spartana come quella di Argan) e dunque potrei scrivere un libro, forse due. A lui perdono quasi tutto ma non il cinismo crudele che aveva nei confronti di tutti. A  me più volte e sino a pochi mesi prioma della morte, diceva che la sola donna che aveva amato era Anna Palange. Forse perché Anna era dolce e permissiva, una fedele amica a lui devota ma che aveva una sua vita autonoma al di fuori di Getulio. A cui trascriveva i testi correggendoli. E mai approfittatrice. E a lei cui aveva destinato tutti i suoi bene (immobili e opere d’arte) con testamento notarile, se non fossimo intervenuti io e François Inglessis, con la forza fisica nei confronti del cappellano che si rifiutava di celebrare il matrimonio tra Getulio e Anna Palange in coma, Getulio avrebbe perso tutto, ma proprio tutto. E Getulio sino a pochi mesi prima della sua scomparsa malediva la sua compagna del momento e cercava di evitarla. Purtroppo credo che la gestione della sua eredità sia in mani inadeguate e presto il lavoro di Getulio potrebbe entrare in uno stato confusionale da farlo scomparire. Per il resto sono d’accordo con te. Getulio non era interessato che al lavoro degli artisti “razionali”: sapeva tutto su di loro, anche dei minori, ignorando quasi tutto il resto. Non sapeva (non era interessato) di letteratura né di poesia e nemmeno di arte. Ma quella nicchia di artisti “razionalisti” (concreti, optical, cinetici, che andavano da Albers, Bill, Soto sino ai minori) non aveva segreti per lui. E spesso me li presentava con giudizi molto acuti. Ultimo aneddoto frivolo: un giorno, negli ultimi anni, Getulio mi disse, sai io pago le mie donne più di Berlusconi. A ogni donna con cui sono stato ho regalato un quadretto 20x20. Mentre Berlusconi le pagava (lui diceva) 1000-1500 euro. Comunque, aggiunse, se vedi un’operina 20x20 sappi da dove viene. Le opere di queste dimensioni le ho riservate solo alle mie donne.

Francesca Pietracci
Caro Giancarlo, trovo fantastici i tuoi Amarcord che leggo e rileggo. E geniale il fatto che invece di farti raccontare preferisci raccontarti. Parli di luoghi a me familiari, ma che purtroppo hanno ormai perso lo smalto. Ma, a parte la stima e i sinceri e disinteressati complimenti, mi piacerebbe leggere (pubblicamente o privatamente) del tuo rapporto con l'approccio critico e curatoriale di Helena Kontova con le avanguardie. So che a volte sei stato polemico, ostativo, ma forse proprio per questo stimolante ... ma ora che succede ... hai capitolato? Oppure secondo voi ha capitolato la sana e intelligente provocazione dell'arte?

Cara Francesca,
piano piano forse affiorerà anche ciò che tu chiedi. Almeno lo spero. La nostra adrenalina, mia e di Helena, non è più come ai bei tempi. Vuoi mettere conoscere e collaborare con Fontana, Burri, Kolar, Pascali, Pistoletto, l’Arte Povera, la Transavanguardia, Jeff Koons, Cattelan, Francesco Vezzoli…. La forza, le idee e l’entusiasmo venivano soprattutto da loro. Ora so guardare molto meno l’arte di oggi che trovo ripetitiva (ma questo sembra il vizio assurdo della terza: abbiamo già visto quasi tutto. E questo vale per tutte le generazioni). Invece gli spostamenti ci sono, ne sono sicuro, ma per leggerli occorrebbero gli occhi da ventenni che non abbiamo più. Helena, insieme a me, ha organizzato Aperto ’93, che per gli addetti ai lavori più attendibili (in primis  Maurizio Cattelan) è stata una mostra irripetibile e che ha cambiato il concetto di grande rassegna non più monocratica, con un solo curatore e un solo punto di vista, ma collegiale, con decine di curatori con gli occhi ovunque. Lo stesso è avvenuto con la Biennale di Tirana, che non molti italiani hanno visto, ma che lo stesso Harald Szeemann ci disse che era una mostra modello. La prima grande mostra Low Cost con tutti i più grandi artisti del momento. Ma anche lì, come curatori ho chiamato artisti, critici, galleristi. Il vero spaccato dell’arte. Oggi assistiamo alla sagra e alla dittatura dei curatori, forse più numerosi degli artisti e una visione miope e una conoscenza di nicchia. E si occupano solo del loro gruppo di artisti che portano in giro come le vacche di Mussolini.

Pino Boresta
Gentile Giancarlo Politi ho letto il suo ultimo amarcord il 18°. Anzi in realtà li ho letti tutti e li conservo in una cartellina su Yahoo, fin dal primo quando ancora non erano numerati ed il n. 6 è stato nominato due volte: il primo parla di Alberto Burri e il secondo invece di Bruno Bischofberger, quindi in realtà quest'ultimo inviato, se ho fatto bene i calcoli, dovrebbe essere 19° e non il 18°. Ma non è questo il motivo per il quale le scrivo, purtroppo queste mie inutili precisazioni sono una sorta di malattia della quale le chiedo venia. La realtà dei fatti è che ho trovato i suoi amarcord bellissimi e ogni volta che li leggevo sono stato sul punto di scriverle, ma poi un po' per pigrizia, un po' per impegni e un pizzico di timidezza mi sono sempre fermato prima. Questa volta nulla ha potuto fermarmi (grazie anche al fatto che sono a casa ammalato, incriccato con la schiena), e volevo dirle che, non so bene il perché, ma mi sono ritrovato un po' nello spirito e nello stile di vita di quegli artisti cecoslovacchi che lei ha cosi ben descritto. Forse perché il mio lavoro da collaboratore scolastico (bidello) è molto simile a quello del guardiano di museo, forse perché il mio disincanto e le mie aspettative nei confronti dell'arte e del sistema, che ho spesso criticato, mi avvicina filosoficamente a quegli artisti, forse perché quando ho scoperto Jiri Kolar me ne sono subito innamorato avendo in gioventù, nelle mie sperimentazioni artistiche, lavorato con il collage in maniera molto simile a quella del grande maestro Jiri, che all'epoca non conoscevo. Insomma io credo che i ricordi, specialmente quelli di certe persone, sono ORO, oro colato indispensabile e necessario, e quanto più sono sinceri e veri tanto più sono preziosi, e suoi lo sono, e per questo la ringrazio. E poi oggi era uno di quei  giorno un po' così come quando sei affranto per qualche motivo che non sai bene il perché, ma quando leggendo il suo amarcord sono arrivato alla parte dove racconta dello sventato incidente diplomatico con la sua affermazione "I am comunist." mi sono messo a ridere cosi forte che i miei famigliari incuriositi sono venuti tutti in camera (dove sono io con il pc) per capire cosa era successo. Concludo salutandola e se vuole un giorno le racconterò di quell'unica volta che ho avuto il piacere di parlare con lei (che non credo lei ricordi) nel parcheggio interno della Fiera di Bologna, riguardo anche il mio album delle figurine degli artisti che avevo/ho realizzato. I miei più cordiali saluti.  

Caro Pino,
ti ringrazio molto per il tuo contributo. Mi ricordo vagamente, come in una nebbia, che forse c’era, delle figurine di Bologna. Anche perché io sono stato ossessionato una vita per realizzare, sulla scia degli albi di Panini, l’albo degli artisti. Avevo anche raccolto alcune centinaia di foto (a partire da Mondrian, Klee, Kandinski, Balla, Fontana, Burri, Rauschenberg, sino agli ultimissimi di allora: molte pubblicate sulla copertina del volume di Flash Art 40 anni. Se non lo hai e ne ritrovo delle copie te lo spedisco). Però la grande distribizione non mi accettava questi albi per le edicole, dubitando della loro vendibilità (e certamente aveva ragione), quindi avrei dovuto pubblicarli insieme a Flash Art. E il gioco dello scambio finiva. Ma avrei dovuto farlo ugualmente. Mi resta dunque il rimpianto di non averlo fatto. Assieme a poche altre cose, perché se mi guardo indietro o anche solo il magazzino di Trevi, mi stupisco di aver potuto fare tante cose. Spesso senza molti mezzi, ma la necessità di fa aguzzare l'ingegno. Guarda Napoli, le persone più cretive del mondo. Dalle varie edizioni di Flash Art (tedesca, francese, spagnola, polacca, cinese, russa e ancora oggi, con grande successo, la edizione ceca e slovacca). E Art Diary, una idea dell’epoca assolutamente vincente, una sorta di internet ante litteram che mise in contatto artisti, gallerie, musei, collezionisti di tutto il mondo che non si conoscevano. E poi decine di libri, con Baudrillard, Lyotard, Toni Negri, Paul Taylor, ecc. e cataloghi (insuperato ancora quello di Aperto ’93, con testi di Julia Kristeva, Maffesoli, Bourriaud, Galimberti, Akira Asada, Slavoj Zizek, Vaclav Havel. E Mike Hubert, americano, una grande promessa della critica d’arte internazionale, morto giovanissimo di Aids). E poi Tirana Biennale e Prague Biennale. E l’esperienza incredibile del Trevi Flash Art Museum (ma di cui sono amaramente pentito; spesi un patrimonio, 2.5 miliardi di allora in dieci anni) pensando di portare l’arte contemporanea in Umbria. Invece a Trevi (come in tutta la provincia italiana) interessa la sagra della bruschetta e del sedano. Mi fece riflettere un signore, tal Marino Gentilucci, che tra l’altro era anche un pittore dalla buona mano, che un giorno a Trevi mi fermò e mi disse: caro Giancarlo, ricordati che qui a Trevi non abbiamo bisogno di nulla. Proprio di nulla. E me lo disse con aria risentita. La gente perbene, giustamente, non ama gli sconquassi e l’anarchia dell’arte contemporanea: io avevoo portato un asino dentro il museo, performers trasgressivi e rumorosi, artisti apocalittici e proprio di fronte al Duomo. Grazie a Marino Gentilucci capii allora che giustamente il sedano e la bruschetta avevano vinto. E lasciai il Trevi Flash Art Museum purtroppo ad un incapace, che in poco tempo ne distrusse la bella reputazione che si era fatta, almeno tra gli addetti ai lavori. Ma con un grande insegnamento. Mai portare l’arte dove non è richiesta. Voler imporre l’arte è un atto di nazismo, fascismo e stalinismo. Mentre l’arte deve essere una conquista. A volte faticosa.

Chiara Pergola

Buongiorno Giancarlo,
sì, cosa sia il mercato dell’arte è un mistero immerso in una fitta oscurità, e forse dovremmo anche chiederci cosa sia il mercato in generale. Mi sembra però che questi suoi ricordi, con la loro ricchezza, aiutino se non altro a diradare qualche ombra, mettendo in luce la molteplicità di fattori che vi agiscono. E chissà che qualcuno dei tanti che li seguono, non abbia voglia di raccogliere il suo appello per Jiri Kolar. Ma non mi stupisce – e mi fa anche piacere – che in questo momento sia l’opera di sua moglie ad avere maggior fortuna: a premere in questa direzione sono tante donne, che in tutto il mondo si stanno organizzando per far emergere molte storture e altre possibilità. Attraverso Bela Kolarova e altre artiste che oggi hanno riconoscimenti, non si esprime solo la loro voce, ma tutte queste. È un dato importante, di cui il mercato approfitta, ma non è detto che domani gli equilibri siano gli stessi. Ci auguriamo che il vantaggio in termini di giustizia sociale sia più duraturo degli eventuali profitti economici, che sono senz’altro molto volatili. Alcune istanze che le donne portano avanti, spero si affermeranno stabilmente; ma proprio questo successo, potrebbe decretare domani un insuccesso economico, perché la “questione” non sarà più così centrale nel dibattito pubblico; ce ne saranno altre, che ora forse nemmeno prevediamo. Allora ecco, una domanda che mi interessa è questa: il mercato – inteso come forma dello scambio economico – può sostenere questo ampliamento espressivo? Ce ne sarebbe bisogno. Credo – mi perdoni se sbaglio leggendo in filigrana – che il suo richiamo all’opera di Jiri Kolar, oggi trascurata, sottolinei quanto è importante che il valore tenda al senso e non alle mode: perché il valore ha il potere di orientare il desiderio, ed è più importante desiderare di riuscire ad esprimersi compiutamente (meta irraggiungibile, ma è il percorso che conta) piuttosto che desiderare di essere di moda (più facile, certo, ma è la “tensione alla tendenza” che poi genera anche le cosiddette bolle speculative). Chiara 

Chiara, mi pare che le donne, almeno in arte, non sono più delle cenerentole ma delle protagoniste. In tutto il mondo ormai primeggiano. Incominciano ad emergere anche in Africa e da tempo in Iran e Irak. Il che è tutto dire. E se consideriamo che il loro vero ingresso nel mondo dell’arte è piuttosto recente, io prevedo che nei prossimi cinquanta anni (se l’arte avrà ancora un senso) otterrano un sopravvento totale sugli uomini. Il numero degli artisti uomini significativi sarà come quello delle donne nel Rinascimento. Io me l’auguro. Solo in Italia, negli ultimi anni sono emerse dal dimenticatoio  Bice Lazzari, Dadamaino, Maria Lai, Carol Rama, Ketty La Rocca, Irma Blank, Nanda Vigo, Grazia Varisco, Laura Grisi, oltre alle storiche già riconosciute Carla Accardi, Giosetta Fioroni, Marisa Merz, Vanessa Beecroft ecc. Per non parlare dell'intoccabile monumento internazionale Marina Abramovic, molto presente in Italia. Il mercato dell’arte è un fenomeno del tutto irrazionale. Le persone benestanti o ricche sono milioni nel mondo. Solo in India pare che i ricchi siano oltre 80 milioni. Il desiderio di distinguersi e avere uno status symbol appartiene alla natura umana e dunque a milioni e milioni di persone che possono permetterselo. Molti scelgono le Ferrari, altri l’arte. Tantissimi le scarpe o le borse di Gucci. Jiri Kolar non è il solo grande artista ad essere trascurato. Io nella mia esperienza nell’arte (diciamo gli ultimi 50 anni) ho visto affondare nell'oblio (e forse non riapparire mai più) migliaia di ottimi artisti. Ma per taluni, acquistare Jeff Koons o Basquiat per venti o più milioni di dollari, è come per me prendere un caffè. I moralisti dell’arte non vogliono capire che l’arte è un vizio assurdo. Tutti possono ammirarla, un po’ di meno possono comperarla. Ma sono comunque tanti. Ogni anno compaiono centinaia di collezionisti nuovi. Anche da paesi poveri come le Filippine, Indonesia, Centro e Sud America, Europa dell’est. Io non ho mai sentito un collezionista lamentarsi degli acquisti anche sbagliati, effettuati. Tutti sappiamo che i vizi si pagano. A cominciare dagli oggetti firmati o al ristorante da 300 e più euro a pasto. Ognuno scelga ciò che ama e può permettersi. Io sono felice di acquistare il cibo da Esselunga, dove c’è una scelta qualitativa incredibile. Ma a Milano esistono boutique alimentari di successo che vendono gli stessi prodotti, di produttore diverso, dieci volte tanto. E’ questa libertà di scelta, con le sue diversificazioni e bizzarrie, che rende la vita divertente.

Federica Murgia
Grazie per avermi fatto fare un percorso a ritroso nell’arte praghese. Mi sono immersa nel suo  Amarcord 18 con gioia e alla fine mi sono sentita arricchita. Penso d’averla conosciuta a Cagliari con Lidia Novati della galleria “La Bacheca”. 
La saluto cordialmente in attesa del suo prossimo Amarcord. Federica Murgia  

Cara Federica, forse avresti potuto incrociarmi a Castiadas, dove per alcuni anni, (anche con Alviani, François e JR), ho frequentato Mauro Cossu e con lui lunghe scarpinate sulla collina accanto all’ex carcere, pare teatro delle leggendarie gesta del famoso bandito Samuele Stochino, la Tigre dell’Ogliastra, un mito del banditismo sardo e di cui durante le passeggiate, Mauro ci raccontava le avventure di questo Robin Hood isolano, forse colorandole un po’. Oppure a Villasimius, dove per un paio di anni, in una piccola villa davanti ad un mare da toglierti il fiato, ho trascorso con Helena e Gea vacanze memorabili (e irripetibili). Invece non ho mai frequentato realmente (e me ne dolgo) Cagliari, se non di passaggio e per una originale mostra e fiera d’arte, organizzata sempre, a costo zero, da Mauro Cossu sulla spiaggia del Poetto, che con un po’ di attenzione da parte delll’Amministrazione comunale, poteva avere maggior fortuna e diventare un punto di riferimento. Almeno per l’isola. E Mauro Cossu per l’insistenza di voler fare l’artista e sopravvivere è dovuto emigrare. Né mi sembra di essere mai entrato nella galleria da te indicata. Anche se la memoria, dopo molto tempo può fare brutti scherzi. Ho invece bellissimi ricordi di Sassari ma soprattutto di Alghero, dove grazie alla segnalazione di Nicola Martino, allora Direttore dell’Accademia di Sassari, per anni affittavo una villetta sulla spiaggia delle Bombarde, proprio accanto a quella di Nanni Moretti, che aveva l’ombrellone a due metri dal mio ma che guardava fisso il mare e il cielo e non parlava con nessuno. E se lo salutavi non rispondeva nemmeno al saluto. I suoi problemi esistenziali lo ottenebravano anche in spiaggia. Mentre sua madre con la sigaretta perennemente in bocca anche durante il bagno, dal mare guardava estasiata suo figlio sotto l’ombrellone con lo sguardo perso nell'infinito.  

Aldo Aytano
Un grande grazie.
Nel passato ho avuto modo di leggere e curiosare sui vari articoli di Flashart periodico, .... si penso o ricordo di averlo trovato in qualche Fiera, ma mai ho deciso di abbonarmi, adesso lo farò con piacere. Vista la Sua grande esperienza di artisti, critica d'arte, saggistica, se lei me lo permette mi preparo a farle qualche libera domanda. Lavoro da anni come pittore, ceramista e qualche scultura in bronzo. Partecipo spesso alle Fiere d'arte che si affacciano per l'italia e  provenendo da famiglie di antiquari esercito anch'io da sempre questa professione per cui non ho mai avuto difficoltà a vendere le mie opere. Però lei mi insegna se i quadri o le ceramiche per non dire i bronzi sono belli, hanno charme, in qualche modo attraggono il visitatore e si fa presto a venderli ad un pubblico variegato a partire dai colleghi antiquari, galleristi e privati dovunque, ovviamente se i prezzi sono accettabili per non dire competitivi, ma laddove la Fiera è importante si riesce a fare soltanto le spese perdendo le opere più belle perché se belle si vendono da sole. Con l'amaro destino che vanno disperse e diventano pagine strappate di un libro. Recentemente ho partecipativo ad una Fiera ad Avignone appena appesi tre quadri di grande scena sono passati mercanti americani e li hanno senza troppe storie comprati, e certo è una soddisfazione ma va via un pezzo di cuore. Fino ad oggi  almeno per me  non ho mai incontrato un gallerista serio intenzionato ad investire su di me e non ne ho mai fatto un problema di denaro per cui spesso ed anche adesso mi sento piuttosto disorientato. Ho presentato un progetto alla Fondazione Banca del Monte di Lucca che è stato approvato ma in data da definire...... in merito ai finanziamenti perché la mostra prevede come progetto globale di inserire i miei lavori all'interno di un vero viaggio nella statuaria africana di cui sono esperto e, vero, vero collezionista. Grazie ancora. Aldo Aytano.

Caro amico,
ho dato uno sguardo alle tue opere. Dipingi ciò che senti o vedi o credi di vedere (e lo fai anche dignitosamente). Ti reputo una persona fortunata. Ma considerati anche realizzata. Vivi nel mondo innocente del dilettantismo artistico e non cercare di entrare nel mondo del professionismo. Sii felice se il notaio o il farmacista o il commerciante di frutta e verdura ti acquistano un’opera perchè l’amano. Hai reso felice te e l’acquirente. Non rincorrere falsi traguardi, irraggiungibili per te e che ti porterebbero ad una competizione da toglierti il sonno e la serenità. Hai piacere a dipingere (e ripeto, lo fai anche benino) un paesaggio o in incendio del bosco? Sii felice se qualcuno condivide con te il piacere. Alcuni anni fa leggevo (forse i parametri sono un po’ cambiati) che il 90% del giro economico nell’arte è costituito dal mercato dei dilettanti. Perché i dilettanti che dipingono sono milioni e milioni e altrettanti milioni sono le persone che vogliono mettersi in cucina o nel tinello un quadro fatto a mano, anzi ché una stampa. Dunque il tuo ruolo sociale è di grande rilevanza. Rendi felici o soddisfatti famiglie oneste e laboriose, con bambini e nonni che ogni giorno, in cucina, mentre mangiano, ammirano o giudicano la tua opera (non come i grandi collezionisti che tengono le opere nel porto franco di Zurigo e si guardano ogni tanto le foto sull’iPad). E questo credimi, deve darti molto piacere. Ti giuro, sono sincero.


 Flash Art Italia
Via Carlo Farini 68, 
20159, Milano 
+39 02 688 7341

martedì 16 ottobre 2018

Amarcord 18 - Incontri, Ricordi, Euforie, Melanconie

Amarcord 18
Incontri, Ricordi, Euforie, Melanconie

di Giancarlo Politi
per intervenire, controbattere o esprimere una propria opinione scrivere a
giancarlo@flashartonline.com

Giancarlo Politi e Helena Kontova a Marienbad (1976)
Ricordi di Praga (parte seconda)
Jiri Kolar, il mistero di un grande artista fuori dal mercato 
Rileggendo la lettera di Jiri Kolar, pubblicata in Flash Art nel 1976 e ripubblicata nell’Amarcord precedente, mi viene la pelle d’oca. E ancor più la vicenda che riguarda Bela Kolarova, la moglie di Kolar, che recatasi da Parigi a Praga nel 1981, per cercare di mediare sulle opere di Kolar e l’appartamento che il regime gli aveva confiscato ma fu trattenuta contro la sua volontà a Praga per alcuni anni. Incontrammo Kolar a Parigi più volte (nella capitale francese lavorava felicemente, forse in esclusiva – anche se per Kolar l’esclusiva era un termine sconosciuto – con Lelong, galleria di prestigio ma poco dinamica); continuavo a portargli centinaia di copie dei Maestri del Colore, come più frequentemente avveniva a Praga. Talvolta recandomi a Praga, avevo la macchina piena dei Maestri del Colore che alla dogana cecoslovacca guardavano con sospetto e sfogliavano in modo scrupoloso. Il volume su Botticelli era il preferito di Kolar e con cui realizzava dei collages botticelliani bellissimi. Una volta incrociai da lui Umberto Eco che gli aveva portato anche lui, alcune copie di questi famosissimi (peccato non siano stati più ristampati) e utilissimi fascicoli. Umberto, arrivando in aereo, poteva portargli solo una decina di copie, mentre io in macchina ne portavo sempre un centinaio.
A Parigi Kolar era felice perché respirava la grandeur della città che aveva sempre sognato e l’aria di libertà che per lui emanava dalla capitale francese. Parigi infatti ha rappresentato sempre il mito e il riferimento di ogni artista o letterato o intellettuale cecoslovacco (della generazione di Kolar) della cui cultura erano imbevuti e tutti parlavano correntemente il francese e il tedesco (molto meno l’inglese, lingua nemica). Ad eccezione di Jiri Kolar che parlava solo il ceco. Ma dopo la partenza di sua moglie Bela per Praga, dove era trattenuta a forza, Kolar era molto abbattuto e ci raccontò che ogni giorno spediva una cartolina fatta di collage alla moglie. La cosa ci sorprese favorevolmente perché a noi, durante le nostre visite a Praga, e furono tantissime, ci sembrò che sua moglie, artista anche lei, venisse un po’ soffocata dalla personalità del marito. La vedevamo un po’ frustrata che si aggirava per la casa, preparandoci il thé con dei biscotti preparati da lei. Immaginammo che tutti i collezionisti che arrivavano nella casa-studio di Kolar, guardavano lei come una casalinga. Invece in lei covava una forte personalità artistica, che si esprimeva attraverso un femminismo molto raccolto, intimo e raffinato. Lei ci fu molto grata perché noi ci interessammo al suo lavoro e Helena le fece una bellissima intervista, pubblicata poi in Flash Art, che ci rivelò una donna e una artista, che sotto il carattere mite e apparentemente sottomesso al grande marito, covava una originalità e vitalità prodigiosa. Dopo l’intervista ci fece omaggio di una sua bellissima opera realizzata con lamette da barba incollate sulla tela e da cui affioravano strane immagini. Purtroppo un nostro domestico cingalese, a nostra insaputa e non sappiamo per quale ragione la gettò nella spazzatura. La stessa fine fece un Kippenberger. Ma oggi, Bela Kolarova, deceduta nel 2010 (mentre il marito è mancato nel 2002), nella Repubblica Ceca è stata riscoperta e rivalutata e in questo momento è più apprezzata del grande Kolar. Bela, ora rappresentata dalla importante galleria londinese, Richard Saltoun, che dedica una particolare attenzione al femminismo e al lavoro delle donne, sta avendo anche un buon successo internazionale. E sul mercato, a Praga, incredibilmente i suoi prezzi sono molto superiori a quelli del marito. E comunque per me resta il mistero dell'assenza di Kolar dal mercato internazionale: non riesco a capire perché una grande galleria internazionale non voglia gestire la sua opera, colossale, invece di cercare di scoprire giovani dalla vita breve e dai prezzi impossibili. Per me resterà sempre un enigma. Malgrado abbia speso più di sessant’anni dentro l’arte, conoscendo top galleristi, artisti, collezionisti, non ho capito come funziona il mercato dell'arte. In questo momento in particolare, le opere di Kolar sarebbero molto apprezzate e farebbero la fortuna della galleria se proposte in modo adeguato, attraverso la sua riscoperta anche critica.
Ma vorrei qui ricordare un incipit di una sua poesia nel periodo del dissenso praghese:

Avete scusato i delitti e osannato al tradimento?
Datene colpa al partito.

Avete taciuto, anche quando l’erba gridava?
Datene colpa al partito.
Avete scritto, quando anche l’inchiostro arrossiva?
Datene colpa al partito.
Avete creduto, anche quando nemmeno la mezzanotte credeva ai propri occhi?
Datene colpa al partito.
Siete sempre rimasti attaccati al truogolo?
Datene colpa al partito.
I giustiziati per voi erano schegge nel taglio del bosco?
Datene colpa al partito.


E qui invece, alcuni versi, dopo che era stato colpito da un ictus a Parigi ed era a Praga aspettando la morte:

La fine spegne tutto.
Le mani inerti, il cuore spento. 
L’anima di ghiaccio, la testa svuotata,
la memoria bucata, le gambe schiacciate,
la lingua strappata, la speranza annerita,
la fiducia sconvolta,
l’amarezza regna dovunque

Ma anche alcuni versi di una canzone di Francesco Guccini sulla Primavera di Praga:

Son come falchi quei carri appostati,

Corron parole sui visi arrossati,
Corre il dolore bruciando ogni strada
E lancia grida ogni muro di Praga.
Quando la piazza fermò la sua vita,
Sudava sangue la folla ferita,
Quando la fiamma col suo fumo nero
Lasciò la terra e si alzò verso il cielo.


Ma vorrei tornare al 1976, alla mia prima esperienza praghese, che per me, straniero anche se ho subito qualche angheria di troppo, fu straordinaria. E quando oggi torno, un po’ mi manca quella Praga del regime, con la sua aria metafisica, con pochi e grigi turisti della Germania orientale o russi. Con Helena frequentavo tutti gli artisti più noti, Milan Knizak, Stanislav Kolibal, Milan Grygar, Adriena Simotova, Eva Kmentova, Vaclav Bostik, Karel Malich, ma soprattutto il gruppo dei concettuali, duri e puri, seguendo quando possibile, i loro interventi o performance nei posti più incredibili e segreti, spesso con la presenza solo di un amico fotografo per documentare la loro azione. Tutti e quattro (come era d’obbligo a quei tempi; non doveva esistere disoccupazione), avevano un lavoro per sopravvivere, quasi tutti nei musei, per cui non erano interessati al mercato, che comunque non esisteva per nessuno, a parte Kolar. Per loro esisteva il lavoro di artista e basta, senza compromessi. E il loro lavoro nei musei non era affatto stressante tanto sapevano che non esistevano promozioni o riconoscimenti. E lo stipendio di magazziniere o direttore, era pressoché identico. Ogni volta che abbiamo fatto visita a loro o ad altri, li trovavamo raccolti in una stanza a prendere il thé con biscotti portati da casa da qualcuno di loro. Regime duro allora in Cecoslovacchia ma lavoro leggero, anzi, leggerissimo. Ricordo anche  che la prima volta che incontrai i quattro artisti concettuali (Miler, Mlcoch, Stembera, Kovanda), e questo avvenne nel settembre del 1976 e non conoscevo la psicologia del paese e degli abitanti, per farmi benvolere e metterli a loro agio, dissi loro: "I am comunist." Sono comunista. Cosa tra l’altro non vera perché ho sempre guardato con sospetto e spesso con irritazione il PCI. Ricordo che i quattro artisti mi guardarono con uno sguardo gelido, come si guarda un serpente a sonagli. E io che mi aspettavo abbracci e baci! Poi Helena mi spiegò che dopo l’invasione russa, da parte dei giovani cecoslovacchi serpeggiava un odio feroce per tutti i russi e i comunisti, considerati complici del regime. Quando capii, spiegai che in realtà io ero socialista che era tutt’altra cosa rispetto al PCI (ed era vero, tra l’altro proprio in rappresentanza del Partito Socialista Italiano, di cui ero segretario a Trevi, negli anni sessanta, divenni anche sindaco della cittadina per alcuni mesi, prima di scappare senza lasciare tracce, visto come il partito comunista riusciva a manipolare tutto il consiglio comunale, esautorando completamente noi socialisti e me sindaco. Ricordo anche che un tecnico del PCI, installò di soppiatto dei microfoni nella nostra sede di partito collegandoli alla loro. A rifletterci oggi verrebbe da ridere ma a quei tempi il PCI controllava ogni movimento di ogni persona, anche in un piccolo paese di provincia come era Trevi. Riuscendo a sapere se un loro iscritto (ed erano tanti) aveva votato per un candidato diverso da quello indicato dal partito. Non ho mai capito come riuscivano ad effettuare tali controlli, venendo a sapere anche per chi votavi. Comunque una volta dissipato l’equivoco, con i giovani artisti di Praga, diventammo amici e si confidavano volentieri, oltre che con Helena, anche con me. E io, arrivato dall’Italia, rimasi ammirato da questo loro comportamento di artisti assolutamente puri, slegati dal mercato ma anche dalla ricerca di pubblicità e notorietà. Per loro era insignificante che il lavoro venisse pubblicizzato o riconosciuto, anche se felici se qualche amico li apprezzava. Importante era documentare il lavoro, ma quasi per loro stessi o forse per i posteri. Infatti oggi, che sono riconosciuti i protagonisti assoluti del concettualismo cecoslovacco degli anni ’70 e del cambiamento dell’arte in quel paese, malgrado una documentazione frammentaria e di cattiva qualità, gli sono stati pubblicati monografie e libri teorici. Loro mi furono molto grati perché gli portavo dall’Italia, libri e cataloghi in inglese: di Documenta, Biennale di Venezia e grandi mostre internazionali. Particolarmente apprezzato fu il famoso libro di Lucy Lippard: Six Years: The dematerialization of the Art Object from 1966 to 1972. Una bibbia per loro.
Jindrich Chalupecky, il nostro amico critico e filosofo?
Altro personaggio che noi incontravamo sempre e più volte mentre eravamo a Praga, era Jindrich Chalupecky, riconosciuto da tutti come il più importante filosofo, critico e saggista cecoslovacco. Chalupecky, amico anche di Giulio Carlo Argan e dei maggiori intellettuali europei dagli anni ’50 in poi, è stato uno dei più importanti studiosi di Marcel Duchamp, che invitò a Praga e di cui organizzò una grande mostra. Noi trascorrevamo ore e ore con lui, al bar o al ristorante, mentre lui ci parlava della vita culturale di Praga, soprattutto negli anni trenta e quaranta. In quegli anni lui era il maggior teorico del surrealismo ceco, che ha avuto un forte impatto nella cultura visiva del paese. Ma dal 1970 il regime chiuse la galleria con cui collaborava, la Vaclava Spaly, la più importante galleria del paese, in cui aveva realizzato appunto la grande mostra di Marcel Duchamp e anche del Gruppo Gutai: fu messo in pensione con una cifra da miseria nera e gli fu impedita ogni forma di attività, per cui i suoi testi circolavano sotto forma di samizdat e all’estero attraverso qualche collaborazione (Flash Art, Studio International, Opus International, ecc.) da cui percepiva anche un piccolo sostegno economico. Malgrado queste collaborazioni, il grande Chalupecky, padre di più generazioni di artisti e artiste, entrò nel tunnel della povertà, che però lui affrontò con grande dignità, sempre elegante e senza mai compiangersi. In ogni caso era un grande intellettuale, una mente lucida e penetrante, rispettato in tutta l’Europa ma ridotto alla fame dal regime. Avrebbe voluto viaggiare, recarsi soprattutto a Parigi, della cui cultura era innamorato, ma per ragioni economiche, per le restrizioni e per la moglie malata, non poté realizzare questo sogno. Peccato, avrei fatto qualsiasi cosa per aiutarlo. Avevo trovato anche una persona che si sarebbe occupata di sua moglie e tramite Jean Clair, allora mio amico, gli avrei fatto ottenere una borsa di studio. Ma il regime fu inflessibile. Dalla cortina di ferro non si esce. Ogni volta che arrivavo a Praga gli portavo dei medicinali che non trovava in quella città. Una volta mi chiese di passare da Arturo Schwarz qui a Milano che gli doveva una certa somma per alcune collaborazioni. Quando andai da Schwarz, notoriamente attento al denaro, fui sorpreso perché lui aveva depositato la cifra per Chalupecky in banca e al momento risultava più che raddoppiata per gli interessi bancari. Ricordo che mi diede 950 mila lire con cui comperai tutti medicinali, per Chalupecky e sua moglie. Ma anche George Brecht, di cui Schwarz aveva realizzato una mostra, Daniel Spoerri e forse lo stesso Kolar, mi parlarono di Arturo Schwarz come di una persona super professionale e molto corretta. Io fui sorpreso quando Brecht, allora a Colonia, per dimostrarmi la correttezza di Schwarz, mi mostrò il resoconto della sua mostra: dal compenso dovuto (credo che Schwarz gli avesse acquistato tutta la mostra, come faceva spesso) il gallerista milanese aveva dedotto il costo della luce durante il periodo della mostra, del riscaldamento, della sua segretaria e altre voci che non ricordo. Con un conteggio esatto esasperatamente meticoloso. Ciò che a me sembrò un paradosso, per tutti gli artisti che avevano lavorato con lui, questo era un segnale di grande professionalità e generosità, anche perché erano tempi in cui raramente gli artisti venivano retribuiti per i loro lavori venduti. Invece Schwarz, deduceva tutte le spese incontrate è vero, ma ogni artista riceveva una cifra, con regolare resoconto. E tutti erano felici e contenti. E anche anni dopo, tutti rimpiangevano i tempi con cui avevano lavorato con lui.
Jindrich Chalupecky è morto nel giugno del 1990. Nemmeno il tempo di assaporare l’agognata libertà dal regime che aveva tanto odiato, caduto nel novembre 1989, anticipando di sei mesi la caduta del muro di Berlino. Ma a partire dal 1991 è iniziata la riscoperta e la glorificazione nazionale di Chalupecky, con la pubblicazione di tutti i suoi testi, In difesa dell’arte, pubblicato già nel 1988 come samizdat. Ora il povero pensionato che scriveva articoli per Flash Art in cambio di medicine per curarsi, è una gloria nazionale. 
Fu Havel, futuro Presidente della Repubblica Ceca e amico di Chalupecky, a iniziarne la riscoperta e la glorificazione. Fu lui, insieme a Jiri Kolar ad istituire il famoso Premio Chalupecky, riservato a un giovane artista al di sotto dei 35 anni. Questo ambìto premio nella Repubblica Ceca, per importanza e prestigio, viene equiparato al Turner Prize.
Helena Kontova e Giancarlo Politi mentre performano "Wedding ceremony"
opera di Milan Knizak, Praga 30 Aprile 1977
Da incendiario a pompiere: Milan Knizak
Un altro personaggio che noi frequentammo a partire dal 1976 fu Milan Knizak. Io lo contattai perché me ne parlò Ben Vautier, che aveva partecipato a un Festival Fluxus nel 1966 a Praga, organizzato proprio da Knizak, all’epoca promosso dal padre padrone di Fluxus, Georges Maciunas, direttore di Fluxus East. Carica che non significava nulla ma che contribuì a dare adrenalina e coraggio a Knizak e di mettersi a capo di un gruppo di giovani attori e musicisti rock e a realizzare azioni irriverenti e irridenti in strada o nei parchi pubblici. Per tale ragione fu anche processato e arrestato per un breve periodo. Il Milan Knizak che frequentammo noi era un giovane divertente e baldanzoso, forse un po’ incosciente ma simpatico. Gli comperai anche una decina di opere, pagandole come e quanto potevo. Cioè molto poco. Perché io parlo della povertà degli intellettuali di Praga, ma la mia economia a Milano non era certo florida. Però a Praga mi aiutava il cambio favorevole. I marchi e i dollari, nel cambio clandestino (praticato da tutti i turisti) erano valutati anche sette otto volte il cambio ufficiale. Dopo un paio di raggiri subiti in cui invece di corone ceche mi misero in mano, senza che io me ne rendessi conto, monete fuori corso della Bulgaria, incontrai un ragazzo simpatico, Roman, che si comportava correttamente. Lo chiamavo a casa e lui mi portava una borsa di corone cecoslovacche in cambio di pochi dollari e marchi tedeschi (particolarmente apprezzati). Corone che poi io destinavo a Kolar e Knizak. Un paio di volte, con Helena, abbiamo trascorso i week end nella casa di campagna di Knizak, vicino a Marienbad. Io fui entusiasta di accettare l’invito, soprattutto per visitare Marienbad, per me un mito. Avevo letto con grande trasporto L’anno scorso a Marienbad di Alain Robbe-Grillet, esponente di primo piano della parigina Scuola dello sguardo e ricordavo la magistrale interpretazione di Giorgio Albertazzi nel film omonimo di Alain Resnais. Un film che è rimasto impresso in modo speciale nella mia memoria e che non voglio rivedere per timore di restarne deluso. Le grandi sensazioni o reminiscenze del passato vanno poste in bacheca, mai cercare di riviverle. La mia infanzia, pur tra privazioni e guerra vissuta, mi è sempre apparsa bellissima. Ho solo ricordi magici, anche della guerra e dei soldati tedeschi prima, (con il tenente Hans che mi dava le caramelle e mi prendeva in braccio facendosi fotografare perché avevo la stessa età di suo figlio) e americani poi. E delle corse sulle colline per assistere al combattimento tra aerei avversari, e i soccorsi prestati ai piloti degli aerei abbattuti che si paracadutavano nella campagna, e la fuga precipitosa in caso di allarme, nei rifugi (che erano soltanto delle fosse nei campi vicino casa), con il crepitio delle pallottole che passavano a pochi centimetri da me, accucciato sotto mia madre che mi copriva con il suo corpo: ma vivevo quei momenti senza paura, anzi, inspiegabilmente con intensa emozione positiva. Eppure non avevo ancora la percezione del senso eroico. La guerra e la vita erano uno straordinario spettacolo che io guardavo come un film e che non mi sfiorava.  Per questo ripenso alla mia infanzia come a un bellissimo film sfuocato e che però non vorrei rivedere per timore di restarne deluso, come è avvenuto con tanti libri che ho tentato di rileggere dopo cinquanta anni. Ecco, per me Marienbad è uno di questi luoghi sacri della memoria che mi porto dietro come un sogno. Per questo ero felice, con Helena, di accettare gli inviti di Milan Knizak nella sua casa vicino a Marienbad. Poi l’indomani mi perdevo tra i porticati delle terme, rivivendo le emozioni e i dubbi di Giorgio Albertazzi e della donna sconosciuta e senza memoria che lui sosteneva di aver amato l’anno prima. 
Dunque era benvenuta anche la carne bruciacchiata preparata al focolare da Knizak e avere per toilette il bosco circostante. Io aspettavo solo di andare a Marienbad.
Milan Knizak in quegli anni era un personaggio divertente e un po’ guascone, come piaceva a me. A quei tempi, sapendo che aveva contestato il regime e arrestato per questo, lo guardavo come un eroe. Lo incontravo ogni volta che tornavo a Praga con Helena, sino alla fine degli anni 80. Poi, come accade sempre, ci perdemmo di vista per un po’. Ma lo ritrovo nel 2003, direttore della Galleria Nazionale di Praga. E a lui mi rivolgo per proporgli una interessante Biennale di Praga, simile alla Biennale di Tirana, che credo sia stata un esempio unico di grande mostra a costo zero o quasi, con la partecipazione di artisti e curatori di tutto il mondo. Knizak ci pensa un po’ e poi accetta la mia proposta ma a condizione che lui potesse curare una grande sezione e controllare il resto. Ma lo sentivo lontano, avvertivo in lui una grande ostilità per l’arte del momento. Nella galleria Nazionale aveva destinato una sala con le sue opere, acquistate non so dove. Ma acquistate dalla Galleria Nazionale. E il panorama che aveva delineato nella più importante galleria del paese era desolante. I suoi collaboratori mi dicevano che era dispotico, repressivo e vendicativo. E invidioso di tutti gli artisti eccellenti del paese e invece amico dei tanti mediocri. Aveva impedito ad alcuni artisti di Praga a lui invisi, di mettere piede nella Galleria Nazionale, come fosse casa sua. Con me non mantenne gli impegni che aveva assunto verbalmente. Mi negò una percentuale degli introiti sugli ingressi che avevamo stabilito in precedenza di dividerci, anche per ammortizzare una parte dei costi che avevo sostenuto. La Biennale fu ugualmente molto bella, la più grande rassegna innovativa nell’Europa centrale e con un bellissimo allestimento, in un paese dove esisteva solo la tradizione della quadreria. Malgrado la sua penosa sezione dove era riuscito a inserire il peggio del peggio. Ma una grande mostra si salva se oltre il 50% è di qualità. E la prima Biennale di Praga fu una mostra con una partecipazione molto intensa e rappresentò una vera apertura nei confronti della grande arte europea. 
Ma dopo questa esperienza la nostra collaborazione si concluse nel peggiore dei modi. Con una vicenda giudiziaria. A nostra difesa chiamammo una avvocatessa che ci era stata indicata da una persona di fiducia. Questa avvocatessa ci estorceva denaro affermando che la causa procedeva molto bene, che lei aveva sentito anche i giudici e che saremmo stati risarciti alla grande. Poi scoprimmo che questa avvocatessa non aveva iniziato nessuna pratica. Nel tribunale non esisteva alcun fascicolo del nostro caso. L’avvocatessa (che forse non era nemmeno laureata), poi forse in seguito fu anche arrestata perché era una malavitosa. E noi, con le pive nel sacco, cercammo un’altra location per questa Biennale di Praga che prometteva molto. E mantenne le sue promesse sino a che la sospendemmo per mancanza di una sede adeguata.

 Helena Kontova e Giancarlo Politi al loro matrimonio a Roztoky, Praga. 29 aprile 1977
Gli esami prima del matrimonio
Il padre di Helena era un famoso geologo conosciuto in tutto il mondo; fu chiamato anche ad insegnare negli Stati Uniti, ma dopo un anno di insegnamento, tutta la famiglia decise di tornare a Praga. Meglio la cortina di ferro anzi ché una città universitaria americana, dissero. Inoltre a Praga c’era un fermento che prometteva qualche cambiamento e questo stimolò la famiglia di mia moglie. Jiri Konta, questo il nome del papà di Helena, mi volle subito conoscere e mi invitò, insieme a sua moglie e a sua figlia, in un tipico ristorante boemo che ricordo ancora, Il buon soldato Svejk (Svejk era un pantagruelico e famosissimo personaggio della letteratura cecoslovacca). Fu una piacevole serata molto conviviale. Il professor Konta era un grande geologo ma anche un uomo di spirito. Ci raccontò della sua esperienza di deportato a Mauthausen, pur non essendo ebreo ma solo antinazista e dove riuscì a sopravvivere grazie alla sua conoscenza delle lingue, a cui talvolta i guardiani del lager dovevano ricorrere come interprete. Grazie a ciò riuscì a sopravvivere. Ma all’uscita di Mauthausen, lui alto un metro e novanta, pesava cinquanta chili. Uno scheletro ambulante. Ma verso la fine della cena, quando il professor Konta mi chiese quali erano le mie risorse e il mio conto in banca, rimasi di stucco. Non ci avevo mai pensato. Raccontai qualche frottola, che fu costretto ad ingoiare. Ma in me subentrò il terrore: vivendo io da single alla giornata, non mi ero mai chiesto come avrei potuto mantenere una famiglia. All’epoca a Milano abitavo in un piccolo residence e non avevo nemmeno un appartamento in affitto, che all’epoca era difficilissimo ottenere a causa dell’equo canone che in realtà ti sottraeva la proprietà, per cui tutti i proprietari preferivano avere le case libere. O affitti solo a persone referenziatissime e conosciute. Ma tutto questo Helena lo sapeva e accettò con gioia la scommessa di venire a vivere con me a Milano. Iniziammo le procedure per il matrimonio, che a Praga, specialmente per uno straniero, erano complicate. I miei documenti italiani dovevano essere tradotti ufficialmente e questo, vista la lentezza della burocrazia praghese, ritardò di alcuni mesi tutto il procedimento. Infine, nell’aprile del 1987, tutto sembrava pronto. Mancava solo il mio esame presso la locale polizia, senza il quale non si poteva celebrare il matrimonio. Nell’ufficio di polizia, mentre attendevo il mio turno, vedo uscire un ragazzo di Lecco bestemmiando e quasi piangendo. È la terza volta che sostengo questo esame, mi disse: una volta ho detto che ero comunista e mi hanno bocciato, poi ho detto che ero democristiano e mi hanno bocciato, oggi ho detto che sono apolitico e non voto per nessuno e mi hanno bocciato, Non so più cosa fare. A quel punto, io che pensavo che si trattasse di un normale colloquio di routine, incomincio ad essere preoccupato. Mi accoglie una signora che parla un discreto italiano e mi chiede perché volevo sposare Helena Kontova. Ma perché la amo, risposi io. Noi sappiamo che lei frequenta dei dissidenti qui a Praga, perché? Io non frequento dei dissidenti, risposi, ma degli artisti. Ho una rivista d’arte e incontrare artisti fa parte del mio lavoro. In ogni parte del mondo. Cosa pensa del Partito Comunista Italiano? Io sono socialista, risposi e non conosco molto bene le prospettive del PCI in Italia. Comunque la loro aspirazione di andare al potere in Italia, in questo momento, mi sembra prematuro. E cosa pensa del Movimento Sociale Italiano, (il MSI di allora ndr)? Mi sembrano dei goliardi senza futuro. Perché non si trasferisce lei a Praga? Se mi concedete le stesse libertà che ho in Italia, vengo subito. Lei mi sorrise e disse: lei sa che questo non è possibile. Poi mi abbracciò e mi disse: faccio tanti auguri a lei e ad Helena Kontova. Buon matrimonio. Se mi avessero bocciato, come il povero ragazzo di Lecco, cosa avrei potuto fare? Avevamo già fissato la cerimonia in un bellissimo castello, il Roztoky, fuori Praga, e anche la cena in un ristorante al Castello. I nostri testimoni erano Milan Knizak e Jindrich Chalupecky. Ma al matrimonio parteciparono tutti gli artisti dissidenti della città, capeggiati da Jiri Kolar. Da Trevi era arrivata mia sorella Luisa con suo marito. La cena fu bellissima in questo ristorante tipico, vicino allo studio di Kafka. Io pensai che se fosse arrivata la polizia avrebbe potuto arrestare tutta la intellighenzia dissidente. Ma ciò che mi colpì fu che molti artisti, i più importanti della Repubblica Ceca, non si conoscessero personalmente tra di loro. Solo grazie al nostro matrimonio si poterono incontrare e abbracciare. Tanto era il timore dei vigilati speciali, che evitavano incontri con i propri colleghi. Ripeto, solo Kolar e Milan Knizak sembravano non preoccuparsi. Al matrimonio non parteciparono i genitori di Helena, che in quel momento erano in Germania per alcune lezioni del professor Konta all’Università di Amburgo. E che ignoravano che io ed Helena ci stavamo sposando. Quando tornarono a Praga non trovarono più la loro figlia, ma una sua lettera che gli annunciava di essersi sposata e la sua scelta di vivere in Italia. Poco dopo ricevemmo una gentilissima e formale lettera del papà che ci augurava tanta felicità e l’augurio di un prossimo viaggio a Praga per salutarli.
Due giorni dopo il matrimonio abbracciammo tutti, caricammo le poche cose che Helena portava con sé e partimmo per l’Italia. Ma ci aspettava un severo controllo alla dogana, dunque eravamo con il fiato sospeso. Noi portavamo molte opere antimilitariste di Milan Knizak. Collage di carri armati sovietici colpiti da lanci di pietre e da fiori. Tutte queste opere le tenevo in disordine ma ben in vista, sul ripiano del cruscotto posteriore, come se non avessero alcuna importanza per me. I poliziotti della dogana mi guardano con i loro specchi sotto la macchina, sotto i tappetini del posto di guida dove trovano un vecchio biglietto da visita e mi chiedono di chi è. Spiego che si tratta del mio stampatore in Italia. Con un cenno mi dicono di passare. Subito dopo la dogana Helena incomincia a vomitare per l’emozione. Ma ci abbracciammo felici dicendoci: è fatta, andiamo a Milano.
Ma resterò sempre con il dubbio. Come mai, visti i miei contatti con i molti dissidenti, a partire da Havel, nessuno mi ha mai interrogato a Praga? Per molto meno hanno espulso numerosi stranieri. E come mai alla dogana, con le opere antiregime di Milan Knizak in vista, mi hanno chiesto informazioni solo su un innocuo biglietto da visita? Per me resterà sempre un mistero. Ma la mia sensazione è che essendo giornalista, la polizia aveva ricevuto l’ordine di essere tollerante con me. Non vedo altre spiegazioni.
Tornammo spesso a Praga, per salutare i genitori e gli amici artisti. Appena possibile portammo a conoscere ai genitori di Helena nostra figlia Gea, di appena un anno. Al ritorno in Italia passammo per Bratislava per salutare gli artisti Sikora e Mlynarcik, dunque dovevamo attraversare una frontiera diversa dall’entrata. Al controllo doganale ci dicono che Gea non può passare, perché non risultava entrata in Cecoslovacchia. Cosa era successo? Malgrado nostra figlia fosse iscritta sui nostri passaporti, i poliziotti della frontiera austriaca, da dove eravamo entrati, avevano dimenticato di scrivere sul documento che rilasciavano il nome di nostra figlia, che stava in una culla in macchina. A quel punto Helena diventò una tigre, incominciò a gridare e ad insultare i poliziotti, i quali dopo qualche telefonata ci lasciarono entrare in Austria. L’incubo era finito. 

PS. Per quanto riguarda la cronologia delle date ha ragione Francesco Bonami, sono un po’ alla Tarantino. Ma mentre scrivo le emozioni si accavallano e hanno il sopravvento sulla memoria della cronologia.
Contributii

Laura Cherubini
Carissimo Giancarlo,
Amarcord sempre strepitosi!!! 
Mi fa moltissimo piacere che tu abbia citato Carlo Ripa di Meana, che non è stato solo un politico, ma un intellettuale fine e acuto. E' stato un grande presidente della Biennale di Venezia con l'edizione dedicata al Cile (a cui Enwezor ha dedicato la sua) e soprattutto con quella del dissenso. Che Flash Art abbia avuto un ruolo in tutto questo non stupisce vista la sua anticipatrice funzione di stimolo per tanti aspetti... Carlo era un uomo anticonformista e molto libero, si era anche autoridotto lo stipendio di presidente, poi prontamente rialzato dal suo successore...  Vogliamo il libro degli Amarcord! Un abbraccio. Laura
P.S. Helena era proprio bellissima!

Hai ragione Laura. Carlo Ripa di Meana era un intellettuale molto raffinato. Sensibile soprattutto alle problematiche sociali, a cui con la Biennale di Venezia ha dato ampio spazio, senza cadere nella retorica populista. Retaggio anche della sua stagione a Praga (1953-1956), come Presidente dell’Unione internazionale degli Studenti, per conto, ahimè del PCI. Era anche conosciuto come “ll nobile che fa i picchetti”. Io l’ho incontrato a Milano nei primissimi anni '70, in una carica a tutti sconosciuta: Presidente dell’Azienda di Soggiorno e da cui mi recai per proporgli una Fiera d’arte a Milano. Sarebbe arrivata prima di Basilea o forse insieme. Mi ascoltò gentilmente ma non fu molto reattivo. E non successe nulla. Forse a quei tempi non era molto vicino all’arte oppure alle Fiere, considerate da taluni corruttrici dell’arte. Purtroppo non se ne fece nulla. Invece realizzata in quegli anni, avrebbe avuto un grande peso internazionale. Sarebbe stata la più importante Fiera d’arte in Europa (anche se non la prima, perché nessuno ricorda che la primissima fiera d’arte al mondo si tenne a Firenze, a Palazzo Strozzi, dove lavorava la mia amica Giuse Benignetti che saluto e che in quell’occasione mi fece entrare alla grande in questa prima fiera, con gallerie fiorentine e alcune nazionali: non so di chi fu l’idea, mi piacerebbe saperlo. Se qualcuno ricorda si faccia vivo. Purtroppo quella fiera a Palazzo Strozzi, un po’ raffazzonata, ma l’idea era vincente, se non ricordo male ebbe luogo solo per una edizione. Non riesco a trovare alcuna indicazione su Wikipedia, per cui il mondo e la storia sono iniziati negli anni ’80. Prima non è esistito nulla. Ma tu Laura, hai conosciuto Carlo e sua moglie Marina meglio di chiunque altro. Quindi potresti scrivere un libro su quella insolita coppia. Sai come la Gae Aulenti, in una intervista, definì Carlo, ai tempi della loro convivenza? Orgasmo da Rotterdam. Chissà perché.

Grazia Varisco
Caro Giancarlo Politi,
I nostri incontri casuali in tanti anni sono stati frequenti, i contatti professionali piuttosto sporadici ma chiari.
I tuoi Amarcord confermano un’attività intensa e un vissuto appassionato e partecipe alle vicende dell’arte, degli artisti, e... del contorno, di cui mi scopro poco informata e curiosamente interessata. Grazie della sollecitazione a colmare lacune di percorsi e della tua gentile citazione che mi riguarda.
Buon Amarcord 18! e seguenti.
Grazia Varisco

Ciao Grazia,
hai ragione, i nostri rapporti professionali sono stati sporadici e me ne dolgo. Quando si è giovani si vuole conquistare il mondo e si perde di vista l’orto del vicino, talvolta ricco e profumato. Ma ho perduto frequentazioni più assidue e professionali anche con Gianni Colombo (che spesso veniva a salutarmi in via Farini, insegnando lui alla Nuova Accademia di allora, in via Bassi, a duecento metri dalla nostra redazione), o Dadamaino con cui più volte ci siamo ripromessi di incontrarci a studio (ma Getulio me lo impedì. Lui odiava Dada in maniera viscerale e non ho mai capito perché: lui mi disse che Dada aveva retrodatato le sue opere. Ma questo detto da Getulio, che continuò, sino alla sua morte, a datare le sue opere anni sessanta, fa ridere: il bue che dice cornuto all’asino) e tutto il vostro gruppo e molti altri. Avverto anche una forte nostalgia per Gianfranco Pardi, artista delicato e raffinato, che meriterebbe più attenzione. Io allora viaggiavo a New York ogni due mesi ma anche a Londra, Parigi, Berlino, talvolta anche in Asia. E a Praga ovviamente. Ma poco in Italia e mi muovevo poco anche a Milano. Ma soprattutto mi sono lasciato guidare da Alviani, che mi portava solo lungo i suoi itinerari, impedendomi di allargare lo sguardo altrove (parlo sempre dell’area optical e concreta; il resto per Getulio non esisteva, era solo depravazione momentanea del mondo). Ma all'epoca io avevo fiducia in Getulio perché aveva una profonda conoscenza dell’arte razionale. Ma ora riconosco quanto egoista fosse: lui mi accompagnava da Denise René, e poi a Cholet da Morellet o in Croazia da Ivan Picelj, facendomi volutamente ignorare l’Italia che in quegli anni ’60 non era seconda a nessuno. Ricordo che Getulio odiava profondamente qualche artista della tua e sua generazione (non te), con motivazioni che a me sembravano anche plausibili e che invece ora mi appaiono devastanti. Io e Helena, in una nostra visita a Bridget Riley per una intervista, a Londra, abbiamo condotto con noi Getulio, il quale  chiese subito a Bridget un’opera per un fantomatico Museo Anna Palange (la sua donna da poco deceduta e anche la sola donna, a suo dire, di cui fosse stato innamorato) in Croazia (museo che non si è mai realizzato e tutte le opere raccolte per il museo, insieme alle altre, sono ora in mano alla sua ultima ex convivente, che ha ereditato tutto e che sta danneggiando irreparabilmente l’immagine di Getulio). Invece dell’opera lei gli offrì una grafica e Getulio ci restò molto male. Si aspettava un’opera da questa artista, che lui conosceva di vista e che ai tempi costava già centinaia di migliaia di sterline. Prima di andarcene Bridget ci disse: voi siete sempre i benvenuti nel mio studio, ma non portatemi mai più personaggi come Alviani. È un avvoltoio. 
Cara Grazia, io ti ho seguito come ho potuto, (ho visto una tua bellissima opera, la prima volta nel 1962, a Roma, alla mostra dell’arte programmata presentata da Umberto Eco e poi mi pare a San Marino e altrove sino ad alcune tue partecipazioni più recenti. Bellissime e in sintonia con le ricerche del tempo. Ma anche se non ci siamo frequentati ho sempre apprezzato il tuo lavoro, svincolato dalle ideologie che all’epoca avvelenavano l’aria e l’arte. Qualche anno fa abbiamo pubblicato una tua apprezzatissima intervista. E spero si ripresenti qualche occasione, magari in Flash Art International, per riprendere il filo.

Eraldo Valle
Signor Politi,
riceverei volentieri anch’io il suo Amarcord che vedo ricevere da mio cugino Marco Novella.
Sono un vecchio collezionista e, per stare nell’amarcord, ricordo di averla conosciuta, la prima volta, all’Iki di Colonia nel 1974, in una vicenda che la implicava con Francesco Masnata, titolare de La Bertesca, le cui mostre allora frequentavo.
Proprio in quel periodo La Bertesca inaugurava una Galleria a Dusseldorf ed è per questo motivo che mi trovavo in Germania. Ritenevo molto importante che una Galleria italiana aprisse un suo spazio all’estero, soprattutto in Germania, ove credo avesse per primo aperto una galleria il solo Peccolo di Livorno. Francesco Masnata è recentemente deceduto qui a Genova. La saluto molto cordialmente.
Eraldo Valle

Caro Valle, mi ricordo perfettamente di lei e dei nostri incontri-scontri, perché lei non era solo amico di Francesco Masnata, ma nel caso della galleria di Dusseldorf, anche finanziatore. E il nostro scontro verteva su fatto che, come al solito, Francesco non rispettava i suoi impegni economici. E lei (giustamente) non voleva essere coinvolto con le storie passate di Masnata. Ricordo che in quel periodo portai Masnata da Gerhard Richter, allora mio amico e lui concordò una mostra bellissima, L’Annunciazione, un omaggio a Tiziano, mi pare con sei-otto opere grandi, per la galleria di Milano. Gerhard Richter mi disse: Giancarlo, io non conosco questa persona ma mi fido di te. Tu sei il mio garante. Probabilmente si trattò di una delle più belle mostre di Richter e una delle più brutte figure della mia vita. Ma, come spesso accadeva con Masnata, né le opere (né il denaro delle vendite) tornarono mai da Richter. Io invece dovetti tornare da Richter con la coda fra le gambe, spiegando che avevo posto la fiducia su una persona che non meritava ma che all’epoca dimostrava buone intenzioni. Gerhard, da uomo generoso mi disse: ti capisco Giancarlo, può succedere, ma dopo questa esperienza di una mostra a cui tenevo molto e completamente scomparsa, non farò mai più una mostra in Italia. E così è avvenuto. Ma anche io, per quell’episodio, persi i contatti con un grande artista e allora amico, che avevo conosciuto molti anni prima, poco dopo il suo arrivo da Dresda.
Francesco Masnata, con la Bertesca, sembrava avere un ottimo fiuto: bellissime le sue prime mostre con cataloghi ancora oggi graficamente insuperati. Ma la sua attività che seguì la Bertesca di Genova non fu all’altezza dei primi tempi, per cui ogni tanto mi chiedo di chi fu il merito di quelle scelte: di Trentalance, allora suo socio o anche di Emilio Prini, di Genova anche lui e frequentatore della galleria? Il dubbio mi è sempre rimasto, perché l’attività di Francesco, che io frequentavo, fu spesso caratterizzata da scelte di livello medio e basso. E quando subentrò come socio suo cognato, Andrea Contini, certamente il livello non migliorò. Però La Bertesca di Genova, con la prima mostra dell’arte Povera, e bellissime mostre personali e cataloghi straordinari di Pistoletto, Boetti, Paolini, ecc. è passata alla storia. Vorrei capire di chi è il merito, visto che Francesco dopo i due anni di gloria è sceso all’inferno.

Maria Teresa Carbone
Caro Giancarlo,
grazie per avere pubblicato la mia lettera. Sulle piccole case editrici che stentano a farsi sentire, non posso che darle ragione, ma spero che un contatto con Flavia Piccinni (a cui ho girato il suo Amarcord) possa dare origine a qualche iniziativa per ricordare Irene Brin. Quanto agli istituti di cultura, so benissimo di cosa parla, avendo viaggiato un po' e vissuto alcuni anni all'estero - tra l'altro a Mosca dal 1991 al 1995 - e tuttavia proprio per questo resto convinta che in diversi casi gli istituti abbiano offerto e offrano molto più di "squallidi corsi di lingua italiana e mostre di amici d'infanzia”. Di nuovo complimenti per i suoi Amarcord, saluti cari
Maria Teresa

Cara Maria Teresa, forse sugli Istituti di Cultura all’estero ho generalizzato un po’ troppo. Anche perché ho vissuto, conoscendo Gianni de Michelis, il suo riordinamento di questa istituzione negli anni ’70, che ritenni all’epoca utopico. De Michelis avrebbe voluto a dirigere questi nostri Istituti, intellettuali noti. Mi pare che propose anche a Umberto Eco. Con stipendi allora esorbitanti. In un primo tempo qualcuno accettò l’incarico (ma non Umberto Eco) in seguito tutti tornarono a casa lasciando così spazio e seconde e terze scelte. A Mosca nominò un famoso intellettuale dell’epoca, Vittorio Strada, come lei mio ricorda. Ma dopo qualche mese tutti i nomi illustri tornarono in Italia, preferendo il nostro sole e la nostra pizza, a latitudini e abitudini talvolta sconcertanti.

Paula Metallo
Your many years of involvement on the art scene are invaluable and at this chapter in your life, getting them written down is an act of unselfishness and generosity. Thank you.
Paula

Grazie Paula, ogni tanto ti penso, invidiando il tuo lavoro all’Osservatorio Geologico di Coldigioco, nelle Marche. Una vita sotto le stelle e tra le rocce. E la tua pittura. Cosa vuoi di più?

Giorgio Verzotti
Ma che bello questo Amarcord su Praga, Helena e Kolar! Grazie Giancarlo continua così per favore. Giorgio

Caro Giorgio, ci proverò. Ma non è detto che ci riesca.
Stefano Chiesa
Gentile signor Giancarlo,
oggi mi sono preso una pausa, ho comprato una rosa rossa, mi sono diretto a Brescia, mi sono fermato al cimitero Volta, ho cercato la tomba di GAC e dopo aver pulito la lapide ho lasciato la rosa: a nome suo.
Stefano Chiesa (BG)

Caro Stefano, grazie di cuore. Mi hai commosso. Una cosa che avrei voluto fare con grande piacere io, ma non mi è stato possibile. Il tuo gesto è veramente impagabile. La tua sensibilità mi ha fatto piangere. Al giorno d’oggi non è solo rara, è inconcepita.
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Gianfranco Avanzini
Ho letto il suo scritto su KOLAR e mi permetto a 84 anni, senza titolo di studio e poche disponibilita, di inviarle la foto di questa opera che ho comprato alla fiera di BOLOGNA circa 30 anni fa e che ha fatto ridere e incuriosire gli amici per questo  acquisto che io non sono riuscito ad evitare. Spero le piaccia.
Mi scusi il disturbo, Cordiali saluti
Gianfranco

Caro Avanzini, bellissima opera la sua e gliela invidio. Anche perché è del 1976, il fatidico (per me) anno in cui ho iniziato a frequentare Praga. Credo anche di averla vista nello studio di Kolar, oppure una molto simile. A Kolar piaceva molto essere irriverente. Era il suo unico modo, ahimé, di irridere il mondo che lo aveva imprigionato dietro una cortina di ferro. 
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Maria Gloria Bicocchi
sempre una gioia leggere la tua/nostra storia
grazie. Maria Gloria

Marco Febo
Gentilissimo signor Giancarlo,
l'ho disturbata in qualche occasione per porle qualche quesito relativo al mondo dell'arte contemporanea. Questa volta non lo farò. Forse Le rubo comunque qualche secondo, ma semplicemente per manifestarLe il mio semplice "grazie" per gli Amarcord. Andrebbero, mi auguro, andranno collazionati e pubblicati in un unico volume. Chi legge sente il riverbero della passione con cui Lei ha lavorato negli anni. E ciò si coglie nel momento in cui Lei, che ha competenze e penna per poterselo permettere, rinuncia ad ammantare i testi di quel "filosofismo" che uccide tanta letteratura d'arte. La passione è semplice... E quanto è difficile essere semplici. Troppo lungo come ringraziamento, ma la sostanza resta. Grazie, signor Giancarlo.
Marco Febo, Verona

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giovedì 11 ottobre 2018

L'ACQUA

L'ACQUA
Mostra Internazionale del Libro d'Artista - Biblioteca Provinciale "T. Stigliani," MATERA, 13 ottobre 2018, ore 17.00
A cura di Giuseppe Filardi (Direz. Artistica)
La mostra che accompagnerà il pubblico nel passaggio dal 2018 al 2019, nell'anno di "Matera Capitale della Cultura Europea".

N.B. La mostra che accompagnerà il pubblico nel passaggio del testimone dal 2018 al 2019, l'anno di "Matera Capitale della Cultura Europea".
P.S. La mostra dei libri-opera degli artisti, resteranno in permanenza nella Biblioteca, visitable in qualsiasi momento.







Angelo Riviello, uno degli artisti invitati alla mostra permanente del Libro d'Artista, dal titolo "L'ACQUA" 

ACQUA
Libro d'Artista, 2018
(Angelo Riviello - Nota poetica di Rino Mele)
da n.1/15 esemplari + prova d'autore
 

ACQUA
Libro d'Artista, 2018
(Angelo Riviello - Nota poetica di Rino Mele)
da n.1/15 esemplari + prova d'autore 

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