giovedì 11 ottobre 2018

Amarcord 17 - Incontri, Ricordi, Euforie, Melanconie

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di Giancarlo Politi

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giancarlo@flashartonline.com

Gea Politi con Flash Art International 68-69 October-November 1976. In copertina Jiri Kolar.

Ricordi di Praga (parte prima)
Jiri Kolar, un genio ignorato dal mercato 
Sono da poco tornato da Praga. Due settimane nella capitale ceca per noi sono d’obbligo ogni anno. Anche tre o quattro talvolta. Inverno, primavera ed estate. E poi altro blitz a caso, quando è necessario per la Fondazione Prague Biennale di Helena. Oppure a caso, quando ne abbiamo voglia.
Praga mi disintossica dall’inquinamento del mondo. Perché, è sempre una delle capitali europee più belle e riposanti malgrado le orde di turisti che la infestano, fiondandosi su bancarelle a cielo aperto piene di souvenir kitsch e di würstel con crauti (che talvolta con il loro profumo piccante e speziato tentano anche me) in Piazza Venceslao o nella piazza gotico-rinascimentale più bella del mondo, Piazza dell’Orologio. Ma, per sfuggire alle invasioni dei turisti, basta spostarsi in qualsiasi viuzza laterale e dopo pochi metri ritrovi subito l'atmosfera della Praga magica di Angelo Maria Ripellino, con il museo della Tortura, inquietante e invitante a due passi, poi una serie di antiquari polverosi con antichi e rarissimi manoscritti in vetrina, stupendi palazzi austro-ungarici, svuotati del ruolo e ora diventati la seconda casa di Dracula. E poi incontri studi e negozi di artisti alla buona che dipingono davanti ai curiosi. Come la Parigi fin de siècle.
Proprio accanto a Piazza dell’Orologio, nello stupendo Palazzo Kinsky (la Galleria Nazionale) c’è ora una grande mostra di Jiri Kolar, che io e Helena abbiamo visitato con commozione quasi religiosa, perché abbiamo visto nascere sotto i nostri occhi decine di quelle opere, dalle mani callose e indurite di Kolar (da giovane ha esercitato il mestiere di falegname).
Ho conosciuto Kolar nel 1976, nel mio primo viaggio a Praga, con la mia Alfasud rossa, dopo lunghe odissee doganali, fatte di ispezioni snervanti, con specchi sotto la carrozzeria e cani lupo famelici al guinzaglio di arroganti militari del regime. Ma, da italiano alla Sordi, in qualsiasi frontiera del blocco di ferro o anche in Europa, mi sono sempre salvato con un cartone di prosecco di Valdobbiadene, con poliziotti e doganieri che non consideravano una forma di corruzione accettare un paio di bottiglie di quello che io chiamavo benevolmente e per fare breccia, “champagne italiano”.
In Russia invece, mi salvò una stecca di Marlboro: a Mosca un pacchetto di rosse mi aprivano qualsiasi porta. E i taxi, che non si fermavano nemmeno se ti buttavi sotto la macchina, con un pacchetto di Marlboro ti portavano ovunque. Piccoli segreti del mestiere di viaggiatore del mondo. Io lo consideravo solo un benevolo gesto di amicizia del popolo italiano nei confronti di chi non poteva permettersi certi piaceri. Solo i doganieri americani sono inflessibili. Una volta mi hanno bloccato un pacco di integratori e vitamine che si comperano liberamente in ogni Vitamin Shop, anche in aeroporto chiedendomi la prescrizione medica. Purtroppo l’aereo stava partendo e ho dovuto lasciare nelle loro mani oltre trecento dollari di varie vitamine: da allora odio tutti i doganieri americani che non hanno voluto capire che si trattava di prodotti in vendita libera.
Ma perché tanto amore e tanti sacrifici per Praga?
Nella primavera del 1976 arriva da me, a Flash Art, nell’allora sede di Via Donatello 36, qui a Milano, una bellissima ragazza un po’ esotica. Si presenta in un ottimo inglese (molto migliore del mio) dicendo di chiamarsi Helena Kontova, che lavorava alla Galleria Nazionale di Praga. Si trovava a Milano con una borsa di studio, offertale dall’Università di Praga, per incontrare Benedetta Marinetti per la sua tesi su Rugena Zatkova, una bravissima artista cecoslovacca che si era trasferita a Roma a seguito del marito, un diplomatico austriaco, frequentatore dell’entourage di Sergej Diaghilev, per poi, al suo divorzio, diventare la compagna di Arturo Cappa, fratello di Benedetta Marinetti. Poi venni a sapere che Ruzena Zatkova, donna molto bella ed emancipata per la Roma degli anni Venti, era stata allieva di Balla migliorando le sue già ottime qualità di pittrice. A dimostrazione del suo valore, ma da tutti ignorato, una sua opera, uno splendido ritratto di Marinetti (che Filippo Tommaso ha tenuto in studio sino alla sua morte), apre la mostra di Germano Celant alla Fondazione Prada sull’arte del ventennio fascista. Tanto di cappello caro Germano, per la tua professionalità e determinazione. Purtroppo Ruzena Zatkova morì giovane, a trentasette anni, in Svizzera, dove cercava di curare la sua tubercolosi e non ebbe il tempo di affermarsi come artista, seppure fosse molto stimata dai suoi colleghi futuristi. Tuttavia la sua produzione resta esigua per un mercato dell’arte che non sia solo per specialisti.
Helena mi spiegò che, malgrado lei fosse specializzata su Futurismo e Cubismo, era arrivata da me su consiglio di Karel Miler, con cui lei lavorava alla Galleria Nazionale di Praga, mitico artista concettuale praghese di quegli anni, che io definii “il piccolo Duchamp boemo”.
Qualche tempo prima, pubblicai su Flash Art un servizio sui giovani artisti concettuali di Praga: Karel Miler, Jan Mlčoch, Petr Štembera, Jirí Kovanda, i veri protagonisti dell’underground nella Cecoslovacchia coeva. Non ricordo come arrivai a loro, ma ai tempi tentavo di essere attento e curioso su ciò che avveniva oltre la cortina di ferro. Il loro teorico (e nostro collaboratore) era Peter Rezek, un bravissimo filosofo che privato dell’insegnamento dal regime, per sopravvivere doveva fare lo stalliere, per poi emigrare in Canada.
Un grande servizio sull’arte russa di quel momento, sempre su Flash Art, fu il generatore della Biennale del Dissenso di Carlo Ripa di Meana, nel 1977. Ricordo che mostrai a Ripa di Meana il numero di Flash Art e lui, molto affascinato dalla cultura di oltrecortina (era vissuto a Praga, come rappresentante dei giovani socialisti), iniziò a pensare a una mostra sul dissenso nei paesi dell’Est. Mi chiese anche i nomi dei possibili contatti che avevo in Russia, Polonia, Ungheria, Cecoslovacchia e del materiale fotografico che poi fu riprodotto nel catalogo della Biennale (lo stesso che io avevo pubblicato su Flash Art). 
L’articolo su Flash Art, malgrado la difficile distribuzione in un paese ostile all’arte contemporanea come la Cecoslovacchia di quegli anni, ebbe subito una eco straordinaria nell’underground culturale praghese, abituata ai samizdat. Anche una sola copia circolava attraverso centinaia, forse migliaia di mani. Da qui l’indicazione di Karel Miler a Helena di mettersi in contatto con me.

Helena Kontova nello studio di Jiri Kolar (Settembre 1976)
Helena era bellissima e tutti la guardavano
Helena era bellissima, di una bellezza esotica particolare e quando partecipavamo alle inaugurazioni, tutti gli sguardi erano fissi su di lei. Ricordo che a un vernissage da Marconi, nella sala principale, quando entrammo io e Helena gli occhi di tutti i presenti che osservavano le opere, come al cenno di un regista, si spostarono su noi due. Ebbi l’impressione di trovarmi su un palcoscenico che apriva il sipario al nostro ingresso. Mi resi conto allora dell’attenzione degli italiani per la bellezza non indigena.

Tra una inaugurazione e l’altra e incontri con artisti e galleristi, tra me e Helena iniziò una storia d’amore incredibile (che ancora continua seppur con diverse sensazioni. Direi che come accade, oggi il legame è più forte di prima).
Ma, al termine della sua ricerca e della borsa di studio (iniziando già la collaborazione a Flash Art) in estate Helena tornò a Praga. E da quel momento iniziò la mia via crucis quasi settimanale nella capitale della Cecoslovacchia, con quella rombante Alfasud (che in Italia faceva schifo e che invece era guardata con una certa cupidigia dai giovani del posto). Poiché Helena non poteva uscire dalla cortina di ferro, talvolta ci incontravamo a Budapest o a Bratislava che raggiungevamo entrambi in aereo. Tutto era difficile e complicato all’epoca. Una donna cecoslovacca in compagnia di un italiano poteva essere solo una prostituta, e spesso nei ristoranti Helena era guardata come tale. A Praga alle donne non era permesso andare in albergo se non con il proprio marito e chiedevano addirittura il certificato di matrimonio, per cui i nostri incontri erano da 007: ricordo che alloggiavo in un hotel molto economico e suggestivo, l’Admiral (che ho rivisto con commozione anche qualche settimana fa), a forma di battello sul fiume Moldava, con il ristorante a prua e le stanze come cabine di un transatlantico. Invitavo Helena a pranzo, sul fiume, in mezzo alle grida stridule dei gabbiani (pare si dica garriti, ma a me non piace), poi con qualche sotterfugio o mancia, scendevamo nella stanza. Ma alla sera Helena doveva tornare a casa dai suoi. La storia continuò così sino a che non trovammo un simpatico gay, funzionario dell’ente del Turismo e proprietario di un bell’appartamento, che in cambio di valuta straniera (marchi tedeschi) ci ospitava. All’epoca a Praga i dollari e i marchi tedeschi erano molto apprezzati, per cui esisteva una intensa attività dei cambiavalute clandestini, che offrivano il triplo del cambio ufficiale, ma con qualche rischio per l’ingenuo cliente (io stesso fui vittima della mia bramosia, trovandomi in tasca un pacchetto di valuta fuori corso, invece delle corone cecoslovacche). Non ho mai capito come sia potuto succedere, perché io vidi chiaramente che il cambiavalute metteva in mano le corone cecoslovacche. Tanto di cappello a quel cambiavalute.

Giancarlo Politi nello studio di Jiri Kolar (Settembre 1976)
Il mio primo incontro con Jiri Kolar


Tutti i pomeriggi, dopo che Helena aveva terminato il suo lavoro alla Galleria Nazionale, era una visita agli artisti. Il primo fu mi pare Jiri Kolar oppure l’artista fluxus Milan Knizak, allora simpatico contestatore e in seguito dispotico e gretto direttore della Galleria Nazionale di Praga. 
Con Jiri Kolar ci vedevamo spesso. Da lui, nella sua casa piena di opere sino al soffitto, oppure allo Slavia, storico luogo di ritrovo dei dissidenti e di spie, dove Kolar aveva un tavolo fisso. Ricordo che era un tavolo sull’angolo estremo del locale, proprio di fronte a un ponte sul bellissimo fiume Moldava (consiglio a chi non la conosca di ascoltare, anche su YouTube, la straordinaria sinfonia di Smetana, La Moldava). Jiri Kolar era un noto dissidente e vigilato speciale dai servizi segreti. Ma lui, impavido, faceva finta che non esistessero e si muoveva liberamente anche un po’ provocatoriamente, malgrado fosse stato poco prima in una prigione durissima, lui mi disse. Era il più famoso artista cecoslovacco all’estero. Aveva avuto due o tre mostre personali al Museo Guggenheim di New York (come forse mai nessun altro) e in altri musei nel mondo e il regime voleva evitare atteggiamenti troppo repressivi nei confronti di esponenti della cultura. Erano i tempi della semi clandestinità di Havel, che noi frequentavamo insieme agli artisti e attori di teatro. Havel e Kolar furono tra i primi ideatori e firmatari della famosa Charta 77, il più importante documento di dissenso della Cecoslovacchia che iniziò a circolare come samizdat, cioè dattilografato in più copie con la famosa carta copiativa blu. Maria Knizak, la moglie di Milan che lavorava in un ufficio pubblico come dattilografa, ne fece alcune copie affinché circolassero e me ne diede una, che io, timoroso di tenere con me, per precauzione spedii subito in una busta anonima in Italia all’amico Ferdinando De Filippi, allora segretario di una sezione del Partito Comunista. Tornato poi in Italia, chiamai un redattore del più importante quotidiano italiano per un eventuale pubblicazione. L’egregio giornalista dell’epoca mi chiese chi avrebbe pagato la traduzione. Io dedussi che era un imbecille e lasciai perdere. Poco dopo la Charta 77 fu pubblicata da Le Monde e da un settimanale tedesco, con grande scalpore internazionale. La stampa italiana già a quei tempi si dimostrava lungimirante e coraggiosa. 
Sempre Maria e Milan Knizak, allora veri amici nostri, ci invitavano spesso in una loro casa di campagna, semplice ma ospitale, con l’unico inconveniente di dover soddisfare i bisogni corporali in un boschetto accanto perché la casa era priva di bagno. A me era sembrato di tornare ai tempi della guerra, a Trevi, dove invece del bagno avevamo una latrina alla turca, nell’orto fuori casa e d’inverno al gelo. Ma a Praga, in quel 1976, era quasi impossibile trovare un idraulico per costruire un bagno in una casa privata. In compenso Maria Knizak, figlia privilegiata di un macellaio, cucinava nel giardino grosse bistecche (anzi, pezzi di carne), precluse ai più, perché la carne era ostaggio della nomenclatura. In quanto ai bisogni corporali, trattandosi di weekend brevi, ci limitavamo al minimo indispensabile, riservando poi il resto al profumatissimo bagno del nostro amico gay a Praga.

Testimonianza scritta di Jiri Kolar in Flash Art International 76-77 July August 1977 in occasione di Documenta 6

Vaclav Havel da bambino si vergognava di essere ricco

Vaclav Havel, allora produttore di spettacoli teatrali underground, oltre che scrittore, proveniva da una famiglia molto ricca, proprietaria dei più importanti palazzi di Praga e dei famosi stabilimenti cinematografici Barrandov, la Cinecittà di Praga, a cui i comunisti avevano confiscato tutto. Ma lui, che poi sarebbe diventato Presidente della Repubblica, si muoveva con una certa libertà. Cosa che ai più maliziosi permetteva di dire che fosse un informatore dell’StB (i servizi segreti di allora). Ma in un clima di paura come a Praga, dove la metà dei cittadini, per sopravvivere era costretta a collaborare, ogni dubbio era lecito. E se non collaboravi perdevi il lavoro, i tuoi figli, allontanati dalla scuola, tu guardato come un traditore e spesso incarcerato. Per cui, chi si sottraeva a collaborare doveva essere un eroe o un pazzo. Un’atmosfera veramente oppressiva quella che io vivevo a Praga nel 1976 e dopo. Vaclav Havel, scrittore e drammaturgo allora famoso, soprattutto nell’ambito underground, mi raccontava spesso della sua infanzia di bambino ricco (con autista, tata, istitutrice, giardiniere, personale di servizio), prima dell’avvento del comunismo. Ma, essendo un bambino obeso, era ovviamente ridicolizzato dai suoi compagni di classe. Lui mi confessò che avrebbe voluto tanto essere dall’altra parte, cioè un bambino povero ma normale, libero di giocare con tutti, anziché essere emarginato e deriso. Ma ciò avvenne poco dopo. Con la presa del potere del Partito Comunista, la sua famiglia fu spogliata di ogni proprietà e Vaclav Havel non dovette più invidiare i suoi compagni, perché era diventato povero come loro (pur ricevendo sempre aiuti da parte di qualcuno poiché frequentandolo, non sembrava un intellettuale in stato di necessità).
Ma Jiri Kolar sempre vicino a noi, sorridente e ironico nei confronti del potere, ci invitava al suo ristorante preferito, lo Slavia, in compagnia di altri artisti, dissidenti come lui. Nel famoso ristorante Slavia c’era sempre una tavolata di dissidenti, guardata a vista. Era la nostra. Kolar era molto generoso con gli amici e i suoi invitati, anche perché era il solo artista che aveva una certa disponibilità, grazie ai suoi collezionisti provenienti soprattutto dalla Germania e dall’Italia (me compreso). Tutti coloro che uscivano dal suo studio, con qualche opera sotto il braccio, avevano lasciato un po’ di valuta pregiata sul suo tavolo. Kolar, malgrado la sua opposizione al regime e le sue frequentazioni, godeva di una certa libertà e potrei dire che in rapporto al paese in cui viveva era una persona molto benestante. Ai collezionisti stranieri che non riuscivano ad arrivare e lui, Kolar spediva in buste di carta ruvida (una sorta di carta paglia italiana) niente affatto pregiata, sue piccole opere, come fosse una stampa qualsiasi e i collezionisti inviavano la cifra concordata in un conto in Germania, che gli aveva aperto un suo collezionista. Si trattava sempre di cifre modeste, equivalenti a duecento-trecento euro di oggi, ma con il tempo il conto aumentò e lui ne dispose quando con la moglie, Bela Kolarova, si trasferì con una borsa di studio prima in Germania e poi nel 1987 a Parigi.
La sua vita a Parigi era vissuta come a Praga: molto lavoro, sempre lavoro e poi serate al ristorante con profughi cecoslovacchi. Jiri Kolar, rinomato traduttore dall’inglese e tedesco in ceco (le sue traduzioni di poeti inglesi, francesi e tedeschi fanno ancora testo nella Repubblica Ceca) non conosceva una sola parola di inglese, tedesco e francese. Aveva accanto una signora che conosceva queste lingue che gli traduceva i testi e lui li interpretava in forma poetica. Un po’ come è avvenuto con Salvatore Quasimodo in Italia, con i suoi insuperati Lirici Greci; risultato ottenuto attraverso la comparazione di altre traduzioni. Perché “il geometra” Salvatore Quasimodo, conosceva solo superficialmente il latino e il greco, grazie ad alcune lezioni di un amico prete.
Invece Jiri Kolar non conosceva alcuna lingua straniera, eppure questa allergia alle lingue per lui diventò un sottile snobismo da esibire, perché, pur avendo vissuto a Parigi per almeno dieci anni, non parlava una sola parola di francese. Anzi, solo una: Monsieur. Anche se io credo che fingesse.

Fine Parte Prima
Contributi

Letizia Ragaglia
Caro Giancarlo,
I tuoi Amarcord sono ormai per me un appuntamento di lettura che aspetto con tanto piacere! Tra 10 giorni circa inauguriamo una mostra dedicata all’arte italiana della nostra collezione e della collezione Goetz di Monaco di Baviera (ti allego il save the date). Stavo pensando: avresti voglia di venire a Bolzano durante la mostra in corso e fare un “Amarcord live” nelle sale del museo? Con stima
Un caro saluto,
Letizia

Cara Letizia,
Ti ringrazio molto ma nei miei Amarcord non c’è nulla di “live”. È quasi sempre tutto “dead”. E per farne affiorare qualcuno ho bisogno di molta concentrazione, una sorta di autoanalisi molto particolare. Non sono un menestrello, ma solo un raccontatore di storie vissute, spesso tanti anni fa. 

Maria Teresa Carbone
Caro Giancarlo Politi,
Non è vero che nessuno si ricorda più di Irene Brin: l'anno scorso la casa editrice Atlantide ha pubblicato una raccolta dei suoi scritti, Il Mondo 1920-1965, a cura di Flavia Piccinni, e nel catalogo Sellerio compaiono ancora “Usi e costumi” 1920-1940, uscito nel 1981 (l'avevo recensito per qualche giornale, mi pare "Il Lavoro" di Genova), Dizionario del successo dell'insuccesso e dei luoghi comuni (1986), Le visite (1991), Cose viste, 1938-1939 (1994). Purtroppo non l'ho conosciuta, ma è stata una grandissima giornalista (oltre al resto). E pure sugli istituti di cultura all’estero avrei da ridire, perché i due o tre che mi è capitato di frequentare non sono gestiti "da incompetenti e obsoleti professori di disegno" e tutto sommato mi pare facciano bene il loro lavoro, in modo non tanto diverso dall'USIS di via Veneto. Ma forse sono stata fortunata e comunque questo non toglie nulla al piacere con cui leggo i suoi Amarcord.
Maria Teresa Carbone

Grazie Maria Teresa per l’informazione su Irene Brin. Ora provvederò ad acquistare il libro curato da Flavia Piccinni. Purtroppo non ho mai incrociato questo libro nelle varie librerie che frequento qui a Milano. Feltrinelli, Mondadori, ecc. Colpa mia o della distribuzione? Comunque in questi anni, (è la mia cecità?) non ho mai letto un articolo o visto un programma televisivo su Irene Brin. L’informazione di una piccola casa editrice quasi sempre viene sommersa dalle urla delle grandi. Invece non sono d’accordo sugli Istituti Italiani di Cultura: forse perché alzo troppo l’asticella? Io ho trovato sempre (New York, Parigi, Praga, Londra, Madrid, Stoccolma, Helsinki, ecc.) un dilettantismo sgradevole e sovra pagato. Il direttore di un Istituto Italiano di Cultura (in genere analfabeta di ritorno) guadagna più di un parlamentare italiano, il quale guadagna più di qualsiasi altro parlamentare dei vari paesi europei. Il direttore dell’Istituto di Cultura italiano a Praga guadagna molto di più del Primo Ministro o del Presidente della Repubblica Ceca. Mi dica un solo Istituto che abbia realizzato qualcosa, oltre a qualche squallido corso di lingua italiana o mostre su amici di infanzia. Ma lei ha mai frequentato il Goethe Institute, il British Council, la Pro Helvetia, il Centro Culturale Francese o anche quello polacco, quest’ultimo incredibilmente attivo e con collaboratori preparatissimi?  No, non ci siamo cara Maria Teresa. Io ho un altro parametro per giudicare la qualità. Grazie comunque delle sue informazioni.

Antonio Barrese, Gruppo MID
Caro Politi,
Seguo con piacere i tuoi Amarcord. Ho qualche anno meno di te ma, avendo iniziato giovanissimo (la mia prima mostra di Nuova Tendenza è stata, da ventenne, nel 1965) ho mosso i primi passi con te, e ti ricordo distribuire le copie di Flash Art formato tabloid, come facevano gli strilloni, davanti alle mostre. Io ho fatto l’artista, nel Gruppo MID di arte cinetica, dal 1965 al 1972, poi sono passato al design, godendo dei vantaggi della splendida stagione milanese. Da una decina d’anni, giudicando finita la stagione del design che a me piaceva – e non avendo alcun interesse per il miserevole professionalismo nel quale è precipitato –  sono tornato a tempo pieno all’iniziale lavoro d’artista, in parte riprendendo e posizionando il Gruppo MID, ma specialmente ripartendo con il mio lavoro individuale da dove il MID si era fermato e sviluppandolo in direzioni inedite e “coraggiose”. Per quanto riguarda il MID ho partecipato a tutte le mostre nazionali e internazionali che ripropongono l’Arte cinetica. La situazione che ho trovato, che giorno dopo giorno si riconferma, è quella di un inaccettabile degrado, prodotto da modalità di “mercato” imbarazzanti, da un collezionismo pletorico, da miriadi di aste, da “critici” che sfornano improbabili cataloghi, da altri "critici" che si alleano a “finanzieri” e gestiscono scuderie di anziani pseudo-protagonisti di cui ”pompano” neo-produzioni e tardive repliche. Per non parlare degli artisti che producono più da vivi che da morti. La situazione sarebbe quasi normale — dopotutto profittatori, simoniaci, ladruncoli, magliari e truffatorelli esistono ovunque. Per quanto riguarda l’Arte cinetica questo miserevole mercato diventa insopportabile perché il sottosistema mercantile ha cancellato (dalle mostre, dai testi, dai cataloghi) l’autentica Arte cinetica, l’arte del movimento reale, dei motorini, cioè l’arte di Munari, del Gruppo T, del Gruppo MID, a vantaggio di ciò che Arte cinetica non è (essendone l’epigone), cioè della OpArt, più facile da esporre, da vendere e che trova più agevole collocazione nelle anticamere dei piccoli collezionisti di oggi. Non si può lasciare così tanto potere al mercato e ai suoi lacché (come si definivano un tempo i servitorelli)… Potrei scrivere ancora moltissimo (e lo ho fatto in un libro che uscirà tra qualche mese). Potrei anche fare i nomi di alcuni personaggetti che truccano e propongono “anticature”… 
Cosa ne pensi? Un saluto affettuoso,
Antonio Barrese

Caro Barrese, non capisco questa tua reazione contro il mercato. Chi dovrebbe finanziare l’arte se non ci fosse il mercato? Tu hai il dente avvelenato nei confronti di qualcuno o qualcosa che non ho individuato. Ma i responsabili del vostro fallimento come gruppi, siete voi stessi. Con le interminabili filippiche politichesi, illeggibili allora e oggi. Riguardati il libro di Italo Mussa: “ll Gruppo Enne: situazione dei gruppi in Europa negli anni Sessanta”. E dimmi se ti riconosci in quegli scritti. E chi si è sganciato dai gruppi, diventati laboratori ideologici, (Gianni Colombo, Grazia Varisco, Alberto Biasi, Manfredo Massironi) come artista si è salvato. Tu hai avuto una ottima fortuna, tutta meritata, come designer. Categoria che credo appartenga al Gruppo MID e al tuo lavoro. In fondo anche Fontana, Castellani, Bonalumi, Scheggi, provengono dalla cultura del design milanese.

Elisabetta Longari
Mirabile ritratto che, come sempre nei tuoi ricordi, si staglia sul tessuto di luoghi e persone, contesti restituiti con poche ma ricche e sapide pennellate. Dispiace personalmente la chiusa: ritengo Schifano un animale da pittura che, come Picasso, molto ha prodotto anche con grande disinvoltura e noncuranza, ma sempre con una zampata felina irresistibile. 
Grazie per questa magnifica rubrica.

Cara Elisabetta, per salvare Schifano bisognerebbe avere il coraggio di cancellare il 95% della sua produzione. Se si escludono i primi cinque anni, influenzati da Jasper Johns, ma comunque molto validi, il resto della produzione di Mario è da buttare. E lui lo sapeva benissimo. Mi diceva sempre che la pittura era finita e lui voleva fare altro. Per questo si dedicò anche al cinema, con cui riuscì a ottenere anche qualche ottimo risultato. Ma il suo bisogno incessante di denaro, la sua vita disordinata e la sua mancanza di disciplina gli hanno impedito di diventare l’Andy Warhol italiano. Credo che Mario Schifano sia l’artista italiano che in assoluto abbia prodotto di più e che abbia guadagnato di più. Un mio amico, G.T. suo grande collezionista, mi confessò di aver dato a Mario, nel corso di vent’anni, circa due miliardi di Lire dell’epoca. Cifra enorme, che mai nessun artista aveva guadagnato in vita. Mi disse anche che aveva ricevuto da Mario un migliaio di disegni e qualche centinaio di quadri. Alcuni anche belli. Come puoi tentare una rivalutazione di un artista che ha prodotto molto più di Picasso, avendo vissuto trent’anni di meno e con un mercato nazionale?
Per questo credo che non si realizzerà mai un suo catalogo ragionato né assisteremo a una sua rivalutazione di mercato. Conosco bene le qualità che possedeva Mario. Ma lui, consciamente le ha volute bruciare, per assaporare ogni aspetto della vita che gli fosse permesso. E non si è fatto mancare nulla. Proprio nulla. Credo che abbia avuto abbastanza: gloria, denaro, amore, dissoluzione. I giusti ingredienti dell’artista maledetto.

Mauro Corbani
Caro Giancarlo… un’altra chicca questo 16° Amarcord! Che bel tributo a Giovanni Carandente, complimenti !! Non molti lo ricordano questo stimato&generoso Critico, Curatore, Storico dell’arte e grande Collezionista pure!! Poi gli aneddoti con&per l’affascinate  Mario Schifano! Forse non sarà annoverato come un “titano” nei libri di Storia dell’Arte come lo sono stati  R.Rauschenberg, A. Warhol, Cy Twombly (e molti altri di quei livelli)…ma ci sarà senz’altro in quelle pagine per quello che è stato ed ha dato come artista! Comunque un gran talento che ha liberato vie di creatività (ed anche di vita) per parecchi di noi lo è stato! Ciao… mi fai felice con i tuoi “ricordi di vita vissuta” e raccontata come sai Te!!
Un caro abbraccio, Mauro.

Caro Mauro, Schifano ha preferito vivere a mille, assaporare tutti gli aspetti della vita, anche quelli più cruenti, anziché cercare di restare nella Storia. Come dargli torto?

Rosi Fontana
Gentilissimo Giancarlo Politi,
Grazie per queste sue finestre nella storia dell'arte contemporanea, aperte da lei con grazia e con la volontà di rendere tutti noi che le leggiamo un nuovo tassello della sua memoria. È un grande regalo il suo, lo apprezzo molto, forse, senza meritarlo, mi arricchisco della sua esperienza, l’esperienza di un uomo che ha attraversato con grande consapevolezza e intelligenza il suo tempo nell'arte di oggi. Grazie di cuore.

Carmelo Nicosia
Caro Giancarlo,
Grazie per le lezioni di memoria che ci regali periodicamente..
Parlo spesso con i miei studenti di questa storia recente fatta di rapporti umani, scienza e coraggio. Come tu saprai  è morto Piero Guccione, un amico e un grande artista. Ti invio un piccolo ricordo fotografico di Piero nel suo studio a Scicli ne 2015…

Grazie Carmelo, Io non posso scrivere nulla su Guccione, perché l’ho conosciuto superficialmente, a Roma, quando era assistente (in studio) di Guttuso. Ma ricordo solo qualche caffé insieme, in via del Babuino. Era gentile e discreto. E con la tendenza a guardare anche al di là della sua pittura. Poi le nostre strade non si sono più incrociate. Io a Milano già nel 1970-71 lui ancora a Roma poi in Sicilia. Ho seguito il suo percorso come ho potuto. Ritengo sia stato un ottimo pittore, di grande sensibilità, nel momento in cui la pittura stava per essere messa un po’ in disparte. Secondo Jean Clair e anche Vittorio Sgarbi, è stato il più importante pittore italiano. Ma credo che, pur stimando Guccione, sia un giudizio troppo emotivo. 

Francesco Cascino
Grazie Giancarlo, sempre più belli e appassionanti. 
Un caro saluto. 
Francesco

Chiara Massini
Oh che felicità leggere questi racconti. Mi divertono moltissimo e sto arricchendo notevolmente il mio bagaglio culturale. Aspetto con ansia in prossimo Amarcord.
Chiara Massini

Fabrizio Capsoni
Buongiorno Dr. Politi, dovrei fare un richiamo alla mostra di Sandro Chia in corso a Locarno e mi piacerebbe riportare il testo del suo bellissimo Amarcord n.11. Mi autorizza? Farei un semplice "copia e incolla" sotto alla breve presentazione della mostra. Grazie e cordiali saluti,
Fabrizio Capsoni.

Ne faccia l’uso che vuole. 

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martedì 2 ottobre 2018

Amarcord 16 - Incontri, Ricordi, Euforie, Melanconie

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giancarlo@flashartonline.com

Mario Schifano. Tutte le immagini Courtesy Archivio Mario Schifano


Roma 1967
Ero seduto al bar Rosati a Roma, aspettando per un aperitivo Mario Schifano che esponeva proprio sopra il Caffè Rosati alla galleria La Tartaruga, di Plinio de Martiis. Mentre aspettavo, parlavo con Giovanni Carandente che mi raccontava le sue esperienze alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, da cui era stato appena allontanato. Entrando nei dettagli intimi senza alcuna remora come spesso lui faceva con gli amici, mi raccontò di quando Palma Bucarelli, mitica ma anche dispotica direttrice della Galleria Nazionale di Roma, lo aveva scoperto dietro a una tenda faceva del sesso orale con un muratore che lavorava alla Galleria Nazionale. Dico questo perché Giovanni (Carandente) era un caro amico e non nascondeva la sua omosessualità, su cui spesso scherzavamo. Né questo episodio con la Bucarelli che lui odiava e di cui augurava la morte al più presto. "Sono nato donna, caro Giancarlo e ne sono felice", mi diceva mentre gli davo un passaggio per Spoleto, quando mi recavo a Trevi.

Ricordo che Gianni Carandente mi diceva di invidiare Gian Luigi Rondi, critico cinematografico e allora direttore del Festival del Cinema di Venezia. "Vedi," mi diceva Carandente "se io fossi al posto di Rondi che lavora nel cinema, avrei la possibilità di corteggiare anche Marlon Brando, invece il mondo dell’arte offre molto poco. È

un parco molto limitato".

Mentre parlavamo da Rosati, arriva rombando sulla sua moto nuova (quella moto che l’avrebbe poi portato alla morte poco dopo nel sottopassaggio del Muro Torto, a poche centinaia di metri da Rosati) Pino Pascali. Carandente, mi saluta e salta sulla moto di Pascali e insieme si allontanano. Più tardi mi dirà che molto spesso con Pascali facevano colazione da Rosati, poi andavano allo studio dell’artista e lui lo guardava mentre lavorava. "Nessuno conosce il lavoro di Pino Pascali quanto me", mi diceva. E quando il povero Pino ebbe l’incidente con la moto e restò in coma, Carandente non abbandonò mai l’ospedale, sempre a fianco di Pino. E quando Pino morì, lui accusava il suo gallerista Fabio Sargentini (che invece probabilmente aveva capito che qualsiasi intervento sarebbe stato inutile) di non aver fatto arrivare il famoso neurochirurgo svedese Herbert Olivecroma per tentare un intervento disperato. Per anni Giovanni Carandente si portò dietro il dramma della morte di Pino Pascali, tanto era l’affetto e la stima che lo legavano al giovane artista.

Mario Schifano a Palazzo Primoli

I miei incontri con Mario Schifano

Ma torniamo da Rosati. Mentre sorseggio il mio Aperol, scende dalla galleria La Tartaruga Mario Schifano. Come sempre aitante e con i jeans scuciti e sdruciti che solo lui poteva e sapeva portare con la grazia di una divinità greca. Un grande abbraccio e si siede accanto a me, ordinando un drink. Conoscevo Mario da alcuni anni ed eravamo legati da una affettuosa amicizia. Avevo visto, nel 1959, all’Appia Antica, la mitica galleria di Emilio Villa, la sua prima mostra (informale) che l’aveva rivelato alla Roma dell’arte e di cui ne avevo scritto su una rivista, Crisi e Letteratura, che avevo fondato a Roma insieme a Gaetano Salveti, colonnello dei servizi segreti (allora SIFAR, diretti dal discusso generale De Lorenzo, accusato di preparare un colpo di stato). Gaetano Salveti era un ottimo poeta e grande appassionato di letteratura (poi diventerà Segretario del Sindacato Scrittori). Poiché lui era il finanziatore, aveva voluto chiamare la rivista con quello strano nome, Crisi e Letteratura, da saggio critico, che io detestavo. Ma in realtà io gestivo la rivista e vi scrivevo ciò che volevo, per cui mi turai il naso sul nome della testata e dedicai ampio spazio a tutti gli artisti di Piazza del Popolo e al nascente Gruppo 63, un drappello di letterati (tra cui Arbasino, Anceschi, Balestrini, Furio Colombo, Umberto Eco, Giuliani, Guglielmi, Manganelli, Pagliarani, Porta, Sanguineti ed altri), che avevano definito Giorgio Bassani, Carlo Cassola e Vasco Pratolini, i grandi narratori dell’epoca (tutti ricordiamo Il famoso affresco storico de Il Giardino dei Finzi Contini, di Bassani) delle Liale, riferendosi a Liala, mitica scrittrice di romanzi rosa. Invitai a collaborare Emilio Villa, Edoardo Sanguineti ed altri, per dare un respiro di attualità ad una testata finanziata da un simpatico colonnello dei servizi segreti, allievo del grande Alfredo Gargiulo, letterato e filosofo di estrazione crociana. Ma io che di crocianesimo ne sapevo poco, dedicavo ampio spazio all’arte e alla letteratura. In cambio del mio lavoro Salveti mi offrì di abitare nella sua stanzetta da ufficiale, nell’allora Caserma accanto alla Stazione Termini. Mi aveva presentato a tutti i suoi colleghi (colonnelli, generali, ecc. come il tenente Politi, suo cugino da parte di madre). Mangiavo spesso alla mensa ufficiali, pagando ogni pasto cento lire di allora, il costo di un biglietto del tram. E quando c’era Salveti ero suo ospite. Un periodo bellissimo: location al centro di Roma, stanza con bagno decorosissima e con un attendente molto gentile e servizievole che si occupava della mia stanza e di tutto ciò che mi occorreva. Mi sentivo un po’ a disagio solo quando mi chiamavano tenente, io che non ho fatto il servizio militare e non distinguo un maresciallo da un generale.

A Roma in quel periodo vedevo spesso Mario Schifano, sempre accompagnato da donne bellissime, soprattutto nobildonne e attrici. Lo vidi per un periodo fare coppia fissa con la modella e attrice Anita Pallenberg che poi sposò Keith Richards dei Rolling Stones, gruppo con cui lo stesso Schifano ha collaborato.

Mario Schifano in studio (1968)

Incontro struggente con Mario Schifano in carcere a Regina Coeli

Ma il ricordo più struggente fu quando lo andai a visitare al carcere di Regina Coeli, per portargli duecentocinquantamila lire, frutto della vittoria al Premio di pittura Sassoferrato a cui l’avevo invitato. Come Presidente della giuria riuscii a far assegnare il primo premio ex aequo a Mario Schifano e Gino Marotta, due cari amici, ma senza alcuna manipolazione, perché tutti i membri della giuria avevano riconosciuto all’unanimità le loro qualità rispetto agli altri. Perché gli altri partecipanti erano quasi dei dilettanti. Il Premio Sassoferrato, che ancora esiste è la più antica rassegna d’arte in Italia (solo dopo la Biennale di Venezia) essendo stato fondato nel 1950 da padre Stefano Troiani che ne ha curato oltre sessanta edizioni e a cui ha dedicato la vita. Una rassegna di basso profilo ma resistente al tempo. Io in una lontana edizione cercai di sollevarne le sorti. Ma capii poi che padre Troiani aveva bisogno di quel livello di rassegna per gestire i rapporti politici con un onorevole del posto. Dunque meglio invitare un artista marchigiano, che poteva portare voti anzi ché Piero Manzoni.

Mentre entravo a Regina Coeli vidi uscire l’attore Renato Salvatori, amico di Schifano, il quale mi rassicurò sulle condizioni di Mario. E mi presentò un signore grassoccio e con la bombetta che lo accompagnava: era l’avvocato di Mario che molto sicuro di sé, affermò che l’artista sarebbe uscito presto. Io tremai quando lui mi parlò: era il solito avvocaticchio romano che aggiustava tutto ma poi i suoi clienti finivano all’ergastolo. Era insomma la caricatura dell’avvocato che nei primissimi anni '60 a Roma, fuori del tribunale, offriva i suoi servizi. Non ho mai capito come Mario e Renato Salvatori potessero fare affidamento su di lui. Ma Roma era anche questo.
Quando entrai in parlatorio Mario scoppiò a piangere e tentò tra le sbarre, di abbracciarmi. "È la prima volta che vinco un premio", mi disse. "Grazie Giancarlo, questo riconoscimento, in questo momento, per me ha un valore enorme. Anche di fronte ai miei compagni di carcere che ora mi rispetteranno di più. Ora non sarò più un piccolo criminale come loro, ma sarò l’artista maledetto". Mario che era in carcere mi pare per uso personale di cannabis (ne avevano trovato un certo quantitativo nel suo appartamento: era il periodo della caccia alle streghe. Mimmo Rotella, sempre a Roma, si fece cinque mesi di carcere perché lo avevano scoperto che coltivava marijuana in un vaso sul suo balcone), era comunque in ottima forma e in grande confidenza con i secondini che aveva conquistato con il suo fascino naturale e forse qualche mancia, offerta dalle sue amiche benestanti che venivano a trovarlo. 
Mario mi fu sempre riconoscente per questo gesto. Le duecentocinquantamila lire che gli portavo, in pezzi da diecimila, lo fecero sentire nuovamente artista. Un riconoscimento ufficiale al suo pedigree che arrivava dal mondo esterno e per di più dal mondo della cultura. 
Quando ci incontravamo a casa sua (sempre bellissime) o da Rosati, mi raccontava molto volentieri la sua vita. Nato in Libia da genitori italiani, suo padre era un archeologo e restauratore e da lui apprese i primi rudimenti di pittura. Perché Mario era totalmente autodidatta. Insofferente a qualsiasi disciplina, aveva lasciato la scuola da ragazzino (non ricordo se avesse ottenuto la licenza di terza media) e dopo varie esperienze di lavoro negative, divenne assistente di suo padre che lavorava al Museo Etrusco di Valle Giulia.


Mario Schifano e Andy Warhol

Mario a New York, fra Andy Warhol e Jasper Johns


Mi parlava spesso del suo viaggio a New York, nel 1963, a bordo del transatlantico Cristoforo Colombo, con la bella Anita Pallenberg con cui convisse per un certo periodo. Ma i suoi racconti sulla esperienza a New York, spesso, da un mese all’altro variavano. In quell’anno Ileana Sonnabend, a Roma con Leo Castelli, gli aveva comperato alcune opere e lo aveva invitato a New York, per frequentare l’ambiente artistico della grande mela e anche per poter misurare la temperatura presso artisti e collezionisti di Mario. In previsione di una sua mostra nella galleria di Leo (Ileana ai tempi aveva un’influente galleria a Parigi, in Rue de Seine, da dove distribuiva a tutta l’Europa la Pop Art americana; ma continuava a collaborare strettamente con la galleria newyorkese del suo ex marito, Leo Castelli) con la galleria di Ileana a Parigi e Gian Enzo Sperone a Torino, Mario iniziò una intelligente collaborazione che lo rese famoso e credo ricco.
A New York Mario si perse, come suo solito, dietro straordinarie avventure intellettuali e di vita, senza ascoltare i suggerimenti pragmatici di Ileana Sonnabend e dunque senza concludere molto con il suo lavoro, per cui si era recato a New York. Si ambientò immediatamente nella New York di quegli anni, divenne amico di Frank O’Hara, un giovane poeta molto noto all’epoca e curatore al MoMa e amico entusiasta di tutti i giovani artisti. Mario frequentò la Factory di Andy Warhol dove Anita conobbe e si innamorò di Mick Jagger, con cui convisse per qualche tempo, poi si sposò con un altro membro del gruppo dei Rolling Stones, Keith Richards, da cui ebbe tre figli, diventò attrice di successo e una famosa stilista. Ma in quel primo viaggio a New York, Mario Schifano si americanizzò, assorbendo le mode, i colori, gli eccessi della città in quel momento particolarmente spumeggiante. La serie di opere, diventate poi mitiche, con le scritte di Coca Cola ed Esso, sono figlie di quel viaggio. 
Grazie a Leo Castelli, Mario incontrò, traendone molta linfa per il suo lavoro, Jasper Johns e Robert Rauschenberg, anche se per i due grandi artisti americani non scattò mai un vero feeling nei confronti dell’artista italiano. Almeno così mi riferì Leo Castelli che aveva combinato l’incontro. Mario invece mi parlava della sua grande amicizia con i due famosi colleghi americani. Comunque quel viaggio, la sua frequentazione della Factory di Warhol (il suo amore per la polaroid e la TV, furono eredità di Andy) e l’incontro con Rauschenberg e Johns, certamente ebbero una forte influenza sul suo lavoro.  
Qualche anno dopo la mia visita a Regina Coeli, Mario invitò per alcuni giorni me e Helena, nella sua casa di Ansedonia, dove stava preparando una mostra per l’Istituto Italiano di Cultura del Cairo. Nei tre-quattro giorni della nostra visita non lo vidi mai toccare un telaio o un pennello. Giocava con la TV scattando migliaia di Polaroid che poi gettava in modo sparso sul letto. Si ritirava per ore nella sua stanza. Lo rivedevamo la sera sul terrazzo per la cena.
Mario era un simpaticissimo borgataro megalomane. Inviava tutte le mattine il suo autista con la Bentley a Roma, alla Stazione Termini, per acquistare la copia giornaliera del New York Times. Che poi lui si divertiva a sfogliare e anche a ritagliare, per tutto il pomeriggio. E forse anche a leggere, ma non sono mai stato sicuro del suo livello di inglese.
Io gli chiedevo insistentemente quando avrebbe iniziato a lavorare per la sua mostra al Cairo, perché volevo vederlo al lavoro, sulla cui velocità e modalità, si mitizzava. E lui con un sorriso rassicurante rispondeva: "sto pensando". Una mattina a colazione sul terrazzo (verso le ore 12) Mario ci dice: "i quadri per il Cairo sono partiti"."Ma come, gli chiedo, e quando li hai realizzati?" "Stanotte. Sapevo che stamattina sarebbe arrivato il trasportatore e li ho realizzati", mi risponde. Nella notte aveva realizzato dodici quadri di 2 metri per due: acrilici su tela. Ed erano già partiti con il trasportatore.
A Roma, come ho già detto, la velocità di esecuzione di Mario Schifano era mitica. Ma non mi sarei mai aspettato che sarebbe stato capace di realizzare una mostra in una notte. Anzi, in pochissime ore. Questa velocità era anche una voracità. Per tutto. Per il denaro, per la vita, per gli affetti, per le esperienze nuove e per tutti i viaggi dello spirito e della mente. Dentro e fuori del suo corpo. Quella velocità e voracità che gli hanno permesso di creare dei capolavori ma anche migliaia di opere modeste e maldestre. Che forse gli impediranno di entrare nella Storia dell’Arte.
Contributi

Massimo Bottura
Caro Giancarlo

ti scrivo per ringraziarti per questa rubrica spettacolare. Tu sai che tra Emilio Mazzoli, ‘Bollito’ Oliva (lo prendiamo in giro) e Gian Marco Montesano ne ho ascoltate di storie interessanti ma vedere la storia sotto una diversa angolazione è veramente costruttivo e appagante
Grazie 
Massimo Bottura


Caro Massimo,
che piacere ricevere da un numero uno come te dei complimenti. Anche perché non mi pare sia una consuetudine per te. E anche avere la testimonianza di un altro numero uno, Francesco Bonami, che ti segue, è un riconoscimento che non merito.
Non lo sarebbe invece parlare con il tuo amico Emilio Mazzoli di arte. A meno che non si parli di lui. Se si nomina un altro gallerista o artista che non sia passato da lui, è come gettargli fumo sugli occhi. Ma sono grato a Emilio perché, lui dice che ti ha insegnato a tagliare il prosciutto. Lo ringrazio a nome di tutti i tuoi sofisticati clienti. Anche se io non ho mai avuto la fortuna di gustare questo prosciutto tagliato come si deve.
Invitaci a pranzo (solo a pranzo) un giorno, a tua scelta, con lo sconto amici. Con mia mia figlia Gea e suo marito. Ti facciamo una intervista per Flash Art.

Francesco Bonami
Caro Giancarlo,
grazie per il lungo e bel profilo che mi hai dedicato su Flash Art, con un editing della cronologia da Tarantino. Comunque non è proprio vero che ometto Flash Art. Nei miei pochi libri autobiografici c’è sempre e ci siete pure voi. Un abbraccio. Checco

Ciao Checco,
hai ragione, la cronologia è il mio salto ad ostacoli. Ma sfogo la mia vena poetica in questo modo. Ricordo che Leopardi descrisse come nascevano le sue poesie: una volta scritto il primo verso lo rileggo all’infinito (???), (lui ha scritto ma cito a memoria) sino a che questa lettura non mi suggerisce il verso successivo. E così sino alla fine. Ma è un procedimento che io, quando ero un promettente poeta, adottai e funzionava benissimo. E credo funzioni anche in pittura. Penso a Twombly. Un gesto ne suggerisce il successivo. Ora con questi Amarcord, che rappresentano il mio futuro di vita, mi accade la stessa cosa. Cito un nome e me ne appaiono dieci che hanno relazioni o contrapposizioni con il primo. Una sorta di gioco degli specchi che mi fa rivivere momenti che avevo dimenticato. E che invece ho vissuto. A volte mi sembra in un’altra vita.

Giacomo Nicolella Maschietti
Ciao Giancarlo,
Innanzitutto volevo ringraziarti, perché non l'ho mai fatto e forse farlo pubblicamente ha più valore. Quando mi hai invitato alla Biennale di Praga (nel 2009, per fare un reportage video delle mostre) ero giovane e un po' pirla, e tu mi hai fatto un bel regalo. Avevo iniziato da qualche anno a fare il giornalista ed è stato uno dei viaggi più formativi che abbia mai fatto nel mondo dell'arte contemporanea.
A parte la mia vicenda personale, ti scrivo per farti i complimenti più sinceri in merito a questo libro, Amarcord, perché di un libro si tratta in fin dei conti. Hai avuto una gran lucidità nel pubblicarlo a puntate on line. Non è rimasto negli scaffali di Brera a disposizione degli studenti o nelle case dei collezionisti à la page, ma è diventato uno strumento di dialogo e dibattito settimanale per tutti.
Quando ero ragazzino e leggevo sempre i racconti di Gioni o Bellini da NY, oggi leggo volentieri i tuoi Amarcord.
Al netto delle romanzate, che sicuramente ci saranno perché altrimenti non sarebbe così bello, è l'appuntamento settimanale più interessante del mio account email (e vi garantisco che ho una ricezione di oltre 100 messaggi al dì). Un abbraccio
Giacomo Nicolella Maschietti

Caro Giacomo,
un abbraccio a te e complimenti per la bella carriera che sei riuscito a costruirti. Quando ti invitai a Praga eri quasi agli inizi ed eri già bravo. Ma da quel dì, hai computo un bel percorso. Ti seguo come posso ma ti seguo. Bravo. E tu aiutami a seguire il tuo percorso e i tuoi progressi.

Fausta Squatriti
Bellissimi i tuoi ricordi di quel mondo dell’ arte che pochi anni dopo e in modo diverso, è stato anche per me un interesse totalizzante. Concordo con il tuo giudizio sui Cardazzo, Renato era un cinico, ma esponeva Fontana, Capogrossi, Calder, e il suo, credo, piu’ venduto, Campigli, oltre a De Pisis che aveva sempre nel suo ufficio. Fausta Squatriti

Cara Fausta, apprezzo i tuoi ricordi. Un giorno mi dovrai parlare di Sergio Tosi, che tu hai conosciuto bene e da cui vidi una bellissima mostra di Rafael Soto. E forse ti conobbi allora. In un bellissimo appartamento vicino alla Stazione Centrale. Ma forse ancora abitavo a Roma e dunque persi i contatti con Sergio.
Renato Cardazzo e De Pisis? Un grande amore credo. Un giorno entro nel retro della galleria del Naviglio, in via Manzoni, qui a Milano e vedo su un cavalletto un lavoro in progress di De Pisis. Renato sorridendo mi dice: mi piace molto dipingere opere alla De Pisis. Le tengo in casa e mi fanno compagnia. E nel dipingerle mi rilasso.
Circa un anno dopo, Renato Cardazzo doveva saldarmi della pubblicità. Ma tirar fuori due lire da lui era quasi impossibile. Forse solo Capogrossi c’è riuscito. Caro Politi, mi disse, le voglio fare un grande omaggio: invece della modesta fattura che le debbo, le offro un’opera di De Pisis. E non ricordando l’episodio di cui ero stato testimone, mi diede lo stesso De Pisis che stava dipingendo davanti a me. Io per timidezza e rispetto, non osai dirgli nulla. Presi il De Pisis e lo offrii subito a Pino Gastaldelli (altra figura mitica del parterre dell’arte milanese), realizzando molto ma molto di più di quanto Cardazzo mi doveva. Ma allora qualsiasi quadro con la etichetta della Galleria del Naviglio, non aveva bisogno dell’autentica (che allora non esistevano). Le etichette del Naviglio, sul retro dell’opera, erano assoluta garanzia di originalità e di unicità.

Antonio Guiotto
C'è come una specie di rito, che ormai mi vede, il martedì mattina, seduto, in attesa che accada qualcosa, con quel taccuino dove segno le cose, che altrimenti poi le dimentico, mentre lente frustate di fumo salgono dal lato della bocca fin su e prima di toccare il soffitto, appena sopra il ripiano dei profumi, si sono già disciolte.
Qualche sorso di caffè fino a finirlo, un'altra boccata e altre frustate fin sopra i profumi. È come il pensiero fumoso di Boetti, solo che non sono Boetti.
Il telefono già acceso vicino alle ginocchia, e tra tutti i trilli, c'è quello che se anche uguale agli altri, è un po' diverso, c'è quel trillo dell'Amarcord.
Nomi di gente che conosco per nome, di faccia, ma mai per stretta di mano, e sorrido, e a volte rido. Ecco dalla fine della pagina incomincia la giornata. Grazie
Antonio Guiotto

Caro Antonio,
affascinanti le tue rievocazioni. Da poeta nel cassetto. Ma un consiglio da amico anche se non ci conosciamo. Smetti di fumare. A me aiutò Boetti (che tu citi) mandandomi da Vincenzo Campanelli, giovane avvocato di successo, con studio in Piazza di Spagna, che accorgendosi delle sue doti, smise la toga e iniziò la sua carriera di “guaritore del fumo”. Io ho smesso grazie a lui, mi disse Alighiero. E con me hanno smesso Capi di Stato, politici italiani e no, magistrati, medici famosi. Vai a nome mio. Ricordo che mi accompagnò in macchina, nel suo studio all’Eur, Pio Monti. il quale fu anche ammesso alla seduta. Campanelli mi chiese il pacchetto di sigarette e lo gettò nel cestino. Poi sfiorandomi la testa e le spalle con le mani mi disse: lei non fuma più. Pio Monti rideva a crepapelle e io ero preoccupato che la magia non avrebbe funzionato davanti a tanta irriverenza. Non si preoccupi mi disse Campanelli. Funziona ugualmente. Quando chiesi il conto mi disse 350 mila, una cifra considerevole per allora e per un consulto di 30 secondi. Nel momento in cui stavo per firmare l’assegno mi chiese il nome per una sua statistica. Giancarlo Politi, gli dissi. Ma lei è parente del direttore di Flash Art? Certo, sono io. Allora facciamo 250 mila. Dopo aver firmato l’assegno l’avvocato mi dice: dottore, venga un istante, le voglio mostrare qualcosa. Mi porta in una stanza attigua e mi mostra una serie di quadri. E umilmente mi dice: sono pittore anche io. Tra un cliente e l’altro dipingo. E debbo dire che non erano opere di un dilettante. Uscito dal suo studio, da un bar telefono a mia moglie a Milano. Ma nel bar c’era un odore di fumo di sigarette che mi disgustò. E lo dissi a Helena che restò incredula.
Caro Antonio, se l’avvocato Campanelli esercita ancora vai da lui. Digli: mi manda Politi. Era il marzo del 1987. Da quel giorno ho tenuto a distanza da me (almeno due metri) qualsiasi fumatore. Ma amareggiato di non aver conosciuto prima l’avvocato Campanelli. Al quale, prima di uscire chiesi: ma lei fuma? Qualche volta, mi rispose sorridendo il famoso guaritore.

Paola Fiorido
Grazie, per la sua memoria per aver rievocato una donna come Irene Brin, di cui per mia ignoranza non avevo mai avuto modo di conoscere prima del suo scritto. Il tempo modifica le persone, le cose anche l' arte si modifica, cosí come la tecnologia; ma le impressioni gli stati d'animo che segnano gli incontri, no, quelli rimangono nitidi, chiari, presenti 

Grazie per essere presente ai suoi ricordi. Paola Fiorido.


Cara Paola,
non solo tu, ma nessuno ricorda Irene Brin. Il tempo cancella ogni cosa. Anche l’immagine della più brava giornalista italiana del suo tempo. Come nessuno ricorda il più dinamico e creativo giornalista del secolo scorso, Leo Longanesi. Idee da vendere e battute al fulmicotone che ancora girano da qualche parte. Leo Longanesi, nel giornalismo aveva inventato tutto. Anche troppo. E non è un caso che abbia da subito affidato importanti rubriche a Irene Brin, giovane solo di belle speranze ma senza alcuna esperienza di scrittura né tanto meno di giornalismo.
Io ho conosciuto fugacemente Irene Brin. L’ho vista un paio di volte e mai parlato con lei, perché non sapevo cosa dire a un monumento. Me la presentò suo marito, Gaspero del Corso, con cui avevo maggiore confidenza. Ti presento un promettente critico d’arte, Giancarlo Politi, le disse Gaspero. Come si direbbe per chiunque. Irene mi allungò con eleganza la sua mano in guanti di pizzo, guardandomi con rispetto o disprezzo? Non l’ho mai capito. Un giovincello, forse ancora con i foruncoli in viso, che stringeva la mano alla Divina. Ma cosa ci stava a fare questo contadinotto, impresentabile e forse presuntuoso sulla sua strada? Irene Brin con il suo sguardo penetrante mi fece sentire più piccolo e modesto di quello che ero. Eppure di lei ho un ricordo indimenticabile Quando penso a lei, non so perché, nella memoria mi appare l’immagine di Marlene Dietrich. Stessa fierezza, stessa eleganza. Stessa distanza dalla gente. E non mi apparve né presuntuosa né vanitosa. Non intollerante né sprezzante. La sua fierezza era semplice ma implacabile. Perché lei non posava, lei era. Come certa gente di Liguria, a cui apparteneva.
Se riuscissi ad incontrare qualcuno che l’abbia frequentata, proverei a scriverne ancora. Ma sarà difficile.

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