mercoledì 12 settembre 2018

Amarcord 13, Incontri, Ricordi, Euforie, Melanconie

Amarcord 13
Incontri, Ricordi, Euforie, Melanconie di Gianaròo Politi

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Francesco Bonami

Francesco Bonami
Francesco Bonami lo conosco bene e da un po’ di tempo. Forse dal 1985, cioè da trentatré anni, allorché lui, pittore in erba, condivideva lo studio, qui a Milano, con l'artista australiano Dale Frank, ed esponeva da Cannaviello e con la Galleria Vivita di Camillo d'Afflitto a Firenze. La mostra più significativa a cui partecipò Francesco (oltre alla personale presentata da Angela Vettese, nella stessa galleria) fu Stazione Centrale, insieme ad altri artisti approdati a Milano ovvero: Arcangelo, Gaetano Grillo, Natà e Marco Nereo Rotelli, appunto da Cannaviello. Il suo lavoro, abbastanza gradevole, si poteva definire una appendice naïf della Transavanguardia. Francesco per tentare maggior fortuna si era trasferito a Milano da Firenze, dove aveva frequentato il Liceo Artistico locale e aveva esposto, come già accennato da Vivita, una galleria tra le più vivaci della Firenze degli anni Ottanta, galleria successivamente chiusa per una esplosiva tragedia familiare. La moglie di D’Afflitto, in un momento di forte depressione, sgozzò il proprio bellissimo bambino che amava alla follia, condannandosi all’ospedale psichiatrico e alla infelicità. Camillo d’Afflitto chiuse la galleria e si trasferì a Parigi. Francesco, rimasto vedovo della sua galleria di riferimento, iniziò a gravitare su Milano, condividendo un grande studio, disadorno ma funzionale, con l’artista australiano, Dale Frank venuto anche lui a cercar fortuna nella Milano di allora, molto più promettente della Milano di oggi e che noi frequentavamo. Ma il nostro Checco, così lo chiamano gli amici fiorentini, non ebbe molta fortuna nella città della Madonnina, ancora devastata dallo tsunami della Transavanguardia e per un po’ lo persi di vista. 
Nuovo incontro con Francesco Bonami da Christies a New York
Lo ritrovai incidentalmente a un’asta da Christie's a New York, mi pare nell'autunno 1988. Si era trasferito a New York, perché nel frattempo aveva felicemente sposato Lina Bertucci, bravissima fotografa greco-americana e apprezzata insegnante di fotografia, molto amica anche di Shirin Neshat, a cui la generosa Lina diede più di un suggerimento tecnico che contribuì al successo di Shirin. Ma anche Lina mi pare che oggi si stia affermando come fotografa emergente.

Da Christie’s quella sera trovai un Bonami un po’ spento, forse frustrato. Mi disse, ma senza troppa convinzione, che stava realizzando alcuni video ed era in cerca di una galleria. Credo che a New York avesse partecipato a una mostra collettiva alla Sharpe Gallery, una piccola galleria nell’East Village. Mi accennò anche che collaborava con la rivista fiorentina Mercato dell'arte, nata da una scissione con Il Giornale dell'Arte, e veniva retribuito con cinquantamila lire (circa venticinque euro di oggi, ma allora le cinquantamila valevano di più: un’ottima cena in un buon ristorante) per ogni report pubblicato sul mercato. La rivista, che non ho mai visto, non ebbe grande seguito e credo scomparve ben presto.

In quell’occasione, da Christie's, (io come sempre ero insieme a Helena Kontova) Francesco era in compagnia dello specialista di mercato Judd Tully, generoso animatore dell’underground newyorchese. Dopo i primi convenevoli, Checco mi chiese di poter collaborare a Flash Art. Né io né Helena conoscevamo il Bonami come probabile critico né conoscevamo la sua capacità di scrittura, ma io ho sempre amato le sfide e poi, personalmente, con il mio inglese non proprio da Harward, ero lieto di avere un italiano come interlocutore a New York, per coordinare il gruppo di corrispondenti americani. Ricordo che Helena non era entusiasta della scelta, perché non apprezzava la mia frequentazione con italiani all’estero: lei preferiva interloquire con artisti e critici del luogo (come Douglas Crimp, Peter Halley, Thomas Lawson, Bob Nickas, Robert Longo, David Salle, Sherry Levine, Richard Prince, Cindy Sherman, Nicolas Moufferage, poco dopo morto di Aids), secondo lei più idonei a interpretare il clima culturale della New York post Village. Infatti, il ruolo di coordinatore di Flash Art poco prima era stato affidato a Michael Kohn, brillante critico proveniente da Los Angeles e ora affermato mercante e gallerista di L.A. Prima ancora il nostro American Editor era stato Jeffrey Deitch, perché a quei tempi la collaborazione a Flash Art rappresentava un punto di arrivo, figuriamoci essere nominato US Editor. Diventavi un riferimento per il mondo dell'arte.

Motivi di famiglia: ovvero l’artista italiano è mammone

Così, Checco, dapprima semplice coordinatore dei vari collaboratori americani, ai quali su nostra indicazione chiedeva articoli o recensioni, gradualmente iniziò anche a scrivere brevi articoli e recensioni soprattutto per Flash Art Italia. Ricordo un suo curioso testo sugli artisti italiani cosiddetti mammoni, dal titolo Motivi di famiglia, in cui analizzava la condizione dei giovani artisti in Italia, protetti dalla mamma e da una rete di solidarietà, fatta di parenti, amici, conoscenti, collezionisti della Brianza. Erano anni quelli in cui in Italia numerosi artisti, soprattutto i non eccelsi, scambiavano gli studi e i pasti con ristoranti per un mese o anche per un anno, in cambio di uno o più quadri. Ricordo alcuni amici artisti di allora che mi invitavano in noti ristoranti con i loro quadri appesi alle pareti. Ristoranti che non mi sarei potuto permettere se avessi dovuto pagare. Famosi furono gli studi assegnati a Sesto San Giovanni da un collezionista locale, a Castellani, Bonalumi, Fabro, Nagasawa in cambio di opere. Da quell’esempio si svilupparono ondate di mecenatismo sotto ogni forma.

Quel bellissimo articolo di Bonami, Motivi di Famiglia, era preceduto da due brevi citazioni: la prima di Gregorio Magnani, (allora promettente critico che aveva anche lavorato in Flash Art, poi buon gallerista a Londra, ora curatore della Fondazione Ratti) che in un articolo su Arts Magazine, Una nuova generazione di artisti italiani, scriveva: “Verrebbe la voglia di dire, iniziando un articolo come questo, che la nuova arte italiana non esiste ancora”. 

Una chicca invece la citazione di una barzelletta che il Bonami riporta appunto in apertura del suo testo sull’arte italiana: “Si sono riuniti a Londra un gruppo di antropologi provenienti da tutto il mondo, allo scopo di stabilire una volta per tutte la nazionalità di Gesù Cristo. Dopo due settimane di intenso dibattito, gli studiosi sono giunti unanimamente alla conclusione che il Cristo non poteva che essere italiano. Tra le prove: 1) Solo un italiano vive con la madre sino a trentatré anni. 2) Solo un italiano può essere convinto che la propria madre sia vergine. 3) Solo la madre di un italiano può credere che il proprio figlio sia un Dio”.
Francesco a quei tempi non aveva una grande dimestichezza con le principali gallerie di New York. Allora insieme, in giro per Manhattan, andavamo da Paula Cooper, Barbara Gladstone, 303, Tony Shafrazi e da tutte le gallerie allora più propositive e con cui noi eravamo in rapporti di amicizia da tempo. Allora Flash Art, a New York, era considerata la rivista più fresca e informata, la più trendy. E poi allora l’Europa e il “Made in Italy” erano oggetto di grande ammirazione. Negli anni Sessanta e anche successivamente un artista americano per essere accettato a New York doveva aver superato l’esame Europa. Da qui, l’assalto di tutti i giovani talenti americani di fine anni Sessanta (Sol LeWitt, Bruce Nauman, Richard Serra, Dan Flavin, Carl Andre, Joseph Kosuth) alle gallerie europee come Konrad Fischer, Franco Toselli, Françoise Lambert, Lisson, Yvon Lambert, ecc.
Se si sfogliano i numeri di Flash Art degli anni Ottanta, ci appare ai nostri occhi un panorama ricchissimo e vivace. Da Keith Haring a Jean Michel Basquiat poi Julian Schnabel, Jeff Koons, Peter Halley, David Salle, Philip Taaffe, Ashley Bickerton ecc. Per cui quando Helena e io entravamo in una galleria, era un fervore di entusiasmo, tra complimenti abbracci e baci. Che in alcuni casi perdura ancora.

Francesco Bonami. Ritratto di Lina Bertucci.


Francesco Bonami cresce come American Editor

Il bravo Checco allora, mentre coordinava il lavoro dei nostri corrispondenti, iniziò anche a scrivere, soprattutto per Flash Art Italia, perché il suo inglese allora non gli permetteva di essere autonomo nella scrittura. Però intanto, a nome di Flash Art, frequentava Istituzioni, gallerie, artisti, e critici autorevoli. Ricordo anche che io e Helena in quegli anni fummo invitati a Pechino ma chiedemmo a Francesco di prendere il nostro posto. Così anche per altri viaggi. Intanto lui, bravissimo, tesseva una rete di contatti personali importanti. In breve lo nominammo American Editor di Flash Art e si sa, in America i titoli e le cariche hanno un valore diverso che in Italia. Negli USA la gente ti considera e ti prende sul serio anche solo grazie al titolo o al ruolo che svolgi, salvo poi a scaricarti se deludi. Ricordo che mi capitò tra le mani un biglietto da visita di tal Mr. Johnson, procuratomi proprio da Francesco, presidente di una compagnia di noleggio di cellulari. Mi recai al suo ufficio, per stipulare un contratto e ritirare il cellulare, ero anche leggermente intimidito al pensiero di incontrarmi con il presidente di quell’azienda. L’ufficio era un buco di due metri per tre e il presidente, quando entrai, stava giocando da solo al mini golf allestito all’angolo del suo ufficio, che comprendeva anche un tavolo di un metro per cinquanta e una sola sedia. Senza capire molto, sottoscrissi un contratto che mi costò una fortuna: circa cinquemila dollari per una settimana. Una vera truffa. Anche se all’epoca i cellulari erano rari e costosissimi. Francesco era molto attivo, frequentava artisti, gallerie, collaboratori, ma soprattutto party, luogo principe per intessere relazioni di lavoro, personali o sentimentali. E anche oggi credo sia così. Ricordo che lui era molto meticoloso nel rapporto con critici e artisti e la collaborazione funzionava alla perfezione. Flash Art andava a gonfie vele e con essa cresceva la considerazione e la stima di tutti per Francesco che ormai veniva identificato con la rivista. Un fiorentino sagace, informato, dal sorriso pronto e disponibile, al punto che alla Biennale di Venezia del 1993, nella rassegna internazionale per i giovani artisti “Aperto” affidata a Helena Kontova, Francesco fu invitato come co-curatore insieme ad altri, con grande risentimento di Bonito Oliva che non lo voleva. Invece io e Helena avevamo notato che Francesco aveva un buon occhio per gli artisti, infatti la sua sezione ad Aperto ’93 (con Maurizio Cattelan, Damien Hirst, Rudolf Stingel) fu molto intuitiva e risultò una delle migliori. Anche in seguito e sino ad ora, Francesco ha dimostrato di avere un ottimo occhio per gli artisti, come pochissimi altri curatori. Storico il suo sodalizio con Rudolf Stingel, che credo sia stato un trampolino di lancio per entrambi. A Venezia, durante Aperto, Patrizia Re Rebaudengo chiese il recapito di Francesco a Helena: in tal modo entrarono in contatto. E da lì iniziò la brillante carriera curatoriale di Francesco, con la sua grande lucidità, occhio e intelligenza, ma anche un cinismo raro. Lui mi ricorda il miglior Matteo Renzi, suo conterraneo. Francesco organizzò qui a Milano una mostra a Palazzo Reale “Addio Anni 70”, molto discussa. Non incontrò né interpellò alcun protagonista di allora (es. Franco Toselli o Giorgio Colombo, Françoise Lambert o Luciano Inga-Pin, reali protagonisti di quegli anni) che potevano dargli giuste indicazioni. Credo che affidò il compito a una collaboratrice troppo giovane per conoscere quegli anni mentre lui se ne stava al Museo di Chicago di cui era diventato curatore. Lo stesso avvenne in una mostra sulla pittura italiana a Villa Manin, a Passariano, in provincia di Udine, di cui Francesco fu direttore per alcuni anni, assistito da Sarah Cosulich Canarutto, che in realtà gestiva tutto, mentre lui intanto se ne stava sempre nella sua Chicago. Una mostra con numerosi pittori italiani giovani che in realtà si dimostrò modesta. Però grazie a Francesco, Villa Manin ebbe il suo quarto d’ora di notorietà, perché Bonami è molto abile nel confezionare le mostre (a parte ripeto “Addio Anni 70” a Palazzo Reale).

A differenza dei suoi colleghi (con l’eccezione di Massimiliano Gioni. che lavora su concetti totalmente opposti a quelli di Bonami) una mostra di Francesco non è mai banale, c’è sempre uno sguardo trasversale curioso o una inclusione o esclusione inconsuete (vedi “Italics", a Palazzo Grassi nel 2008, bellissima mostra con presenze e risvolti inaspettati anche per chi conosce bene l’arte italiana).Ho intravisto Francesco ad Art Basel quest’anno, nello stand di Gagosian, con un completo di pregio color cammello, però senza il Panama, come usano gli uomini di successo in USA, che discuteva animatamente con lo staff del grande gallerista. Ora Francesco, che abita stabilmente a Milano, ha quasi smesso gli abiti del curatore. È più orientato, giustamente, verso il mercato (nota la sua aperta collaborazione con la casa d'aste Phillips), in attesa di colpi grossi. Che certamente arriveranno, perché Francesco è senza dubbio uno dei migliori curatori oggi in circolazione: forte senso dello Zeitgeist, grande occhio per la qualità delle opere, propensione al coup de foudre che in una grande mostra non guasta. Ora Francesco vive serenamente la sua terza età, tra Milano e Forte dei Marmi, facendo, come mi diceva recentemente, il nonno della sua seconda figlia che ha sei anni, nata dalla seconda moglie. Qualche tempo fa mi confessò che, in privato e senza alcuna pretesa ma con molto piacere, continua a dipingere. Ottima ginnastica pensai io e lo ritenni fortunato di possedere questa qualità e desiderio, seppure in modo amatoriale. Qualità che io non possiedo affatto, oppure che ho messo a tacere, perché nella mia prima giovinezza ho avuto anche io una breve esperienza come pittore.


Cosa sarebbe successo a Francesco Bonami senza Flash Art?

Talvolta mi chiedo (visto che Francesco nelle sue biografie omette ostentatamente di essere stato American Editor di Flash Art per sette anni, fondamentali per lui), se io nel 1987 non mi fossi recato, per pura curiosità all’Asta di Christie’s, dove incontrai casualmente Francesco, come sarebbe stata la sua carriera? Avrebbe impiegato più tempo per diventare Bonami e attraverso quali vie? Oppure sarebbe rimasto impastoiato nell’anonimato di New York che risucchia tante bellissime intelligenze che non sono riuscite a prendere al volo un treno in corsa? È una domanda che talvolta Helena e io ci poniamo, visto poi come sono andate le cose, riflettendo sul fatto che gli American Editor di Flash Art sono stati, nell’ordine che segue: Jeffrey Deitch, protagonista del sistema dell’arte americano e internazionale, Michael Kohn, gallerista e mercante rilevante di Los Angeles, Francesco Bonami di cui abbiamo parlato sino ad ora, Massimiliano Gioni, brillanissimo curatore internazionale e senior curator del New Museum, Andrea Bellini, già direttore di Artissima, di Rivoli e ora del Centro di Arte Contemporanea di Ginevra, Nicola Trezzi, ora direttore del CCA, Centro dell’Arte Contemporanea a Tel Aviv, uno dei migliori spazi in Israele. Per loro Flash Art qualcosa deve pur aver significato. È mai possibile che tutti, ma proprio tutti i nostri American Editor da sconosciuti siano diventati delle stelle nei rispettivi ruoli? Qualcosa per loro forse Flash Art ha significato. Anche chi ha lavorato per Flash Art Italia ottenendo poi buoni risultati, compatibilmente alle possibilità del paese: Giacinto di Pietrantonio, Gianfranco Maraniello, Roberto Pinto, Emanuela De Cecco, Barbara Casavecchia, Elio Grazioli, Sergio Risaliti ecc. Anche se, qualcuno di loro per chissà quale motivo, cerca di cancellare le tracce d questa collaborazione. Come i gatti che cercano di nascondere i propri escrementi.

Contributi

Maria Gloria Bicocchi
Reduce dalla Fiera di Dusseldorf dove ero stata ospite nello stand di Lucio Amelio con i miei primi video di Chiari Agnetti e Kounellis, sono a Colonia per la mostra di videoarte al Kunstverein “Project ‘74. Avevo ascoltato a Firenze, presso la facoltà di Comunicazione diretta da Pio Baldelli, una conferenza di Achille B.O. su Daniel Buren e subito ero rimasta colpita dalla sua proposta così impegnata di fare arte. Ricordo che chiedevo  agli amici se Daniel fosse in giro e se potevo essergli presentata, volevo chiedergli di fare un video con me. Una sera piovosa vedo fuori dal museo la figura di un uomo riccioluto, risoluto e sorridente. “È lui, Buren” mi dicono. Mi precipito in strada, ricordo che pioveva leggermente. Mi presento, gli dico due parole su art/tapes/22 e a bruciapelo lo invito da noi nella casa di Follonica per l’estate in arrivo:  “Verremo volentieri, ma siamo quattro”! Bene, allora vi aspetto. Ad agosto sono arrivati a Santa Teresa lui, Chantal, Christophe e Alexandre. È stata la prima volta. Da allora non è passata una sola estate che non fossimo insieme. Vengono ancora ogni estate a Procida dove io vivo dove hanno preso anche loro una casa!   
Tra noi una fortissima solida importante amicizia fraterna... Questi rapporti sono quello che rimane della mia vita dedicata all’arte, sono la parte migliore e la mia ricchezza. 

Cara Maria Gloria,
beata te che vivi felice la terza età in un’isola splendida. Sono convinto che Daniel Buren sia un ottimo vicino di casa e una persona molto stimolante. Soprattutto al di fuori del suo  lavoro. Lui è una vera intelligenza cartesiana, che io rispetto molto. Credo che a conversare con lui scorreranno fiumi di adrenalina. 

Luciano Marucci
Caro Giancarlo,
l’ampio excursus della 12esima rievocazione, denso di accadimenti, prova che la vacanza di cui mi avevi parlato è stata veramente rigeneratrice. I rapidi attraversamenti di quel periodo, da te vissuti da vicino, avrebbero meritato qualche sosta in più. Ho condiviso appieno le considerazioni sulle strategiche realizzazioni in situ di Buren artista-architetto, che non si è risparmiato neanche a “Unlimited” dell’ultima Art Basel…; meno le riserve su Beuys-artista sciamano, perché, specialmente negli anni Settanta, ha dato un forte impulso alla nuova creatività (suggerendo pure alcune idee ai poveristi) e alle coinvolgenti, provocatorie azioni simboliche, che affrontavano esplicitamente le problematiche del mondo reale, come l’ecologia, la politica, l’economia … Tutte tematiche discusse anche nei cento giorni di Documenta del 1977 per promuovere la Democrazia Diretta (tra noi c’era, un po’ in disparte, il napoletano Lucio Amelio che cercava di riconquistare l’amicizia, allora in crisi, dell’amato Joseph, dopo i suoi sconfinamenti nell’accogliente territorio dell’abruzzese Lucrezia Di Domizio Durini, la quale poi divenne proprietaria di preziose “lavagne” che documentavano le conversazioni). Voglio ricordare, con orgoglio, che nel 1969 sono stato il primo in Italia a presentare un’opera di Beuys, nella sezione “Internazionale del multiplo” dell’esposizione interdisciplinare “Al di là della pittura”. Si trattava di “Ja Ja Ja Ja, Nee Nee Nee Nee”, performance verbale su disco avuto in anteprima dall’editore Mazzotta.
Al prossimo martedì e spero di rivederti all’Art Week di Londra.

Caro Luciano,
no, non ho mai avuto molta simpatia umana per Beuys, per il suo populismo straripante, per la sua pretesa di far diventare tutti artisti e per le sue frequentazioni poco stimolanti (in Italia: Sarenco, Lucio Amelio, Lucrezia De Domizio. Tutti volevano accaparrarsi Joseph Beuys a scapito degli altri). 
L’artista Beuys forse è stato più influente (in Germania?) di quanto io creda. Ma non me ne sono accorto. E l’Arte Povera nasce senza conoscere Beuys, a parte Gilardi che poi Arte Povera non è stato. Secondo me le influenze sull’Arte Povera vengono da lontano, dall’anti form americano (Eva Hesse, Bruce Nauman, ecc.). Ma la grandezza di Germano Celant è stata quella di far apparire l’Arte Povera come movimento autoctono. Mentre lui conosceva Eva Hesse, la funk art californiana e tutto il resto. E in quegli anni frequentava, Walter De Maria, Robert Smithson, Robert Morris, Richard Serra, Lynda Benglis. Niente male come riferimenti. Ma nella storia dell’Arte Povera non appare alcun riferimento a questi artisti. Germano ha saputo ingessare e militarizzare il suo gruppo, per farlo emergere, ispirandosi forse alle tecniche organizzative del generale vietnamita Giap, che Mario Merz cita in una sua opera («Se il nemico si concentra, perde terreno, se si disperde, perde forza»). Altrimenti resta inspiegabile come tutto un gruppo di giovani artisti emergenti torinesi, si sia affermato in blocco, senza alcuna esclusione. Credo sia il primo caso di un successo di gruppo quasi planetario nella storia dell’arte.

Alvise Chevallard
Perché non fare un Amarcord dedicato a Guido Carbone,generoso e coraggioso Gallerista che tanto ha dato per i Giovani Artisti,iniziando dai cosiddetti Medialisti ?
Penso tu lo abbia conosciuto piuttosto bene.
Alvise Chevallard

Caro Alvise,
Amarcord è una finestra personale sulla mia vita privata e sull’arte che ho incrociato.  Scorci di umanità e disumanità spesso trasversali su personaggi che ho incontrato e frequentato. Guido Carbone è stato un amico, che ho visto spesso e volentieri. Ma di lui, posso dire solo che è stato un ottimo e generoso gallerista, non ho altri ricordi. Guido era un uomo perbene, senza (apparenti) eccessi né particolari debolezze. Non saprei cosa dire di un uomo assolutamente normale. Vorrei invece poter scrivere un giorno su Remo Pastori, che forse tu non hai conosciuto, ma che è la vera leggenda torinese dell’arte. Un personaggio incredibile e irripetibile.

Caterina Gualco
Particolarmente interessante e godevole!!! Congratulations.

Alessandro Roma
Ciao Giancarlo spero tu stia bene!
come sempre complimenti per la tua grande capicità di saper comunicare l'arte! 
Un abbraccio
Alessandro

Caro Alessandro, 
mi fa piacere sentirti. Tu hai grandi qualità, cerca di metterle a fuoco. Non demordere. Non sempre l’arte è un fuoco di paglia. Spesso è pazienza, lievitazione lenta e silenziosa. Come l’arma dei carabinieri. Chi sa aspettare viene premiato. 

Nando Crippa
ciao Giancarlo,
grazie della segnalazione e complimenti per la tua verve!
Se transiti per la brianza mi piacerebbe averti ospite in studio da me, anche solo 5 minuti. Abbi una buona giornata!
Nando

Caro Nando,
mi sposto raramente da Milano. E poi non ho più molto da dire sull’arte di oggi. Ho fatto il mio tempo. 

Silvio Pasotti
Grazie per i tuoi Amacord. Cordiali saluti

Enza Monetti
Leggo e cresco. Grazie Giancarlo

Bettino Francini
Caro Giancarlo Politi buongiorno e Grazie per tutte queste storiche informazioni... con l’augurio di incontrarsi da Firenze

Francesca Leone
Appassionante!

Carla Bertola
Buongiorno e ben tornato. Anche queste pagine sono ricche di ricordi entusiasmanti

Dante Maffei
Grazie sig. Politi, ricevo sempre i suoi avvincenti racconti da un ambiente artistico che ha del leggendario, incontri straordinari ed esperienze coraggiose in un sistema così diverso....da rimpiangere, non sapevo delle vicende di Buren e dei suoi modi per imporre il lavoro con una certa spregiudicatezza....deve raccogliere in un volume queste esperienze, buon lavoro 

Mimmo Di Caterino
Sempre molto interessante leggere la tua storia dell'Arte in presa diretta dalla memoria, qualcosa mi ricorda nello stile "le Vite" di Andrea Vasari, che come te, prima che come critico o "addetto ai lavori" nasce artista. La descrizione di Buren, mi ha fatto pensare a Pinuccio Sciola, forse l'esercizio della provocazione apparentemente contraria alle logiche di sistema, mossa dall'obiettivo di fondo di trarre maggiore interesse privato dal sistema. Certo cambiano i sistemi di riferimento, da un lato il sistema dell'arte internazionale con le sue strategie, dall'altro un sistema politico Regionale a Statuto Autonomo, da domare per darsi visibilmente un'immagine internazionale cavalcando lo stesso.
Ti saluto e ti leggo con l'affetto dell'ex collaboratore, dall'unica città metropolitana d'Europa, ancora nel 2018, priva di Alta Formazione Artistica

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martedì 4 settembre 2018

Amarcord 12 Incontri, Ricordi, Euforie, Melanconie di Giancarlo Politi

Amarcord 12
Incontri, Ricordi, Euforie, Melanconie

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giancarlo@flashartonline.com

Daniel Buren, "Les Deux Plateaux" (1985–1986) Palais Royal, Parigi.
Daniel Buren: l'arte solo come strategia
Allora, nel 1966, non frequentavo ancora New York. Ho iniziato nel 1967 – e come ho già scritto, fu in occasione dell’incontro di pugilato Benvenuti-Griffith, valevole per il titolo mondiale: dall’Italia partirono numerosi voli low cost. Il mio amico Pio Monti, che mi sponsorizzò, spese duecentomila lire per il volo più l’hotel dove abbiamo condiviso anche il king size bed. Dal 1958-59 al 1967, fu Parigi la mia principale meta culturale e fonte d’informazione per l’arte contemporanea, visitata spesso in compagnia di Getulio Alviani che conosceva e frequentava il mondo della Optical Art e dell’Arte Cinetica. Parigi ma anche Düsseldorf, perché Piero Gilardi mi aveva parlato con interesse e curiosità di Joseph Beuys, un artista per lui “rivoluzionario" che operava nella città tedesca, dove risiedeva anche la sua galleria di riferimento, Alfred Schmela. Io però non ebbi un buon feeling con Beuys per via del suo populismo e della sua demagogia, traboccanti. Beuys aveva uno strano ufficio per l’arte, al centro di Düsseldorf, molto vicino al famoso ristorante Spoerri, fondato dall’artista Daniel Spoerri. Nell’euforia del momento accanto al ristorante era sorta anche una galleria, la Eat-Art, mi pare proprio da un’idea di Spoerri, dove si esponevano, si acquistavano ma soprattutto si consumavano in loco, opere d’arte commestibili, realizzate con pane, marzapane, pasta di mandorle, cioccolato, ecc. Le inaugurazioni alla Eat-Art erano molto contese e appetibili, perché le opere d’arte offerte erano veramente buonissime (Daniel Spoerri è un fantastico cuoco). Beuys mi invitava spesso al ristorante Spoerri, allora riferimento di tutta Düsseldorf e non solo. Poi si andava in questo suo ufficio per l’arte (sede della sua “Organizzazione per la democrazia diretta”), dove riceveva chiunque entrasse, attratto dalla strana denominazione molto visibile dall’esterno.

Joseph Beuys e la Democrazia Diretta

Mentre io ero con lui, entravano massaie, operai, impiegati, bambini, curiosi di ogni genere, che chiedevano in cosa consistesse questo strano ufficio. Ricordo che in quei casi, Beuys mi liquidava molto rapidamente per discutere con il nuovo arrivato. Sentivo Beuys parlare animatamente e con grande trasporto ma non capivo nulla perché parlava tedesco. Vedevo solo gli interlocutori rapiti dal suo fervore. Poi nel 1972, in occasione di Documenta 5, organizzata da Harald Szeemann, Beuys* fu invitato e anziché esporre opere, seduto ad un tavolo, dall’apertura del mattino alla chiusura serale, era lì che spiegava cosa fossero l’arte e la Democrazia Diretta, da giugno sino a ottobre, per tutta la durata di Documenta. Una mostruosa forza psicofisica. Frequentai abbastanza Beuys, perché all’epoca ero spesso a Düsseldorf anche per la mia amicizia con Konrad Fischer – grande gallerista tedesco che esponeva Bruce Nauman*, Carl Andre, Sol LeWitt, On Kawara, Dan Flavin, Lawrence Weiner – dove su suo suggerimento avevo fondato la bellissima versione tedesca di Flash Art, heute Kunst (cioè oggi Arte, ispirato al menù dei ristoranti tedeschi che proponevano “oggi trippa”, suggeritomi appunto dalla pungente ironia di Fischer, oggi quasi dimenticato. Ma si sa, la morte fa dimenticare tutti e tutto. Però, malgrado la mia frequentazione con Beuys, tra noi non scattò mai un feeling profondo, sia perché non ero suggestionato dal suo vetero populismo marxista, sia perché Lucio Amelio, in questo caso geloso delle sue amicizie, cercava di pormi in cattiva luce con lui, con qualche aggettivo di troppo nei miei confronti (per chi non lo abbia conosciuto, bisogna dire che Lucio era tanto geniale e intuitivo quanto velenoso come un serpente a sonagli nei confronti di tutti).

A Parigi con Getulio Alviani

Ma torniamo a Parigi nei primi anni sessanta. Grazie anche a Getulio Alviani, avevo frequentato a lungo Raphael Soto, il vero padre dell’Arte cinetica, il suo amico e allievo Cruz Diez e tanti altri artisti cinetici sudamericani (Camargo, Le Parc, Sobrino): tutti facevano capo alla galleria Denise René. Quest’ultima sin dalla nascita si era votata all’arte Optical e cinetica, da quando Denise giovanissima nel 1939 incontrò Victor Vasarely e ne nacque un legame intellettuale e sentimentale indissolubile, sino alla tarda età di Vasarely. Nel dopoguerra la bella Denise aprì la galleria che subito diventò l’epicentro indiscusso dell’Arte cinetica e programmata, che si contrapponeva all’universalità dell’Informale e a tutta la pittura freudiana. A Parigi arrivarono gli artisti dell’Arte razionale da tutto il mondo, specialmente dal Sud America, fucina dell’arte programmata grazie all’influenza di Tomás Maldonado, artista (modesto) e teorico (eccellente) di questo genere di arte – che poi divenne direttore della Scuola di Ulm e, dopo la fine di Ulm si trasferì in Italia dove divenne docente e compagno della Inge Feltrinelli.
Parigi a quei tempi, divenne anche il mio riferimento culturale: dormivo nello studio di Carlos Cruz-Diez, in una traversa di Rue Saint-Germain, a duecento metri dalla galleria di Denise René, dove spesso incontravo Vasarely e suo figlio Yvaral, che mi invitavano a pranzo alla Brasserie Lipp, ristorante preferito anche da Marcel Duchamp, dove poi abitualmente mi recavo da solo (quando potevo, perché ai tempi non era inaccessibile e si trovava sempre posto), e una o due volte con Arturo Schwarz che si sedeva, diceva lui, allo stesso tavolo di Marcel Duchamp e più volte con Giorgio Marconi.
Non voglio parlare qui dei miei incontri (fantastici, pittoreschi, grotteschi?) di Giorgio Marconi con Man Ray e con la vedova. Giorgio Marconi sprigionava una simpatia naturale e una sorta di comicità contenuta che piaceva molto a Man Ray. Né voglio parlare dei nostri (io sempre con Helena Kontova, che avevo spostato da poco) incontri surreali con Pierre Klossowski da cui andammo a bussare alla porta e lui ci accolse con un sorriso, come se ci stesse aspettando; non voglio nemmeno parlare di Robert Lebel, intimo e mecenate di Duchamp, che scrisse una bellissima biografia su Marcel e che venne a Milano per propormene la pubblicazione. Poi, lui pur ricchissimo (una collezione strabiliante anche del Rinascimento italiano) era più avaro dell’Arpagone di Molière e non ci accordammo sui diritti che io pensavo di non dover pagare così il libro restò nel suo cassetto. E questo malgrado le intercessioni di suo figlio, Jean Jacques Lebel e del nipote Bernard Blistène, allora nostro figlioccio e attuale direttore del Centre Pompidou. Peccato perché era una biografia particolare, sguardo segreto dell’amico e mecenate sull’artista fratello, con tutte le sue manie e tic segreti. Né so se poi questa biografia sia mai stata pubblicata. Ma non voglio parlare nemmeno di questo, anche se un giorno forse lo farò, come forse parlerò di Jean Dubuffet, ricchissimo anche lui e proprietario della più estesa e popolare catena di enoteche in Francia, Nicolas, specializzata in vini francesi di discreta qualità, a prezzi contenuti, che prima di vendermi un quadro a rate, guardandomi dal basso in alto (a causa di una malattia alla schiena, “J’ai mal au dos”, diceva), piagnucolava perché lui sosteneva che gli avrei distrutto il mercato. Per un quadretto 50 × 70 cm. che pagai a rate e che non mi fu consegnato fino al saldo dell’ultima rata. Un grande artista ma avaro e arido come pochi. Immagino quanto saranno stati complicati i suoi rapporti con le gallerie (all’epoca la sua galleria di riferimento era la Pace di New York e in Italia Enzo Cannaviello riuscì a realizzare una sua mostra. Bravo Enzo, non so come tu sia riuscito a convincere il grande avaro Dubuffet a lasciarti i suoi quadri. In studio ne aveva migliaia, di tutte le dimensioni, tutti perfettamente catalogati da una sua efficientissima assistente a cui era attaccatissimo).
No, in questo amarcord voglio parlare solo di Daniel Buren.

Quando incontrai Daniel Buren

Ho incontrato Daniel Buren nei primi mesi del 1966, forse a casa sua, perché ricordo che mi presentò suo fratello Michel Claura, mentre stavano formando il gruppo BMPT (Buren, Mosset, Parmentier, Toroni) la cui nascita fu ufficializzata nel dicembre 1966, quando stabilirono che per tutto l’arco della loro vita artistica ognuno di loro avrebbe dipinto sempre la stessa cosa: Buren le sue strisce verticali ad intervalli regolari, Mosset un cerchio nero su tela bianca, Toroni impronte di pennello nr. 50 ripetute ad intervalli regolari di 30 cm. e Parmantier anche lui strisce verticali ma di diverso colore. Poi con il tempo il gruppo si è sciolto e ognuno per la sua strada, Mosset è diventato un buon pittore minimal mentre Toroni, come un orologio svizzero, ha continuato sempre con le sue pennellate a intervalli regolari per tutta la vita. Il fratello di Daniel Buren, Michel Claura, è (stato?) un abile avvocato parigino molto vicino all’arte, ha anche scritto alcune presentazioni, testi e perorato cause internazionali per l’arte: credo sia stato lui a far promuovere la legge europea sul diritto di seguito e certamente lui a far vietare la dizione “mostra personale”, senza l’autorizzazione dell’artista. Daniel Buren e Michel Claura, dato operavano entrambi nel campo dell’arte, decisero di distinguersi nel cognome, Buren scelse il cognome della madre,  l’altro, Claura, quello del padre (o viceversa). Fece scalpore la battaglia di Daniel Buren e Claura negli anni Ottanta contro la potente Galerie Beaubourg, di Marianne e Pierre Nahon, che avevano annunciato una grande personale di Daniel Buren, senza chiedere la collaborazione all’artista (debbo riconoscere che all’epoca era una prassi abbastanza abituale raccogliere un certo numero di opere e poi dichiarare “mostra personale"). E Buren vinse la sua causa: da quel momento fu illegale, per lo meno in Europa, definire “mostra personale” una mostra con opere di un solo artista, senza la collaborazione o il consenso dell’artista stesso.
Il gruppo BMPT si mise subito in evidenza, dichiarando a più riprese, durante le proprie mostre “Noi non siamo pittori” scatenando forti contestazioni, soprattutto con il gruppo Supports/Surfaces, formato fra gli altri da Marc Devade, Claude Viallat, Daniel Dezeuze, che declinavano in vario modo la pittura. Il gruppo era sostenuto dalle teorie di Marcelin Pleynet e Jacques Derrida, con il suo trattato La vérité en peinture (1978). Già nel 1971 Daniel Buren aveva avuto modo di far parlare di sé con la sua partecipazione alla sesta “International Exhibition” che si tenne al Guggenheim di New York che raccoglieva il meglio dell’arte giovane di quei tempi. Quale fu l’opera di Daniel Buren? Una tela monumentale 66 × 32 piedi che pendeva dal soffitto sino a terra occupando tutta la spirale di Wright, impedendo così la visuale da un lato all’altro del museo e in parte la visione (o miglior lettura) di alcune opere. Alla reazione degli artisti e forse della stampa o del Museo, Buren ritirò l’opera accusandoli di censura. Insomma, a parte il ripetere lo stesso gesto ma in contesti diversi per tutta la vita, il lavoro di Buren, è sempre stato pura strategia e come tale si è imposto. Da lavoro contro il sistema dell'arte, è diventato un lavoro nel sistema dell’arte, per decorarlo e in qualche caso abbellirlo. Perché con il tempo Daniel si è dimostrato un ottimo designer e architetto di interni.

Daniel Buren, uno stratega dell’arte senza precedenti

Io non giudico il lavoro di Daniel, che ritengo uno degli artisti più lucidi che abbia mai conosciuto: Buren è riuscito a far diventare la pura strategia una forma d’arte, anche molto apprezzata, visto il successo che ha avuto in questi anni. Daniel ha dimostrato al mondo i limiti e le contraddizioni dell’arte contemporanea trasformando la pura strategia, usata con grande intelligenza, caparbietà e talvolta arroganza, in forma d’arte, senza che la critica si sia mai posto il problema. O forse non se ne è mai accorta.
La strategia è sempre stata una costante dell’arte ma la pura e sola strategia come arte, porta il copyright di Daniel Buren. Ha dimostrato che è possibile, vincendo la scommessa su tutti i fronti.
Mi pare fosse nel 1973 allorché proposi a Daniel Buren una intervista per Flash Art. Ricordo che arrivò da Parigi a Milano e mi portò una foto di Georges Pompidou, già malato terminale, con il volto disfatto dal dolore. Una vera immagine della morte incombente. Un volto alla Francis Bacon, ma reale e non dipinto. Terribile e tragico. Ecco, questa è la mia partecipazione a Flash Art, mi disse: pubblica questa immagine in copertina. Io conoscevo il suo livore politico nei confronti di Georges Pompidou, allora Presidente della Repubblica francese e frequentatore abituale, malgrado la carica, di artisti come César e Arman, con cui molto spesso si ritrovava a cena (ed infatti questa sua passione per l’arte lo portò a realizzare il Beaubourg, detto anche Centre Pompidou. Che fu una sua decisione molto determinata, a dispetto delle critiche e che lui non riuscì a vedere terminato, perché fu inaugurato tre anni dopo la sua morte). Sapevo che Buren odiava Georges Pompidou (per le sue frequentazioni? Non credo) ma non avrei mai immaginato che fosse riuscito a procurarsi una foto così tragica e privata e avere il coraggio di propormela come  copertina di Flash Art. Cinismo e cattiveria allo stato puro. Forse qualcosa di più.
Al mio netto rifiuto i nostri rapporti si raffreddarono, ma io ho continuato a seguire il suo lavoro, affascinato dalla sua intelligenza voltairiana. Lavoro che diventava sempre di più una occupazione di spazi speciali e storici, una forma di visibilità anche irritante nei confronti del visitatore. Fu lui credo (o suo fratello Michel?) a coniare il termine in situ, per indicare un lavoro realizzato sul posto e che sul posto dovrebbe restare.
Malgrado non lo frequentassi più, sempre, in ogni grande mostra o fiera d’arte, il suo lavoro mi aggrediva senza alcuna possibilità di difesa. 
Daniel ha sempre scelto luoghi di estrema visibilità o di forte connotazione per proporsi e soprattutto provocare. Famosa fu nel 1986 la sua istallazione nella corte d’onore del Palais-Royal, Les Deux Plateaux denominata anche “Les Colonnes de Buren” in cui invase la storica piazza composta da 252 colonne di marmo con le sue strisce, di varia dimensione. Alcuni giorni prima dell’inaugurazione, gli abitanti frontalieri, indignati, volevano linciare l’artista. Poi, come sempre si trovò un compromesso (come abbia fatto non lo so) e la sua istallazione, leggermente ridimensionata, è stata accettata e si trova tuttora presso la corte del Palais-Royal, cosa mai riuscita ad alcun artista.
Capito amici miei? Questo straordinario stratega (che non oso chiamare artista, perché lui stesso disse parlando del gruppo BMPT, nel 1966, “noi non siamo pittori”) si è appropriato della corte del Palais Royale. Come definirei oggi Daniel Buren? Artista, per come lo si intende oggi sarebbe troppo limitativo e offensivo per lui. Meglio designer, architetto o soprattutto urbanista: è il solo artista di oggi che si può avvicinare ai nostri maggiori del Rinascimento, come Leonardo ad esempio o Brunelleschi). Se fosse necessario Daniel Buren sarebbe in grado di progettare fortificazioni militari. E con sicuro successo, ne sono convinto. Macron ci faccia un pensierino.

Le tende nel mio appartamento in Versilia continuano a ossessionarmi, perché mi ricordano Daniel Buren

La sua partecipazione ad Art Unlimited di Basilea quest'anno ne è un esempio: una enorme costruzione in tubi metallici, mi pare di tre piani, a cui le persone potevano accedere attraverso un percorso obbligato e guardare tutto il padiglione della sezione. Questi tubi metallici erano tappezzati dalle solite strisce di Buren che ormai lo caratterizzano da una vita. Di fronte a questa costruzione e anche di lato, dietro e davanti, ci sono le scale mobili, che dal 2007 sono decorate con le strisce di Buren e acquisite in modo permanente dall’Ente Fiera. Una occupazione militare vera e propria, con poco rispetto per il lavoro altrui. Ma la sua costruzione diventa anche una sorta di osservatorio sulle miserie dell’arte di oggi, che anziché raccogliersi e riflettere si espande.
Daniel Buren, che io apprezzo per la sua capacità di inserirsi nel sistema dell’arte in modo nuovo, senza però scardinarlo, come lui pretendeva, è diventato un po’ la mia ossessione. Nel mio appartamento in Versilia, quando mi affaccio verso il mare e guardo i due balconi accanto al mio, uno a destra e l’altro a sinistra, con le tende abbassate, mi sento perseguitato. Due grandi tende, con le strisce simili a quelle di Buren, a proteggere i proprietari dal sole e dalla pioggia. Perché sono esattamente identiche. Manca solo un certificato con la firma dell’artista ma i miei occhi e il mio cuore restano ugualmente aggrediti da lui, che incontrai a casa sua, giovanissimo, nel 1966 e che dichiarò: io non sono un pittore.


L'intervista a Joseph Beuys in occasione di Documenta nel 1972.

* Bruce Nauman, nella sua prima mostra da Konrad Fischer, nel 1969, aveva esposto un’opera in omaggio a Flash Art dal titolo sintomatico “flesh art”, poiché a quei tempi la rivista si interessava molto di performance e body art.

* Chi fosse interessato potrà leggere, attraverso il link, questa bellissima intervista di Alberto Fiz pubblicata su Flash Art alcuni anni fa e che forse per taluni è passata inosservata. Vi potrete scoprire la scaltrezza, l’intelligenza diabolica e la determinazione di un figlio (ormai padre) dell’arte del nostro tempo: Daniel Buren.


Contributi
(i seguenti contributi sono pervenuti prima delle vacanze)

Gianfranco Notargiacomo
Caro Giancarlo ho appena letto il tuo ultimo Amarcord 11, ma devo fare una precisazione. Io ho conosciuto Sandro solo nel ‘72 e la mostra fatta insieme, a cui ti riferisci, è della fine del ‘73. Si trattava di quattro autoritratti dipinti, due a testa. Era una mostra dichiaratamente fuori dal concettuale. Tanto fuori che per questo, all’inaugurazione eravamo presenti solo io Sandro e il gallerista Liverani. Nel ‘71 invece, Sandro aveva fatto la sua personale a La Salita; nel marzo di quello stesso ‘71 io facevo da Plinio la mostra degli omìni di plastilina (quella riproposta alla GNAM nel 2009). Grazie Giancarlo e buon lavoro! 
Gianfranco Notargiacomo

Grazie Gianfranco. Vidi entrambe le mostre, ma la personale di Sandro a cui mi riferivo era effettivamente nel ’71. E ricordo anche i tuoi omini da Plinio. Purtroppo mi sono perso la tua personale alla GNAM.

Mauro Dal Fior
Caro Giancarlo Politi,
non ci conosciamo di persona, ma è come se fossimo amici. Leggo molto con piacere i tuoi Amarcord. Sono un artista che si occupa di Poesia Visiva-Sonora-Performativa ed anche di Fluxus anche se le definizioni lasciano il tempo che trovano. Ho apprezzato molto l’Amarcord 10 su Fluxus ovviamente e soprattutto su Conz. Essendo di Verona ero molto amico di Eugenio Miccini e Sarenco e soprattutto conoscevo bene Francesco Conz. Abitava in Vicolo Quadrelli a Verona (dove prima di lui abitava Sarenco con le Edizoni Amodulo) in un piccola casa piena di oggetti, foto e altro con perfino il frigorifero firmato da artisti Fluxus e quindi divenuto opera d’arte. Da casa sua passavano moltissimi artisti che ospitava magari facendoli…lavorare. Ricordo in particolare Lawrence Ferlinghetti per il quale con Francesco organizzammo serate nelle librerie veronesi, una serata in osteria dove ho fatto un reading di poesie di Lawrence con jazz dal vivo e la festa per il suo 80° compleanno nel 1999 in una villa in campagna dove feci alcune mie flux-azioni performative. Poi anche una serata sempre a casa di Francesco con Bernard Heidsieck che fra qualche (parecchi) bicchieri di vino recitammo la sua poesia sonora più famosa Vaduz. Il 25 agosto sarò uno degli ospiti al Bosco dei Poeti di Dolcè con la performance FluxCONZert dedicato a Francesco con mie fluxazioni e cover di Brecht, Maciunas, Corner, Chiari ed altri. Nel 2015 è uscito su Artribune un bellissimo articolo con foto di Luigi Meneghelli  dal titolo “Fluxus è morto? Viva Fluxus”  in occasione di un evento simile dedicato a Conz che feci alla Galleria La Giarina di Verona. Lo si può trovare su internet. Mauro Dal Fior P.S. Ho ancora il bellissimo numero 306 del 2012 di Flashart dedicato al Fluxus. Peccato che sia un’arte spesse volte dimenticata e bistrattata anche da molti critici. Buon Amarcord.

A Verona sono avvenute tante cose. Molte interessanti, altre (troppe) avvelenate da Sarenco. Personaggio indubbiamente creativo ma imprevedibile e troppo disinvolto. Ciò che lui ha fatto con Manzoni, Beuys e qualsiasi cosa abbia toccato, meriterebbe un romanzo. 

Teresa Ferrari
Felici meritate vacanze! Compenseremo la mancata piacevolezza dell’attesa lettura, rileggendo i passati Amarcord! Grazie per la condivisione. Buone vacanze. Teresa

Alberto Di Fabio
Complimenti Giancarlo!!  
la storia reale, le emozioni...filtrate dalla tua scrittura, scorrono come un ripido fiume di montagna. Quando facciamo la nostra intervista? Alberto

Ciao Alberto, tu sei bravo e lo diventi sempre di più e non hai bisogno della mia intervista. Una buona intervista ha bisogno di frequentazione dell’artista. Io ormai ho cambiato mestiere.

Augusto Cosulich
Caro Signor Giancarlo, 
Sono un piccolo collezionista di Genova. Mi volevo congratulare per i suoi “Amarcord”. Sono gradevoli , interessanti e mi danno felicità. 
Grazie mille 

Giorgio Giovanni Guastella
Gentilissimo Direttore, 
mi permetto di ipotizzare un'interpretazione della frase "Je suis un con, j’aime les cons": "con" sta per "idiota" come "mona" in Veneto, dove significa sia "idiota" che "vagina": Aragon ha intitolato "Le con d'Iréne" (il conno di Irene) un suo breve romanzo... dunque la frase sarebbe un calembour traducibile come: "Io sono un conno (idiota), io amo i conni (le vagine)", ecco l'ironia...
(e con questa, dopo averLe già espresso la mia interpretazione dei taglî e buchi dei Concetti Spaziali di Fontana come fesse e ani, mi sono guadagnato ai Suoi occhi la reputazione di erotomane...)

Grazie per il contributo.

Eleni Laperi
Bellissimi, interessantissimi i suoi ricordi. Le auguro buone vacanze, aspettando il mese di settembre, per leggere Amarcord.
Eleni

Antonio Carbone
Caro Giancarlo,
Più leggo i tuoi Amarcord e più cresce in me l'ammirazione ed un po' di benevola invidia. Hai fatto coincidere, nella tua vita, il lavoro con la tua passione e l'amore per l'arte. Considero questa una delle più grandi conquiste dell'umanità (da realizzare) perché essa è la vera condizione per una piena libertà ed emancipazione dell'essere umano. Buone vacanze. Antonio Carbone.

Caro Antonio, è vero, ho fatto ciò che ho voluto (e potuto), partendo da un oscuro paesino di campagna, Faustana di Trevi, forse 150 candide anime contadine: ma ho gioito molto e sofferto anche. Ma non esiste gioia senza sofferenza...

Alba Savoi
Ricevo, leggo e stampo. Amarcord, avvincente e fantastica storia dell’arte contemporanea. Alba Savoi

Cynthia Penna 
Un'idea meravigliosa, una boccata di ossigeno in un panorama culturale mondiale che precipita paurosamente e sempre più verso il basso.
Noi di ART1307, come Istituzione culturale internazionale, la ringraziamo sentitamente per questa piccola meraviglia di ricordi e di cultura. Spero sinceramente che possa continuare e spero di non essermi persa i numeri dal 10 in giù.
Spero anche di poter contribuire con qualche ricordo e aneddoto personale.
Grazie Giancarlo
Cynthia Penna  ART1307 Napoli/Los Angeles

Nunzio Solendo
Auguri di Buone Vacanze Estive.
Cordiali saluti libertari.
Nunzio Solendo

Evelina Schwatz
Buone vacanze. Ti seguo con molto interesse. Grazie. Evelina

Mimmo Di Caterino
È sempre un piacere leggerti e condividere le tue testimonianze, la Firenze di cui scrivi, sembra essere la Cagliari contemporanea, con il distinguo che Cagliari è l'unica città metropolitana d'Italia, d'Europa e del mondo, priva di Accademia di belle Arti e Alta Formazione Artistica, per cui la tradizione e la memoria non sono neanche veicolate da Istituzioni formative preposte, qui gli artisti si scannano per un ristretto mercato a carico dell'associazionismo e del contribuente, si lottizzano comuni giocando a fare i capo tribù; i più in gamba emigrano per non tornare più, quando tornano si fanno qualche bagno al Poetto o sfilano in passerella per qualche residenza d'artista.
Mimmo Di Caterino
 

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